La televisione italiana, quando cambia davvero, raramente lo fa annunciandolo. Non servono manifesti, proclami o conferenze stampa solenni. A volte basta un dettaglio minuscolo, quasi laterale: una porta lasciata aperta, un camerino senza barriere, un collega che entra per prendere un caffè, un comico che si butta sul divano e usa il bagno del conduttore più osservato del momento. Sembra una scena da backstage, invece è una piccola fotografia del potere televisivo contemporaneo. Perché oggi Stefano De Martino non è soltanto il volto sorridente di Affari Tuoi. È diventato un caso critico, un sintomo, forse persino una risposta alla domanda che la tv generalista si pone da anni: come si resta popolari senza sembrare vecchi?
Il racconto di Herbert Ballerina, che ha descritto il camerino del conduttore campano come uno spazio sempre aperto, attraversabile, quasi domestico, dice molto più di quanto sembri. «La gente entra, si prende il suo caffè», ha raccontato. E in quella frase c’è un’intera grammatica televisiva. Perché il camerino, nella mitologia dello spettacolo, è il luogo della separazione: dentro l’artista, fuori gli altri. Dentro il privilegio, fuori l’attesa. La porta chiusa è sempre stata il simbolo di una distanza. L’attuale padrone di casa di Affari Tuoi, invece, pare costruire la propria centralità proprio abbassando quella distanza.
È questo il punto interessante. Il successo di Stefano De Martino non nasce da una rottura violenta con il passato, ma da una forma di continuità aggiornata. Non è un anti-conduttore, non è un volto sperimentale, non è il presentatore che vuole distruggere il varietà o riscrivere la grammatica della Rai. Al contrario, ne accetta i codici più antichi: il sorriso, il ritmo, il garbo, la battuta, la presenza fisica, l’arte di stare al centro senza occupare tutto lo spazio. Ma li traduce in una lingua più contemporanea, meno ingessata, più fluida, più accessibile.
Da critico televisivo, il fenomeno va letto proprio qui: nella sua capacità di sembrare naturale dentro una macchina che naturale non è mai. Affari Tuoi è un programma rigidissimo, costruito su rituali, attese, pacchi, suspense, ripetizioni, micro-drammi familiari e una liturgia popolare che può funzionare soltanto se chi conduce riesce a non apparire prigioniero del meccanismo. L’ex allievo di Maria De Filippi fa esattamente questo. Non combatte il format, lo abita. Non lo sovraccarica, lo accompagna. Non cerca continuamente l’applauso personale, ma lascia che il gioco respiri.
In questo senso, la sua forza non è l’invenzione, ma la misura. Ed è una qualità molto più rara di quanto sembri. La televisione contemporanea è piena di conduttori che vogliono dimostrare qualcosa: di essere brillanti, colti, irriverenti, empatici, necessari. Il presentatore napoletano sembra invece lavorare per sottrazione. Sa quando stare fermo, quando sorridere, quando lasciare parlare un concorrente, quando alleggerire una tensione e quando non spingere troppo sulla commozione. In un’epoca in cui tutto viene amplificato, la sua cifra è quasi controintuitiva: non urlare.
Forse è proprio qui che si nasconde la ragione per cui il pubblico continua a premiarlo. Oggi la televisione è spesso schiacciata tra due estremi: da una parte il sensazionalismo, dall’altra la nostalgia. Da una parte programmi che inseguono continuamente il colpo di scena, dall’altra format che vivono soltanto di memoria. De Martino si colloca in una zona intermedia. È sufficientemente giovane per parlare ai trentenni cresciuti con i talent show e sufficientemente rassicurante per essere accolto da chi è cresciuto con Corrado, Mike Bongiorno e Fabrizio Frizzi.
Il confronto a distanza con Gerry Scotti rende il quadro ancora più interessante. Scotti, dal palco del Festival della Tv, ha parlato della cosiddetta «pax di Dogliani», immaginando un accordo con il volto di Rai 1 per riportare l’access prime time a una chiusura più umana, entro le 21.30. La battuta era divertente, ma conteneva un dato serio: oggi il vero duello dell’access prime time non è soltanto una sfida tra Rai e Mediaset, ma tra due idee di familiarità televisiva.
Da una parte Scotti, il volto rassicurante per eccellenza, il conduttore-padre, la presenza domestica che attraversa generazioni. Dall’altra l’ex ballerino di Amici, che sta provando a diventare qualcosa di diverso: non il padre televisivo, ma il fratello maggiore, l’amico brillante, il padrone di casa che non mette soggezione. È una differenza sottile ma decisiva.
Scotti rappresenta la fiducia costruita nel tempo. De Martino rappresenta la fiducia conquistata nel presente. Il primo è un’abitudine nazionale, il secondo sta diventando una nuova abitudine. E il fatto che entrambi riescano a intercettare ascolti importanti nello stesso segmento orario racconta una cosa molto chiara: la tv generalista, data per morta infinite volte, è ancora viva quando riesce a parlare il linguaggio della compagnia.
Da questo punto di vista, il conduttore di Affari Tuoi è meno semplice di quanto la sua immagine lasci credere. La sua leggerezza è costruita, ma non artificiosa. Il suo sorriso è televisivo, ma non respingente. La sua fisicità, che avrebbe potuto imprigionarlo nel cliché dell’ex ballerino diventato presentatore, è stata progressivamente superata da un lavoro sulla parola, sul tempo comico, sull’ascolto. Non ha rinnegato la propria provenienza pop, ma l’ha trasformata in una forma di credibilità.
Il passaggio da Amici alla conduzione generalista, infatti, non era scontato. Sulla carta poteva essere un percorso pieno di trappole. In Italia chi arriva dal talent viene spesso guardato con sospetto, come se la popolarità televisiva fosse una colpa da espiare prima di essere riconosciuti come professionisti veri. Stefano De Martino ha superato quella diffidenza non con un gesto clamoroso, ma con una progressione silenziosa. Ha imparato il mestiere in pubblico, accettando anche il rischio dell’errore. E oggi quella crescita visibile diventa parte del suo racconto.
È per questo che il tema Sanremo 2027 non è soltanto un rumor o una suggestione da palinsesto. È il banco di prova naturale di questa nuova fase. Il Festival di Sanremo è il luogo in cui la televisione italiana smette di essere televisione e diventa rito nazionale. Non basta condurre: bisogna reggere la pressione simbolica del Paese, tenere insieme industria musicale, politica culturale, narrazione pop, pubblicità, social network, polemiche e memoria collettiva.
L’eventuale approdo all’Ariston rappresenterebbe una sfida enorme. Da un lato la freschezza e la capacità di parlare a pubblici diversi. Dall’altro il rischio che accompagna ogni volto in ascesa: trasformare la naturalezza in formula, l’empatia in posa, la semplicità in prodotto. Sanremo non perdona l’imitazione di se stessi. Se arriverà davvero quel momento, dovrà dimostrare di poter governare non soltanto il ritmo di un gioco televisivo, ma il peso di una liturgia nazionale.
Eppure, proprio il dettaglio del camerino aperto torna utile per capire perché il suo nome funzioni così bene in questa fase. La televisione italiana ha bisogno di volti che non sembrino separati dal pubblico. Dopo anni di narcisismi, sovraesposizioni e conduzioni spesso costruite sull’ego, De Martino propone una centralità più morbida. Non sparisce, ma non schiaccia. Non finge di essere uno qualunque, ma non si comporta come se il successo gli avesse cambiato statuto umano.
Il punto non è stabilire se sia già il migliore conduttore della sua generazione. Sarebbe una formula pigra, buona per un titolo ma insufficiente per un’analisi. Il punto è capire perché, in questo momento, sembri così necessario alla Rai. La risposta sta nella sua funzione: ricucire. Ricucire il pubblico giovane con quello adulto, la televisione lineare con il linguaggio dei social, l’intrattenimento classico con una presenza meno cerimoniale, la leggerezza con un’idea di professionalità non urlata.
In una Rai spesso divisa tra nostalgia e ansia di modernizzazione, il volto simbolo di Affari Tuoi appare come una soluzione possibile perché non obbliga il pubblico a scegliere. Non è troppo nuovo per chi teme il cambiamento, non è troppo vecchio per chi cerca qualcosa di diverso. È una figura di transizione e le figure di transizione sono spesso le più preziose: non fanno rumore, ma spostano il baricentro.
Alla fine, il caso De Martino racconta qualcosa che va oltre De Martino. Racconta una televisione che cerca ancora il contatto umano come ultima forma di resistenza. In un ecosistema dominato da algoritmi, piattaforme e contenuti consumati in solitudine, la forza della generalista resta quella di farci sentire seduti nello stesso salotto, nello stesso momento, davanti allo stesso rito. Per funzionare, però, servono volti capaci di sembrare presenti, non soltanto visibili. E oggi pochi sembrano incarnare questa idea meglio di Stefano De Martino.






