Recensione: “L’uomo di neve” una grande dissonanza tra un bianco troppo accecante ed eccessivamente “impattante” per fiumi di porpora estremamente castigati e deboli.

L’uomo di neve è il titolo del romanzo scritto dal premiato e famoso autore norvegese Joe Nesbø. Scrittore dalla penna gialla inconfondibile e dallo stile poliziesco in cui i lettori rimangono coinvolti, lasciandosi affascinare e sorprendere dalla continua tensione e suspense; nulla è abbandonato al caso. Un testo diventato Bestseller in cui le aspettative dei lettori sono state soddisfatte. Ciò che invece ha deluso e causato una serie di domande senza risposte è il mal riuscito adattamento cinematografico del romanzo: “L’uomo di neve“ di Tomas Alfredson.

Forse lo stesso regista ha sofferto nella ristesura della sceneggiatura e nella realizzazione in immagini di questo soggetto passato dalle mani probabilmente di troppi direttori, inizialmente affidato a Martin Scorsese poi a Morten Tildum è arrivato infine alla direzione di Alfredson. Questo passaggio da un “padre” all’altro dello script sembra aver portato come risultato un film in cui il tessuto e l’anima poliziesca del testo viene a mancare. Una sceneggiatura in cui troppe volte ci si chiede cosa stia succedendo senza riuscire a capire il vero messaggio del regista. La suspense non ha alcun vero mordente, già a metà del film si può intuire il possibile serial killer in quanto la fisionomia e le caratteristiche fisiche dell’assassino, ripreso più volte di spalle, con una serie di esclusioni di personaggi riportano alla risoluzione del caso. Anche il personaggio del poliziotto, protagonista della storia cade nel classico clichè dell’investigatore dal passato macchiato, dedito all’alcol e con una vita da ricostruire. Tre storie che si incrociano con flashback confusi, riguardano Harry Hole il detective, interpretato da Michael Fassbender, l’assassino Mathias interpretato da Jonas Karlsson e l’investigatore Gert Rafto interpretato da Val Kilmer, che coinvolge anche la vita dell’altra protagonista Rebecca Ferguson nelle vesti della classica compagna di indagini Katrine Bratt.

Una storia gialla che dal cast artistico eccezionale e da quello tecnico importante (tra i produttori Martin Scorsese) rende le aspettative alte ed interessanti. Purtroppo la riuscita è stata però deludente nonostante la bravura di Fassbender e del resto degli attori. La trama e l’intrigo dell’autore Joe Nesbo è senza ombra di dubbio avvincente e meritava una regia degna dell’inventiva dello scrittore. Un investigatore dal passato da risolvere indaga su un serial killer che uccide solo donne single con figli, mettendo in atto una decapitazione con l’arrivo di una nevicata e lasciando come firma del delitto un pupazzo di neve. A questa storia si legano le indagini di Gert Rafto avvenute anni prima che coinvolgono anche la vita di Katrine Bratt.

Ciò che colpisce in maniera positiva è la magnifica fotografia di Dion Beebe maestro del colore e delle inquadrature magistrali. Dalle prime scene si è immersi in un paesaggio norvegese, dove è stato girato l’intero film, di grande impatto e forza. Il bianco della neve è il dominatore comune di tutta la storia, un bianco impregnato di rosso, un rosso che però non regala agli spettatori un clima di aspettative e sorprese proprie del genere giallo. Anche il montaggio di Claire Simpson riesce a catturare l’attenzione del pubblico ma ciò che porta ad un totale spaesamento di coloro che assistono al “L’uomo di neve” è il tessuto narrativo privo di una giusta tela descrittiva ed uno snodo logico e avvincente della storia. Si avverte la mancanza di un’analisi approfondita dei personaggi, storie non ben definite e dai contorni non delineati.

Come per “La donna del treno” il thriller tanto atteso e dalle aspettative gloriose, si esce dalle sale con molti interrogativi e con un giudizio del tutto non positivo; gli adattamenti cinematografici dei bestseller di successo sono una grande sfida per registi e sceneggiatori, soprattutto quando si parla del genere noir.

“L’uomo di neve” una grande dissonanza tra un bianco troppo accecante ed eccessivamente di impatto per fiumi di porpora estremamente castigati e deboli.

Carlotta Bonadonna

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Recensione: "L'uomo di neve"
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