Sei ragazzi, zero alibi: i finalisti di Sanremo Giovani si giocano l’anima prima dell’Ariston

Sanremo Giovani ha fatto la sua selezione e, questa volta, non ha scelto un genere, non ha scelto una moda, non ha scelto una tendenza. Ha scelto sei fratture diverse dello stesso presente. Antonia, Angelica Bove, Nicolò Filippucci, Seltsam, Senza Cri e Welo arrivano a Sarà Sanremo come sei mondi autonomi che non cercano compromessi. Non sono “giovani promesse”: sono identità già formate, nel bene e nel rischio.

Antonia gioca tutto sull’intimismo, ma non quello compiacente. Luoghi perduti è una ferita che non diventa mai lamento. La sua forza è la sottrazione, il non strafare, il restare dentro il dolore senza trasformarlo in spettacolo. È la proposta più fragile e, proprio per questo, la più pericolosa: se arriva all’Ariston può spaccare in due la sala, tra chi si riconosce e chi scappa.

Angelica Bove, al contrario, non chiede permesso a nessuno. Mattone è un titolo che è già una dichiarazione di intenzioni: peso, corpo, impatto. È pop, è diretta, è costruita per uscire dallo schermo e finire nelle playlist. Ha una presenza scenica che tiene insieme controllo e istinto, ed è forse la concorrente che più facilmente può trasformare Sanremo in un trampolino immediato.

Nicolò Filippucci lavora in un’altra dimensione. Laguna è un brano che non cerca l’effetto, ma l’atmosfera. La sua malinconia è liquida, notturna, cinematografica. È uno di quelli che non grida mai per essere notato. E oggi, in un contesto iper-esposto come quello sanremese, questa eleganza silenziosa può essere un’arma potentissima.

Seltsam è l’urgenza emotiva che non sta dentro le regole. Scusa mamma non è solo un titolo: è una resa dei conti generazionale, emotiva, quasi fisica. La sua scrittura non media, non addolcisce, non cerca consenso. Cerca lo scontro. È il concorrente più divisivo, quello che può diventare un caso mediatico in una notte. O esplode. O si spegne. Senza vie di mezzo.

Senza Cri è forse la fotografia più precisa della nuova disillusione giovane. Spiagge sembra leggera, ma racconta una generazione stanca senza urlarlo. Voce trattenuta, minimalismo emotivo, ironia dolceamara. Non c’è dramma plateale, c’è quell’inquietudine sottile che oggi abita i ventenni. Se passa, porta sul palco una giovinezza senza slogan e senza maschere.

Welo, con Emigrato, porta invece la memoria come racconto civile. È la proposta più narrativa, più radicata, quasi cantautorale nel senso originario del termine. Racconta lo spostamento, la perdita, l’identità che si ricostruisce. È quello che parla al presente partendo dal passato, ed è anche quello che può unire pubblici molto diversi.

Guidati in questa fase da Gianluca Gazzoli e osservati da lontano da Carlo Conti, questi sei non rappresentano una scena compatta. Rappresentano una generazione frantumata, che non ha più una lingua sola, un suono solo, una direzione unica. Solo due diventeranno ufficialmente Nuove Proposte di Sanremo 2026. Ma il punto vero è un altro: quest’anno Sanremo Giovani non ha scelto dei brani, ha scelto delle crepe. E sono proprio le crepe, oggi, a raccontare meglio il tempo che stiamo vivendo.

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