Recensione: “Ready Player One” al cinema la magia della cultura pop degli anni 80’

Dopo meno di due mesi dall’uscita nei cinema nostrani di The Post, presente alla cerimonia degli Oscar con due nomination, Steven Spielberg ritorna prepotentemente nelle sale italiane con Ready Player One. Il film, tratto dall’omonimo romanzo del 2010 di Ernest Cline, aveva creato grandi aspettative nei fan e non ha deluso le attese.

 

Anno 2040. La fine del mondo come lo conosciamo oggi è ormai concreta. Il sovrappopolamento, la povertà e l’inquinamento hanno raggiunto un punto critico. In questa società disastrata le persone sfuggono alla realtà e si immergono in OASIS, mondo virtuale nel quale è possibile creare un proprio avatar e condurre una seconda vita nel videogioco. La prematura morte del creatore di OASIS, J.D. Halliday (interpretato dal premio Oscar Mark Rylance), da il via alle vicende narrate nel film. Il programmatore, infatti, lancia una sfida a tutti i giocatori: egli ha nascosto un easter egg all’interno della sua creazione. Chiunque riuscirà a trovare questo oggetto diventerà l’unico possessore di OASIS e degli ingenti guadagni che esso produce. Il film inizia a Columbus, Ohio. Sono passati cinque anni dopo la scomparsa di Halliday e nessuno è ancora riuscito a risolvere il suo enigma. Incontriamo per la prima volta Wade Watts (Tye Sheridan), giovane orfano che vive con una zia in periferia. Anche Wade si trova all’interno del videogioco sotto il nome di Parzival e tenterà , con l’aiuto di nuovi amici e amori conosciuti sulla piattaforma, di aggiudicarsi il premio prima della IOI, una multinazionale senza scrupoli guidata da Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn).

La peculiarità visiva del film porta a sacrificare lo spazio di alcuni personaggi comprimari (la zia di Wade) e l’approfondimento di altri, in particolar modo l’antagonista che viene ridotto ad una mera macchietta. Un piccolo neo che viene controbilanciato da un apparato grafico impressionante. Ready Player One, infatti, è un’opera che parla per immagini. Gli indizi per superare le prove ed arrivare all’easter egg sono connessi ai ricordi e alle passioni del suo creatore, indissolubilmente legati alla pop culture degli anni ’80. Attraverso questo espediente, Spielberg è libero di spaziare in universo che espande fino ai giorni nostri, talmente vasto da rendere impossibile il ritrovamento di tutte le citazioni disseminate.

Un’intera sequenza ambientata nel terrificante mondo di Shining ed omaggio al maestro Stanley Kubrick. Le Tartarughe Ninja, Lara Croft, Godzilla, Master Chief, Gundam, Freddy Krueger, Tracer, la DeLorean, il Gigante di Ferro e centinaia di altri personaggi. Tutto in un solo film, tutti in un’unica epica battaglia .Vorrei aggiungere qualche altra piccola considerazione o qualche particolare tecnico, ma ce ne sarebbe davvero bisogno per convincervi ad andare a vederlo?

Salvatore Basolu