Recensione: “La forma dell’acqua” un altro mondo parallelo nella fiaba cinematografica di Guillermo del Toro

In un universo privo di tempo e di leggi, una principessa senza voce diviene protagonista di una splendida fiaba che le permetterà di trovare l’amore della sua vita, un amore puro ed essenziale ostacolato da un terribile mostro.
Comincia in questo modo l’intenso e nuovo racconto incantato del regista visionario Guillermo del Toro, una fiaba cinematografica capace di approdare agli Oscar del 4 marzo con ben tredici nominations.


La storia narrata da “La forma dell’acqua” inizia con la dolce protagonista, una ragazza con lo sguardo costantemente sognante, l’umile principessa muta del racconto, Eliza Esposito (interpretata da una sensazionale Sally Hawkins), intenta a seguire la solita routine, immersa nel suo piccolo appartamento invaso da un sottofondo di musiche che rimandano al cinema degli anni ’60 e ai raffinati toni francesi.
In una tale atmosfera surreale, che pervaderà l’intera pellicola, soltanto vari indizi sparsi ci faranno comprendere la complessa epoca in cui ci troviamo, anni di piena Guerra Fredda, di un America colma di razzismo, misoginia e di qualsiasi altra discriminazione abbattuta con tanta fatica solo in seguito.

In questo “mondo altro” che trova il suo punto di maggior forza nella fotografia e nella colonna sonora, incontriamo anche gli altri personaggi facenti parte del racconto, tutte personalità emarginate per motivi differenti, macchie sbiadite in un tempo che non appartiene loro: il vicino di casa e fedele amico di Eliza, Giles, un illustratore gay in un’epoca che privilegia la visione fotografica; Zelda, collega e confidente della protagonista, una donna afroamericana, svantaggiata su ben due fronti; Robert Hoffstetler, uno scienziato interessato alla conoscenza e alla salvaguardia del diverso, invece che al profitto e alla competizione; fino ad arrivare all’amore proibito di Eliza, la creatura acquatica che la incanta fin dal primo momento, un anfibio umanoide dal fascino magnetico (con caratteri ripresi volutamente dall’ibrido della laguna nera) prelevato in Amazzonia, un dio nel suo habitat naturale e un mostro nel laboratorio nel quale viene tenuto prigioniero, sotto la tutela del crudele colonnello Strickland (interpretato da un credibilissimo Michael Shannon) che non esita a torturarlo e a maltrattarlo continuamente.

Proprio grazie alla creatura così lontana dalla conoscenza umana, ma dall’animo più puro e umano di quanto lo sia quello di molti uomini, si apre uno dei temi più forti che il regista non esita ad inserire nella sua pellicola: la “santificazione” del mostro, termine completamente svuotato del significato da sempre attribuitogli e dotato di una nuova connotazione che lo rende la vittima, il martire e l’essere umano della storia, poiché intelligente, buono e capace di provare e di donare amore, come tiene a sottolineare del Toro nelle sue interviste.

Come antitesi dell’incontaminatezza della creatura, viene posto il “marciume” dell’animo nero del colonnello Strickland, nel quale sono racchiusi tutti i caratteri peggiori dell’uomo bianco e americano degli anni ’60, tra cui il razzismo, la discriminazione verso le donne, la sete di potere e di controllo e l’atteggiamento sprezzante e di superiorità generale verso chi è ritenuto da lui inferiore.

Il coraggio della pellicola del regista messicano, sta nello scavare persino più in profondità di quanto abbia fatto il collega Luca Guadagnino con “Chiamami col tuo nome”, il quale è stato capace di far apparire una relazione omosessuale come totalmente naturale; provando a rendere normalmente appassionante un amore platonico e carnale tra una donna e una creatura non umana, riuscendo nell’intento grazie anche alla carica erotica che traspare dalla caratterizzazione del corpo umanoide dell’anfibio.

In conclusione, l’obiettivo del fiabesco film di Guillermo del Toro, non è quello di rendere realista il suo racconto e di creare una fantascienza credibile, ma di suggestionare lo spettatore immergendolo completamente in un mondo surreale come avviene nelle altre sue più famose opere come “Il labirinto del fauno” e “Crimson Peak”, catturando l’attenzione tramite la potenza dell’immagine, delle musiche e del forte simbolismo che imperversa nella pellicola: il colore rosso che indossa Eliza dopo aver trovato l’amore; il verde che ritroviamo in diversi oggetti e richieste specifiche dei personaggi, sinonimo della necessità impellente di progresso; l’uovo come elemento che introduce la normalizzazione della malvista masturbazione femminile, presentata nel film come naturale e priva di malizia; fino ad arrivare alla cinematografia come rifugio della libertà di espressione, veicolo di parole non dette, sentimenti celati e sottointesi, grazie all’inserimento di frasi specifiche provenienti dalla televisione lasciata accesa o dal cinema sottostante all’abitazione di Eliza, sottofondo di scene selezionate.

Ad affiancare Sally Hawkins e Michael Shannon, degne di nota sono le interpretazioni di Octavia Spencer (Zelda) e Richard Jenkins (Giles), entrambi nominati come migliori attori agli Oscar insieme alla Hawkins; e la nuovamente apprezzata presenza di Michael Stulhbarg (Robert Hoffstetler), il quale ha preso parte anche al cast di “Chiamami col tuo nome”.

Alice Gaglio