Scomparso Don Mazzi, la confessione nell’ultima intervista a Domanipress: «Più sono vestiti da preti e più combinano pasticci. Io preferisco il maglione»

È morto Don Antonio Mazzi, sacerdote, educatore e fondatore della Fondazione Exodus, una delle figure più riconoscibili dell’impegno italiano contro le dipendenze e l’emarginazione giovanile. Aveva 96 anni e si è spento nella sua casa all’interno del Parco Lambro di Milano, luogo simbolo della sua attività e della comunità alla quale aveva dedicato gran parte della propria vita.

 

Le esequie si svolgeranno lunedì 3 agosto alle ore 15 nella Basilica di Sant’Ambrogio, a Milano. La camera ardente sarà invece allestita nella sede storica di Exodus, alla Cascina Molino Torrette, nel Parco Lambro.

Sarà aperta al pubblico sabato 1° agosto dalle 17 alle 20 e domenica 2 agosto dalle 9 alle 12 e dalle 17 alle 20, senza particolari formalismi, secondo quello stile diretto e accogliente che ha sempre contraddistinto il sacerdote.

La Fondazione ha annunciato che il funerale non avrà il carattere di una cerimonia formale, ma sarà una «liturgia viva», animata dalle parole, dalla musica e dai canti dei ragazzi e degli educatori delle diverse realtà Exodus presenti in Italia e nel mondo. La tumulazione avverrà successivamente in forma strettamente privata presso l’Abbazia di Maguzzano, in provincia di Brescia.

L’ultima intervista rilasciata a Domanipress

Tra le testimonianze più significative della sua visione resta l’intervista concessa a Domanipress, nella quale Don Mazzi aveva raccontato con la consueta franchezza il proprio rapporto con la Chiesa, la comunicazione e il ruolo del sacerdote nella società contemporanea.

Parlando dell’abito ecclesiastico, aveva pronunciato parole capaci di riassumere il suo modo anticonformista e concreto di vivere il sacerdozio:

«Alcuni più sono vestiti da preti e più combinano pasticci, le cronache sono piene di casi del genere. Io preferisco essere un prete con il maglione».

Don Mazzi aveva ricordato anche il giorno della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta a Ferrara nel 1956:

«Quando mi hanno ordinato prete a Ferrara nel 1956, dissi che non avevo soldi per comprare la veste e me la prestò il vescovo. Aveva tre taglie in più. Inoltre, le camicie dei preti costano tre volte rispetto a quelle normali: non lo ritengo giusto».

Un aneddoto raccontato con ironia, ma anche con quella concretezza che ha sempre caratterizzato la sua azione. Per Don Mazzi, la credibilità della Chiesa non dipendeva dall’abito, dai simboli o dalle formalità, ma dalla capacità di stare accanto alle persone, soprattutto a quelle più fragili.

La fede comunicata attraverso radio, internet e televisione

Nel corso dell’intervista, Don Mazzi aveva parlato anche del rapporto tra fede e comunicazione. Il grande Mike Bongiorno aveva detto di lui: «Don Mazzi diventerà beato, ma potrebbe fare anche il presentatore».

Il sacerdote non aveva mai nascosto la propria familiarità con la televisione, la radio e i mezzi di informazione. Li considerava strumenti indispensabili per raggiungere le persone e portare il messaggio cristiano fuori dalle chiese.

«Cristo non ha mai predicato nel tempio, ma nelle piazze e per le strade. Credo che oggi la fede vada comunicata con gli strumenti che ci sono: la radio, internet, la rivista. Non volevo usare i soliti strumenti dei preti».

Era questa la cifra più riconoscibile di Don Mazzi: un sacerdote capace di entrare nei linguaggi popolari senza rinunciare alla profondità del proprio messaggio. Nei suoi interventi pubblici non cercava l’approvazione, preferiva provocare, mettere in discussione e spingere chi lo ascoltava a interrogarsi.

Una vita dedicata ai ragazzi e agli ultimi

Don Mazzi aveva dedicato gran parte della propria esistenza ai giovani con problemi di dipendenza, alle famiglie e alle persone rimaste ai margini della società. Con la nascita della Fondazione Exodus aveva costruito una rete di comunità e progetti educativi attivi in Italia e all’estero.

Il suo metodo non si limitava al recupero dalle dipendenze. Al centro metteva il lavoro, lo sport, la musica, la responsabilità personale e la vita comunitaria. Per lui, il disagio non poteva essere affrontato soltanto attraverso le regole o l’assistenza, ma richiedeva relazioni autentiche e adulti capaci di assumersi responsabilità.

Don Mazzi non amava le definizioni celebrative. Preferiva presentarsi come un prete di strada, spesso scomodo, poco incline alle gerarchie e alle formule prestabilite. Anche nelle sue ultime dichiarazioni pubbliche aveva continuato a difendere una Chiesa più vicina alle piazze che ai palazzi, più attenta alle persone che alle apparenze.

La sua scomparsa lascia un vuoto profondo nel mondo del volontariato, dell’educazione e dell’impegno sociale. Resta la voce di un uomo che, anche davanti alle proprie fragilità, non ha mai smesso di parlare ai ragazzi e agli adulti con un linguaggio diretto, libero e profondamente umano.

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