Ritratto semiserio di Alessandro Michele, il direttore creativo che ha salvato il brand Gucci abbandonando la passerella. Top o Flop?

Quando si ha a che fare con personaggi complessi ed enigmatici, solitamente la reazione dell’animo umano è duplice: innamoramento immediato o totale avversione. A pensarci bene, verso tutte le più grandi personalità della storia si è sempre verificato un inspiegabile meccanismo di attrazione e repulsione. Antipatia e invidia sembrano essere il giusto pegno da pagare per chi è destinato al successo e alla fama.

Ad averlo provato sulla propria pelle è sicuramente Alessandro Michele, il chiacchieratissimo direttore creativo di Gucci. C’è chi lo ama e chi lo odia, chi pensa sia un genio indiscusso e chi è fermamente convinto si tratti di un bluff destinato a sciogliersi come neve al sole.
Di difficile interpretazione già a primo impatto: un incrocio tra un hippie e un cortigiano d’altri tempi.

Classe 1972, romano de Roma come si direbbe in gergo, ossessionato dalla ricerca di una propria visione estetica sin da bambino. Viene nominato direttore creativo di Gucci nel 2015 (negli anni precedenti aveva lavorato sotto la direzione prima di Tom Ford e poi di Frida Giannini) e stravolge totalmente le sorti del brand.

Aldilà di quello che può essere il gusto e l’opinione personale, non si può non riconoscere ad Alessandro Michele lungimiranza nonché un’intelligenza fuori dal comune. Basandoci su dati concreti è evidente la crescita economica esponenziale dell’azienda che, da quando Michele ha preso in mano le redini si è salvata da un naufragio a cui sembrava non avere scampo.
Va a rovistare in archivio e ricaccia fuori elementi iconici caduti in disuso, rendendoli estremamente contemporanei. Trascorre il suo tempo in strada trovando più ispirazione nei grandi negozi di sportswear piuttosto che negli atelier di alta moda. Abbandona del tutto lo stereotipo del bello cogliendo nel brutto una nuova inspiegabile bellezza.

Punta tutto sull’effetto sorpresa, portando in scena cuccioli di drago e teste mozzate.
Così anche in questa generale situazione di emergenza dovuta al Coronavirus, mentre tutti si ingegnavano nel capire come poter potare i propri abiti in passerella, lui la passerella sceglie di abbandonarla. Perché accontentarsi di un giorno quando si ha la possibilità di dare vita a un festival di un’intera settimana? GucciFest è la recente trovata del designer romano. Questa volta la nuova collezione Gucci sarà presentata attraverso una mini-serie, Ouverture of Something that Never Ended, realizzata in collaborazione con il regista americano Gus Van Sant. Protagonista della storia, l’attrice Silvia Calderoni impegnata nella sua routine abituale, prossima a piacevoli incontri. La location prescelta? Ovviamente Roma.

Con quest’ultimo colpo di scena, Michele non solo ha dato ennesima prova della sua indiscutibile imprevedibilità, ma ha anche ribadito il suo sostegno a una moda digitale e più democratica.
Tra tutte le possibili critiche che gli si possono muovere un grande merito è d’obbligo riconoscerglielo. Grazie al suo lavoro Gucci è finalmente entrato nelle case di tutti, anche di chi (stragrande maggioranza) probabilmente non potrà mai permettersi una t-shirt da 400 euro e passa.

Cristina Ciurleo