Recensione: “Outlaw King” Il re fuorilegge che conquistò la Scozia

La pellicola di David Mackenzie è un tributo alla figura di Roberto I, il re di Scozia che lottò audacemente per l’indipendenza del suo Paese.
Ambientato nel XIV secolo, il film si apre con la sottomissione del nobiluomo Robert Bruce (Chris Pine) alla Corona inglese. Robert appare come un personaggio mite, leale e incredibilmente delicato verso la sua seconda moglie, Elizabeth de Burgh (Florence Pugh) e la figlia Marjorie. Il suo temperamento si fa più vigoroso in seguito alla morte del padre e all’uccisione di sir William Wallace. Da questo momento in poi il film di Mackenzie sembra proseguire da dove Mel Gibson si era fermato vent’anni fa con il suo memorabile Braveheart. Robert Bruce sfida apertamente il re inglese Edoardo I, uccide in un luogo sacro il suo acerrimo rivale John Comyn, si fa incoronare illegalmente primo Re di Scozia, e con astuzia e coraggio sconfigge l’imponente esercito inglese nella decisiva battaglia di Loudoun Hill.
Marito romantico, padre premuroso, condottiero audace e assassino benedetto dalla chiesa. Il film pur descrivendo le gesta di Roberto I non minimizza affatto il suo delitto, offrendo il ritratto di un eroe decisamente complesso. L’attore che lo incarna, Chris Pine, dichiara: “Non sapevo nulla delle vicende di Robert the Bruce prima di essere coinvolto in questo progetto. Il mio personaggio rischia la sicurezza sua e quella della propria famiglia per il bene di molti. Oggi più che mai questo modello è necessario. Instilla la speranza che esistano più atti di generosità e che l’egoismo possa essere arginato”.
Nel film non mancano atti cruenti quali sventramenti, impiccagioni, decapitazioni, che fanno riflettere non solo sulla disumanità della guerra, ma anche sull’inquietante naturalezza della violenza: laddove essa non è più sanzionabile sembra non incontrare alcun limite in seno alla coscienza umana.
Presentato all’ultimo Festival di Toronto, nella versione integrale di 137 minuti, “Outlaw King” è stato successivamente tagliato di ben 20 minuti dal regista, inseguito alle reazioni del pubblico in sala. David Mackenzie ha infatti dichiarato: “Potevo sentire cosa provavano gli spettatori. Sono sensibile al loro modo di percepire il film. Sentivo che c’erano delle sequenze che non stavano aiutando la storia a proseguire. Adesso c’è più ritmo e un accesso migliore ai personaggi.”
Outlaw King” non può e non vuole essere “Braveheart 2”. Inevitabile è il paragone con il film di Mel Gibson, ma tolto il sentimento di ribellione, le pellicole differiscono in termini di epicità e stile. Mackenzie propone una prospettiva meno hollywoodiana e più ad altezza d’uomo. Alle sontuose colonne sonore di Braveheart che incorniciano le verdissime distese scozzesi, il regista britannico preferisce ambienti più fangosi, alle cornamuse ritmi più tribali, e al tartan dei kilts vesti più anonime. “Outlaw King” non è un film politico e non punta sul patriottismo, concetto dal quale il regista stesso ne prende le distanze, si concentra piuttosto sul quel sentimento di riscatto rispetto a quanto è stato indebitamente sottratto.

Valentina Corasaniti