Ricordate le estati degli anni Duemila? Quelle che sembravano durare molto più di tre mesi e nelle quali poteva capitare una cosa oggi quasi inconcepibile: non avere niente da fare. E non considerarlo necessariamente un problema.
L’estate cominciava quando finiva la scuola, certo, ma diventava ufficiale quando in televisione arrivava il Festivalbar. Bastavano quelle piazze piene, un palco, una canzone che avevamo già sentito cento volte alla radio e improvvisamente era luglio. Prima delle playlist personalizzate e degli algoritmi che conoscono i nostri gusti quasi meglio di noi, le hit estive erano un’esperienza collettiva. Piacevano o non piacevano, ma alla fine le conoscevamo tutti.
Poi cominciavano quei giorni lunghissimi trascorsi nelle case dei nonni, negli oratori, nei cortili, al mare o semplicemente sotto casa. Bastavano una bicicletta, un pallone, qualche amico e soprattutto un numero imprecisato di cugini che d’estate sembravano materializzarsi ovunque. Nessuno si domandava se quella giornata sarebbe stata abbastanza interessante da raccontare.
Quando non essere raggiungibili era normale
Non avevamo ancora uno smartphone in tasca capace di ricordarci continuamente che da qualche altra parte stava succedendo qualcosa di apparentemente più interessante.
Uscivi e per qualche ora sparivi davvero. Al massimo tua madre telefonava a casa dell’amico presso il quale aveva intuito che potessi trovarti. Non esistevano la posizione condivisa, le spunte blu, le storie da controllare ogni cinque minuti.
E soprattutto non esisteva ancora quella strana sensazione contemporanea per cui, qualsiasi cosa stiamo facendo, qualcun altro sembra farla meglio.
Oggi possiamo essere davanti a un tramonto meraviglioso e contemporaneamente vedere qualcuno alle Maldive, qualcuno a Ibiza e qualcun altro a bordo di uno yacht. Negli anni Duemila il confronto finiva più o meno ai ragazzi seduti sul muretto accanto.
Forse eravamo meno informati. Sicuramente eravamo meno aggiornati sulla felicità degli altri.
Festivalbar, quando una canzone apparteneva a tutti
Il Festivalbar rappresentava perfettamente quell’estate. Non soltanto un programma televisivo, ma una specie di calendario sentimentale.
Le canzoni passavano dalla radio alla televisione, dalla televisione alle autoradio, dalle autoradio agli stabilimenti balneari. Non potevamo saltarle perché un algoritmo aveva capito che non erano abbastanza affini ai nostri gusti. Così finivamo per conoscere anche quello che non avremmo scelto.
È una differenza apparentemente insignificante, ma racconta molto di come siamo cambiati. Oggi possiamo costruire un universo perfettamente modellato su noi stessi: la nostra musica, le nostre serie, i nostri creator, le nostre notizie. Allora eravamo costretti ogni tanto a incontrare qualcosa che non avevamo richiesto.
E magari scoprivamo che ci piaceva.
Pokémon, Nintendo e la tecnologia che sapeva ancora spegnersi
Naturalmente non vivevamo in un paradiso analogico. Passavamo ore davanti alla televisione e ai videogiochi. C’erano il Nintendo 64, il Game Boy, la PlayStation, le carte Pokémon scambiate con trattative diplomatiche degne di un vertice internazionale.
La tecnologia era già una parte enorme della nostra infanzia.
Solo che aveva ancora una caratteristica fondamentale: a un certo punto finiva.
La console rimaneva collegata al televisore. Internet rimaneva dentro il computer. La televisione aveva un palinsesto e se perdevi una puntata della tua serie preferita dovevi sperare in una replica.
Lo schermo non veniva a letto con noi, non si sedeva a tavola e soprattutto non vibrava continuamente nella nostra tasca.
Quando spegnevi il Nintendo, rimaneva una domanda semplicissima: «E adesso che facciamo?».
Da quella domanda poteva nascere qualsiasi cosa.
La noia non era ancora qualcosa da eliminare
Forse è questo il dettaglio che abbiamo rimosso meglio dalle fotografie mentali di quegli anni: ci annoiavamo tantissimo.
I pomeriggi d’agosto potevano essere interminabili. Gli adulti dormivano, faceva troppo caldo per uscire e in televisione non c’era niente. Guardavamo il soffitto. Sfogliavamo una rivista già letta. Telefonavamo a qualcuno sperando che avesse un’idea.
Oggi un vuoto di trenta secondi viene immediatamente riempito. Aspettiamo l’autobus e prendiamo il telefono. Siamo in fila e prendiamo il telefono. Una persona va in bagno al ristorante e prendiamo il telefono.
Abbiamo praticamente sconfitto la noia.
Solo che forse non avevamo capito a cosa servisse.
Perché proprio dentro quei pomeriggi apparentemente inutili imparavamo a inventare giochi, cercare qualcuno, fantasticare, ascoltare musica, uscire senza sapere esattamente dove andare.
La noia era fastidiosa. Ma era anche uno spazio vuoto nel quale poteva entrare qualcosa di imprevisto.
Le sagre, i motorini e le serate senza stories
Poi arrivava la sera. Le sagre di paese, le feste all’aperto, i primi motorini, le passeggiate, le panchine occupate per ore senza un motivo particolare. Qualcuno portava un CD masterizzato. Qualcun altro raccontava qualcosa che probabilmente non era nemmeno vero.
Non documentavamo tutto.
Non perché fossimo una generazione spiritualmente superiore: semplicemente non avevamo gli strumenti per farlo continuamente.
Ed è forse il paradosso più bello. Abbiamo pochissime fotografie di alcune delle giornate che ricordiamo meglio.
Oggi produciamo migliaia di immagini delle nostre vacanze e spesso non le riguardiamo più. Di quelle estati, invece, può essere rimasta una fotografia sfocata scattata con una compatta digitale. E basta quella per riaprire un mondo.
Erano davvero estati migliori?
Qui la nostalgia rischia sempre di imbrogliarci.
Gli anni Duemila non erano necessariamente migliori. Non eravamo più felici perché avevamo il Game Boy invece dell’iPhone e il Festivalbar invece di Spotify. C’erano giornate pessime, amicizie che finivano, vacanze noiose e pomeriggi nei quali avremmo dato qualsiasi cosa pur di avere TikTok.
Solo che allora il tempo non doveva continuamente produrre qualcosa.
Non dovevamo trasformare una cena in una fotografia, una vacanza in un racconto, un tramonto in una story, un momento felice nella dimostrazione pubblica che stavamo vivendo un momento felice.
Potevamo perfino trascorrere una giornata senza fare niente.
E nessuno, noi compresi, avrebbe pensato che fosse una giornata sprecata.
Forse è questo che rende così potenti i ricordi del Festivalbar, delle carte Pokémon, del Nintendo e delle estati a casa dei nonni. Gli oggetti sono soltanto interruttori della memoria. Premendoli ritorna qualcosa di molto più grande: un tempo nel quale non sentivamo ancora l’obbligo di riempire ogni minuto.
Non era bellissimo annoiarsi.
Era bellissimo sapere che, dopo essersi annoiati abbastanza, prima o poi sarebbe successo qualcosa.
E soprattutto non sapere ancora cosa.




