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Recensione – Paola Turci, “Amore a dismisura”: un disco che non urla, ma pur con qualche inciampo, sa dove colpire

Sette anni, musicalmente, sono un’era geologica. Nel frattempo sono cambiati i social, gli algoritmi, i formati e soprattutto la soglia di attenzione: oggi una canzone dovrebbe possibilmente conquistarti prima che tu abbia il tempo di saltarla. Paola Turci torna con “Amore a dismisura” e decide di comportarsi come se tutto questo non fosse successo. Che può essere coraggio oppure ostinazione. Probabilmente entrambe le cose.

Non mette il cappellino al contrario per sembrare contemporanea, non chiama il rapper ventiduenne di turno per ricordarci che sa dove si trova Spotify, non infila elettronica ovunque con la stessa convinzione con cui certi ristoranti infilano la salsa teriyaki anche dove non dovrebbe stare. Fa semplicemente un disco da Paola Turci. E oggi è già qualcosa.

L’amore, per fortuna, non è quello delle frasi motivazionali

Il titolo “Amore a dismisura” potrebbe far temere cuori spalancati, abbracci cosmici e citazioni da mettere sotto una foto al tramonto. Succede invece il contrario. L’amore viene osservato soprattutto quando comincia a funzionare male: quando diventa bisogno, possesso, nostalgia, dipendenza, quando si confonde il desiderio di amare con quello di essere scelti. Turci ha almeno il buon gusto di non fingere di avere trovato una soluzione. “E va bene così” parte dalle contraddizioni personali e da quella tendenza molto umana a trascorrere metà della vita a sbagliare e l’altra metà a processarsi per aver sbagliato. Nessuna guarigione spettacolare: semplicemente, a un certo punto, forse bisogna smettere di convocarsi in tribunale ogni mattina.

Con “Vita mia” arriva inevitabilmente la rinascita, parola ormai pericolosissima dopo anni di coaching, podcast motivazionali e persone che dopo aver lasciato il fidanzato si dichiarano “rinate” perché hanno comprato un biglietto per Formentera. Turci, fortunatamente, la tratta con maggiore pudore: capire qualcosa di sé, sbagliare ancora, correggersi, accettare che alcune ferite non scompaiono ma semplicemente smettono di decidere al posto nostro. Musicalmente il disco rivela qui la propria natura: non vuole impressionare, vuole sedimentare. E non sempre riesce allo stesso modo, ma quando funziona lascia il segno.

Finalmente qualcuno che dice: “Che noia mi fai”

“Che noia mi fai” è già un titolo magnifico. Mentre da anni siamo impegnati a classificare ogni ex come narcisista, manipolatore, evitante o portatore sano di red flag, Turci recupera una diagnosi molto più efficace: mi annoi. Fine. Il brano scritto con Motta porta un po’ di necessaria leggerezza in un album che, altrimenti, rischierebbe di prendersi parecchio sul serio. Perché l’amore adulto non è soltanto trauma, consapevolezza e sedute dallo psicologo: qualche volta è semplicemente accorgersi che la persona che sembrava irresistibile possiede improvvisamente il fascino del regolamento condominiale.

Poi arriva “Manchi” e il registro cambia. L’assenza passa attraverso ciò che resta, le abitudini e le piccole cose. Turci ha una qualità che questo album sfrutta bene: non ha bisogno di urlare per sembrare ferita. Quando sottrae, spesso arriva più lontano. È una cantante che conosce perfettamente i propri strumenti e questo, però, diventa anche uno dei piccoli problemi dell’album: a volte il controllo è talmente perfetto che viene voglia di vederla perdere il controllo.

L’eleganza va bene, ma ogni tanto bisogna rovesciare il tavolo

La parte centrale è infatti quella in cui “Amore a dismisura” rischia maggiormente di adagiarsi nella propria eleganza. “È tutto bellissimo” racconta quelle relazioni che sembrano perfette semplicemente perché sono ben arredate: coppie che non si parlano ma pubblicano “my person”, persone che trasformano la propria vita sentimentale in un piccolo ufficio comunicazione. Il tema funziona, ma qui emerge uno dei limiti del disco: alcune canzoni sono più interessanti da spiegare che da ricordare. Turci ha parecchie cose da dire, non sempre trova una melodia altrettanto memorabile per dirle.

“Non basta l’argenteria per essere splendida” è invece uno dei titoli più riusciti del progetto e anche una sintesi abbastanza precisa della nostra epoca. Puoi possedere case, borse, viaggi e apparecchiare magnificamente, restando comunque completamente vuoto. Sembra un’ovvietà finché non si apre Instagram. Il brano continua a muoversi dentro quella raffinatezza che attraversa l’intero disco: bella, molto bella, forse persino troppo. Perché un album chiamato Amore a dismisura ogni tanto dovrebbe concedersi il privilegio della dismisura, sporcare una chitarra, rompere qualcosa, diventare meno educato.

“Miss” e il punto in cui il possesso smette di chiamarsi amore

Con “Miss”, scritta da Francesco Bianconi, cambia la temperatura. La violenza sulle donne viene affrontata senza trasformare la canzone in un comunicato stampa con accompagnamento musicale, cosa meno scontata di quanto sembri. La storia viene prima del messaggio e proprio per questo il messaggio arriva. Nel contesto dell’album, Miss rivela anche il lato più oscuro della parola “dismisura”: esiste un punto in cui l’amore smette di essere amore, anche se continuiamo ostinatamente a chiamarlo così. Il possesso non diventa romantico perché lo ribattezziamo gelosia e il controllo non diventa protezione perché viene esercitato da qualcuno che dice di amarci. La lingua sentimentale è piena di alibi e qui Turci prova almeno a eliminarne qualcuno.

Con “Gesù di Michelangelo” l’orizzonte si allarga ancora. La Pietà diventa immagine di cura, accoglienza e misericordia, mentre l’inserimento della voce araba porta il brano fuori dalla dimensione strettamente privata. È forse l’episodio più ambizioso dell’album e rischia persino di caricarsi di troppi simboli, ma va bene così: in un disco tanto misurato, un eccesso è quasi terapeutico. Meglio una canzone che rischia di dire troppo di una che nasce programmata per non disturbare nessuno.

Finalmente la dismisura

La title track “Amore a dismisura” raccoglie desiderio, dipendenza, paura, libertà e bisogno. Qui l’amore non viene celebrato ma interrogato, ed è una differenza sostanziale. Quanto possiamo perdere di noi stessi prima che il sentimento diventi qualcos’altro? Quanto bisogno possiamo chiamare passione? Quanto controllo possiamo spacciare per protezione? Il disco è più interessante proprio quando evita di rispondere.

“Lo stesso errore” chiude invece tornando al punto di partenza: noi stessi. La fastidiosa constatazione è che possiamo conoscere perfettamente i nostri errori e continuare a ripeterli. È una delle grandi truffe dell’età adulta: credere che capire automaticamente significhi guarire. Possiamo analizzare per anni il motivo per cui scegliamo persone sbagliate e poi rispondere comunque a quel messaggio alle due di notte. Turci non concede una redenzione finale, e forse proprio per questo la chiusura funziona.

Un disco adulto, nel bene e nel male

“Amore a dismisura” è un disco adulto, ma non nel senso deprimente con cui a volte si definiscono quegli album molto educati destinati a persone che ascoltano musica mentre scelgono il vino. È adulto perché non semplifica, accetta le contraddizioni e non scambia la consapevolezza per la felicità. Soprattutto, Paola Turci non sembra interessata a dimostrare di essere contemporanea: questo è il pregio principale del progetto e, contemporaneamente, il suo limite. La coerenza sfiora talvolta l’uniformità; gli arrangiamenti sono curati, la voce è riconoscibilissima, la scrittura solida, ma ogni tanto viene voglia di dirle: benissimo tutto, adesso però arrabbiati. Rompi qualcosa. Lascia entrare un po’ di rumore.

Eppure il disco cresce con gli ascolti. Alcune canzoni acquistano peso lentamente, emergono dettagli e si capisce che questa musica pretende una cosa diventata quasi indecente: tempo. Non trenta secondi, non un ritornello piazzato subito per evitare che qualcuno cambi playlist. Tempo. Forse non è il disco definitivo di Paola Turci, e non tutte le tracce possiedono la stessa forza, ma è un lavoro coerente, sincero e artisticamente libero. Turci non prova a dimostrarci di essere ancora rilevante. Fa qualcosa di più intelligente: canta come se non dovesse dimostrarlo a nessuno.

RASSEGNA PANORAMICA
RECENSIONE: PAOLA TURCI. AMORE A DISMISURA
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Stefano Germano
Stefano Germano, laureato presso l'IULM, consulente discografico e critico musicale, è un appassionato di TV, cultura moderna e new media, sempre alla ricerca delle storie più intriganti e delle tendenze culturali del momento.
recensione-paola-turci-amore-a-dismisura-un-disco-che-non-urla-ma-pur-con-qualche-inciampo-sa-dove-colpirePaola Turci torna con un disco elegante, adulto e coerente, che preferisce la riflessione all’effetto immediato. “Amore a dismisura” ha testi solidi, buone intuizioni e una voce sempre credibile, ma a tratti la misura diventa uniformità. Un lavoro personale e curato, che convince più per intenzione e scrittura che per reale capacità di sorprendere.