Recensione: “L’ora più buia” Gary Oldman nei panni di Churchill per una storia di sacrificio, risolutezza ed audacia

Tutt’altro che perfetto, anzi, era una personalità a tratti eccessivamente vulcanica, quasi una mina vagante, un accanito fumatore di sigari e la sua giornata non poteva incominciare per il meglio se non accompagnava la prima colazione con due dita di scotch allungate con acqua… alle quali ne sarebbero poi seguite tante altre nel corso delle ventiquattro ore. Forse non sarà stato l’uomo che gli inglesi si meritavano, già promotore durante la Grande Guerra della fallimentare campagna militare di Gallipoli contro i turchi, ma fu senz’altro quello di cui avevano bisogno nell’ora più buia del Regno Unito del ventesimo secolo. Una scostante testa calda, tuttavia piena di umanità e coraggio, quella di Winston Churchill, al quale vennero affidate le sorti del proprio paese come primo ministro, per cercare di trovare un antidoto alle insidie naziste nel corso della seconda guerra mondiale. Una figura che, nonostante le sue origini aristocratiche, rivestì di una certa importanza anche l’opinione del comune cittadino per salvaguardare l’integrità fisica, ma non solo, della loro adorata terra natia.

L’ora più buia” è una pellicola che ci parla appassionatamente di sacrificio, risolutezza e di audacia di fronte al pericolo imminente, senza mai cedere completamente il passo alla paura, ma bensì affrontandola costantemente a testa alta e guardandola dritta negl’occhi, perché la Gran Bretagna, quanto Churchill stesso, avevano compreso che una resa a favore delle armate del mefistofelico Führer sarebbe stata decisamente molto peggio della totale caduta del popolo inglese; una specie di patto con il Diavolo insomma.
Il film, senza volerlo, ha pressoché l’aria di un midquel che si compenetra con il “Dunkirk” di Christopher Nolan, visto che le decisioni prese ne “L’ora più buia” storicamente hanno condizionato le vicende rinarrateci nella pellicola del regista della trilogia batmaniana, come quasi a suggerirci la contemporanea visione delle due opere appena menzionate, benché non siano state pensate per il medesimo universo cinematografico, con l’intento di acquisire un’idea d’insieme se non altro più dettagliata di quel preciso crocevia storico.
Come nei biopic più classici, il fascino de “L’ora più buia” non sta tanto nella storia che ci viene raccontata, vittima di una narrazione sin troppo didascalica anche se scandita da una serie di confacenti rintocchi che ricordano quelli del Big Ben londinese, quanto piuttosto nella mimesi dei suoi interpreti e nella partecipata riproduzione emotiva dei loro personaggi, tra i quali spicca ovviamente il Winston Churchill di un Gary Oldman (prova che gli è persino avvalsa un Golden Globe come miglior attore protagonista in un film drammatico), ricoperto da un make-up davvero verosimigliante, che non gigioneggia mai (malgrado la caratterialità di Churchill si prestasse molto a questo semplice deprecabile espediente performativo) e che riesce a regalarci uno sfaccettato Churchill in bilico fra il serio ed il faceto, fra impeto e ragione, e fra decisione e dubbio.


“L’ora più buia” è lontana dall’essere denominata un capolavoro, visto che difetta di una sceneggiatura poco ispirata, ma è comunque un’ottima pellicola di matrice storica, dove l’eccellenza attoriale è il vero pilastro di quest’opera, anche se la regia di Joe Wright non manca di certi guizzi: come le lunghe carrellate che seguono l’analitico sguardo di Churchill sul popolo inglese o le tetre cornici d’ombra che ammantano un Winston Churchill sfiduciato e turbato, ma che in seguito ha sempre ritrovato la forza di reagire e rialzarsi.

Il successo non è definitivo, il fallimento non è fatale: ciò che conta è il coraggio di andare avanti”.
Winston Churchill

Gabriele Manca