Recensione: Madame, “Disincanto”, il prezzo di crescere (e quello che la musica non ti dice)

Una frase, più di tutte, aleggia come un’ombra elegante e scomoda dentro Madame e il suo nuovo album Disincanto: la musica non è innocente. Non lo è mai stata, ma raramente qualcuno ha avuto il coraggio di dirlo così chiaramente — senza metafore consolatorie, senza rifugiarsi dietro la poesia.

E allora Disincanto non è solo un disco: è una sottrazione. Un gesto netto, quasi chirurgico, con cui Madame decide di togliere — illusioni, sovrastrutture, aspettative — fino a lasciare scoperta la parte più fragile e, proprio per questo, più vera.

La fine dell’incantesimo (che non è una resa)

Il titolo è già una dichiarazione di intenti. Disincanto non coincide con la disillusione: è piuttosto il momento in cui qualcosa si rompe, sì, ma per permettere allo sguardo di diventare più lucido. Non c’è cinismo sterile, qui. C’è piuttosto una consapevolezza nuova, adulta, che attraversa tutto il disco come una corrente sotterranea.

Madame non cerca più di piacere a tutti. E, soprattutto, non cerca più di piacersi sempre.

Le canzoni non offrono risposte: accumulano dubbi. È una scelta precisa, quasi politica. In un panorama musicale che spesso vive di certezze prefabbricate, Disincanto è un disco che si permette di essere incompleto, irrisolto, umano.

Tracklist e collaborazioni: un racconto in 14 capitoli

Come riportato da All Music Italia, Disincanto si sviluppa attraverso 14 tracce che disegnano un percorso emotivo stratificato, tra introspezione e provocazione.

Dalla title track “Disincanto” a brani chiave come “Come stai?” e “La persona peggiore del mondo”, il disco alterna momenti più riflessivi a incursioni dirette e quasi abrasive.

Due le collaborazioni che segnano l’album:

  • “Volevo capire” con Marracash, uno dei dialoghi più intensi del progetto
  • “Puttana Svizzera” con Nerissima Serpe, Papa V e 6occia, che spinge Madame verso territori urban più crudi

È una tracklist che non cerca coerenza rassicurante, ma tensione narrativa: ogni brano sembra un frammento di un’identità in trasformazione.

“Come stai?”: la rabbia che mancava alla Gen Z

Il cuore pulsante dell’album è “Come stai?”, un brano che suona come una resa dei conti con l’industria musicale. Qui Madame alza il volume — non tanto della musica, quanto del contenuto — e mette in fila tutto ciò che di solito resta fuori dalle canzoni: compromessi, dinamiche opache, pressioni invisibili.

Il riferimento ideale è “L’avvelenata” di Francesco Guccini, ma aggiornato a un presente dominato da social, hype e FOMO.

La scrittura come terapia (ma senza guarigione)

Se c’è un filo che tiene insieme Disincanto, è la funzione catartica della scrittura. Madame usa le parole non per spiegarsi, ma per avvicinarsi a qualcosa che ancora non capisce del tutto.

La paura è ovunque. Non come limite, ma come presenza costante. Diventa quasi un personaggio ricorrente, una lente attraverso cui leggere il mondo.

Non c’è alcuna estetizzazione del dolore. Piuttosto, una tensione continua tra il bisogno di controllo e la consapevolezza di non poter controllare nulla.

Suono e identità: un equilibrio imperfetto

Dal punto di vista musicale, Disincanto non rivoluziona il linguaggio di Madame, ma lo affina. Il lavoro con il producer Bias costruisce un universo sonoro coerente, in cui elettronica, pop e suggestioni urban convivono senza mai sovrastare il testo.

Le influenze sono digerite, mai ostentate: tutto resta al servizio di una scrittura profondamente personale.

Tra intimo e politico: il mondo entra, anche se non invitato

Anche quando Madame guarda dentro sé stessa, il mondo resta fuori dalla porta. Guerre, informazione, attualità: tutto filtra nei testi, ma senza mai diventare slogan.

C’è un passaggio chiave: la necessità di scegliere a chi credere, in un’epoca in cui tutto è accessibile ma niente è davvero affidabile.

Il verdetto

Disincanto è un disco scomodo. Non perché provochi, ma perché rifiuta di semplificare. Non cerca hit facili, non costruisce narrazioni consolatorie, non protegge l’ascoltatore.

E proprio per questo funziona.

Madame conferma di essere una delle voci più lucide e interessanti della sua generazione, ma soprattutto una delle poche disposte a mettere in discussione il sistema di cui fa parte.

Non è un album che ti accompagna: è un album che ti mette davanti.

E, una volta finito, la domanda resta lì — sospesa, inevitabile: quanto costa davvero crescere?

Voto: 9

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Stefano Germano, laureato presso l'IULM, consulente discografico e critico musicale, è un appassionato di TV, cultura moderna e new media, sempre alla ricerca delle storie più intriganti e delle tendenze culturali del momento.