A Sanremo 2026, tra canzoni che raccontano il presente con linguaggi diversi e sensibilità differenti, c’è un’attesa precisa che si fa largo senza clamore: quella per Tommaso Paradiso e per “I romantici”, brano firmato insieme a Davide Petrella e Davide Simonetta. Tre nomi che, messi insieme, suggeriscono una direzione chiara: indie pop contemporaneo, emotivo, elegante, costruito per arrivare dritto senza bisogno di stratagemmi.
Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. “I romantici” suona come un manifesto gentile in un’epoca che spesso confonde il romanticismo con l’effetto speciale. Paradiso, invece, ha sempre lavorato su un’altra idea: la canzone come fotografia sentimentale, un dettaglio che diventa storia, una frase semplice che si trasforma in identità. Il palco dell’Ariston, in questo senso, è il posto più naturale per una ballad che punta sulla tenuta emotiva e sulla riconoscibilità della scrittura.
Anche il percorso recente aiuta a leggere l’attesa. Con Casa Paradiso, l’artista ha scelto un tono più luminoso, domestico, quotidiano: una scrittura che ha preferito la carezza alla ferita, la luce alla notte. Proprio per questo, Sanremo potrebbe diventare il punto perfetto per rimettere al centro una dimensione più raccolta e intensa, in continuità ideale con l’immaginario costruito negli anni con i Thegiornalisti, ma filtrato da una maturità più consapevole.
E qui entra la parte più interessante: non è solo una questione di “stile Paradiso”, ma di scelta artistica. Negli ultimi anni ha progressivamente rafforzato l’idea che la canzone venga prima del personaggio, puntando su arrangiamenti puliti, linee melodiche nitide e testi che si reggono sul potere dei dettagli. Se “I romantici” confermerà questa traiettoria, potrebbe essere una di quelle canzoni che non cercano l’urgenza del momento, ma la durata.
Nel panorama pop italiano, dove convivono prospettive diverse sul racconto emotivo, Paradiso continua a occupare uno spazio riconoscibile: la sentimentalità come linguaggio contemporaneo, mai fuori tempo, mai fuori contesto. Non serve gridare per arrivare: serve scrivere bene. E, a Sanremo, la differenza spesso la fa proprio questo.




