Recensione: “Wajib – Invito al matrimonio” una storia tra amore e dovere per le strade di Nazareth

Cosa significa essere un palestinese all’estero? E cosa significa invece essere un
palestinese che vive in Palestina? Ce lo racconta il nuovo film della regista Anna Marie Jacir “Wajib – Invito al matrimonio”

In arabo, wajib significa “dovere sociale”. Questo ancestrale concetto di dovere si lega al matrimonio del titolo a causa dell’usanza, tipica nel nord della Palestina, secondo la quale le partecipazioni di nozze vanno consegnate a mano, casa per casa. Ecco come facciamo la conoscenza di Abu Shadi e del figlio Shadi, impegnati in questa avventura agrodolce su e giù per le strade di Nazareth in occasione del matrimonio della figlia/sorella Amal. Man mano che le buste bianche vengono consegnate, il conflitto generazionale tra i due si fa sempre più evidente, amplificato dal fatto che Shadi è un architetto emigrato in Italia, mentre Abu Shadi è un vecchio insegnante rimasto per tutta la vita a Nazareth, con le conseguenze che ciò rappresenta.


I protagonisti si rapportano con famiglie di tutte le classi e le religioni, dipingendo un affresco della complessità della convivenza nella Palestina di oggi. Il film non racconta solo le vicende di un padre e un figlio (interpretati da un padre e un figlio, Mohammed Bakri e Saleh Bakri, e doppiati nella versione italiana da un padre e un figlio, Andrea e Marco Meta), ma è un’opera profonda che dipinge le difficoltà di essere giovani e anziani, il cui punto d’incontro sembra essere un caffè e una sigaretta condivisi in terrazza al crepuscolo.

La regista Annemarie Jacir si è ispirata a un fatto realmente accaduto in occasione del matrimonio di sua cognata, quando il marito e il suocero hanno seguito doverosamente l’iter previsto dal wajib. La pellicola si svolge quasi interamente all’interno di una vecchia Volvo, testimone di tempi più felici per la famiglia ormai divisa. Man mano che la giornata trascorre, vengono al pettine tutti i nodi nascosti nel legame tra padre e figlio: il rapporto a distanza con la madre lontana, la fidanzata di Shadi, Nada, non gradita a suo padre e per questo annullata in quasi tutte le conversazioni con gli altri parenti, i trascorsi pseudo-politici del ragazzo che lo hanno costretto ad emigrare contro la sua volontà. In quasi tutte le conversazioni intraprese con gli invitati traspare il desiderio paterno di vedere Shadi tornare a vivere a Nazareth, desiderio non condiviso però dal figlio. Questo rappresenta un ulteriore motivo di disapprovazione nei confronti di Nada, il legame con la quale mette a repentaglio questa possibilità essendo lei figlia di un alto rappresentante dell’OLP e per questo bandita dalla Palestina.

Wajib è tutto questo, senza risultare didascalico strappa spesso allo spettatore un sorriso o una risata, più o meno amara che sia.
In sala dal 19 aprile, vale certamente la pena andare a vedere un film che risulta profondo, ironico e per questo interessante e pieno di spunti di riflessione; non a caso è stato candidato agli Oscar come miglior film straniero in rappresentanza della Palestina.

Alessia Gasparini