Il 27 giugno è usicito nella sale italiane il remake del film diretto da Franklin Schaffner nel 1973, ispirato all’autobiografia di Henri Charrière, “Papillon”.
Diretto da Michael Noer, “Papillon” è interpretato da Charlie Hunnam e da Rami Malek, rispettivamente nei ruoli che vedevano protagonisti Steve McQueen e e Dustin Hoffman, nei panni di Papillon e di Louis Dega, i due fuggitivi tanto irrimediabilmente diversi, quanto indissolubilmente uniti da una profonda amicizia che scardina letteralmente la definizione.
La pellicola mostra l’agghiacciante storia del francese Henri Charrière (Papillon), accusato ingiustamente di omicidio e deportato nel carcere di Guyana, costretto ai lavori forzati, in un luogo paragonabile ad una macchina da morte, un inferno in terra capace di spezzare il più forte dei corpi e la più resistente delle menti.
Sarà durante il viaggio verso l’isola che Papillon conoscerà Louis Dega, un noto falsario letteralmente colmo d’oro, ma con evidenti limitazioni fisiche e mentali in un ambiente in cui la lotta per la sopravvivenza si protende fino all’ultima goccia di sangue.
Il legame tra i due, inizialmente stretto solo per necessità pratiche ed egoistiche, diverrà il caposaldo della loro sopravvivenza nel tremendo carcere, spingendoli a ritrovare i capostipiti di un’umanità perduta in un luogo in cui qualsiasi forma di civiltà o di approccio differente da quello animale sono aboliti, e in cui il versare sangue, il prevalere, l’arrancare e l’ingannare sono necessari quanto bere e mangiare.
Un merito particolare che va riconosciuto al regista danese, si può individuare nell’orchestrazione delle scene di isolamento: spesso i film tendono a saltare gran parte della scansione consequenziale di un tempo reale quando si tratta di mostrare un periodo di isolamento, giungendo direttamente alle conseguenze sul condannato causate dall’atroce solitudine, mentre nella pellicola viene dedicato molto spazio ai minuti, alle ore, alle giornate intere, fino ad arrivare agli anni che il protagonista trascorre in completa solitudine, immergendoci con lui nel vuoto di un silenzio consumante capace di farci udire il nostro stesso sangue scorrerci nelle vene e che eleva il film quasi più di quanto la splendida amicizia e umanità che legano i due protagonisti siano in grado di fare.
Alice Galglio