Non è solo un album, è un punto di arrivo e insieme una ripartenza. Con “SACRO”, Serena Brancale firma il progetto più personale e consapevole della sua carriera, un lavoro che raccoglie le tappe di un percorso cresciuto negli ultimi due anni fino a esplodere anche in termini di visibilità e riconoscibilità presso il grande pubblico.
Dopo aver conquistato nuove platee con hit come “Anema e Core”, “Serenata” con Alessandra Amoroso e la viralità di “Baccalà”, “SACRO” diventa infatti una sorta di fotografia di questo biennio: un disco che tiene insieme i successi, li rilegge e li inserisce in una narrazione più ampia, più profonda, più identitaria. Non è una semplice raccolta di momenti fortunati, ma una riorganizzazione emotiva e artistica di ciò che Brancale è diventata oggi.
«Ho intitolato l’album “SACRO” perché racconta il folclore, la famiglia, quello che sono», spiega. «“Qui con me” non poteva mancare: è una parte di me. C’è anche un brano che ho scritto con mia sorella… Avevo bisogno di tornare lì, alle mie radici. Ma allo stesso tempo non volevo restare incastrata nel soul o nel jazz in modo prevedibile: volevo essere internazionale. Oggi mi sento me stessa».
E quella sensazione di libertà si percepisce chiaramente. “SACRO” è un disco che attraversa i generi senza mai irrigidirsi: jazz, soul, R&B, world music convivono con una naturalezza rara, mentre il dialetto diventa materia sonora contemporanea. “Anema e Core” e “Stu Cafè” non sono semplici brani identitari, ma veri ponti tra tradizione e modernità.
Il cuore emotivo resta “Qui con me”, presentata al Festival di Sanremo 2026, una lettera alla madre che ha segnato uno dei momenti più intensi del suo percorso recente. Ma il disco si muove continuamente tra introspezione e apertura, tra racconto personale e dimensione collettiva.
Le collaborazioni, infatti, sono uno degli elementi più solidi del progetto.
«Quando nascono le canzoni hai voglia di completarle con persone che stimi, che possono aggiungere un quid in più… anche prendendoti qualche rischio», racconta.
È il caso di “Solo un’ora”, registrata a New York con Gregory Porter e Sayf:
«Lì ho voluto inserire anche Sayf, perché mi piaceva che portasse il suo mondo. Amo la commistione, il confronto tra linguaggi diversi».
Ma c’è anche un altro aspetto che emerge con forza: la volontà di non essere mai prevedibile.
«Per me questo disco è stato anche un modo per rompere delle aspettative. Molti si aspettano da me solo jazz o solo soul, ma io ascolto di tutto. Volevo che questo si sentisse: il mio mondo non è chiuso, è in continuo movimento», racconta Brancale.
Una dichiarazione che trova conferma nei brani più ibridi del disco. In “Capatosta” con Alborosie, per esempio, il racconto si fa più viscerale e si tinge di reggae:
«Mi piace raccontare queste donne testarde, forti, che non mollano. E usare una voce reggae, giamaicana, per farlo. Sono sogni che ho realizzato».
E proprio il tema femminile attraversa tutto “SACRO” come un filo invisibile ma costante. Non è mai dichiarato in modo programmatico, ma emerge nei dettagli, nelle immagini, nei racconti.
«Ci sono tante donne in questo disco. In “Gitana” rivedo la mia famiglia: sono cresciuta in una realtà molto matriarcale. Mia madre, mia sorella, le amiche… È un album al femminile, ma senza voler fare un manifesto. È più una celebrazione della libertà di essere».
Questa apertura si amplifica in “Al mio paese”, condivisa con Levante e Delia:
«Io parto dal Sud, ma non volevo raccontarlo da sola. Ognuna di noi porta la propria storia. Claudia racconta di sua nonna, Delia il suo mondo… È stato un confronto vero, spontaneo. Levante la seguo da sempre, Delia la osservavo già prima di X Factor, cercava una sua strada».
Un equilibrio raro tra ricerca e accessibilità
C’è un elemento che rende “SACRO” particolarmente interessante: la sua capacità di essere sofisticato senza risultare distante. Brancale riesce a mantenere una scrittura raffinata, musicale e culturale, ma allo stesso tempo costruisce brani che arrivano, che restano, che funzionano anche fuori da un contesto di nicchia.
È qui che il disco segna uno scarto rispetto al passato. Se i lavori precedenti erano più orientati alla ricerca, “SACRO” è il punto in cui quella ricerca incontra davvero il pubblico, senza compromessi evidenti ma con una nuova consapevolezza comunicativa.
E forse è proprio questa la sua forza più grande: non scegliere tra profondità e accessibilità, ma tenerle insieme.
Il senso di un percorso che oggi trova forma
“SACRO” non è un punto fermo, ma una fotografia in movimento. Un disco che raccoglie ciò che è stato — anche in termini di successo e visibilità — e lo trasforma in qualcosa di più solido, più consapevole.
Serena Brancale oggi non è più una promessa. È una voce definita, riconoscibile, capace di essere internazionale senza perdere autenticità.
E questo album è il momento esatto in cui tutto torna: le radici, il presente, la libertà.




