Recensione: “Bohemian Rhapsody” la magia dei Queen rivive sul grande schermo nel capolavoro di Bryan Singer

Dal 29 novembre uscirà nei cinema italiani l’attesissimo Bohemian Rhapsody, il film-evento sulla cometa del rock, il leggendario frontman dei Queen che ha unito intere generazioni con la straordinaria potenza della sua voce.
“Sono nato con altri quattro incisivi. Più spazio nella mia bocca, più estensione vocale.” Così Farrokh Bulsara, prima di diventare Freddie Mercury (Rami Malek), si presentava al batterista Roger Taylor (Ben Hardy) e al virtuosissimo chitarrista Brian May (Gwilym Lee).
Nato a Zanzibar da una coppia conservatrice Parsi, le origini culturali di Mercury vengono accennate dal pane indiano sul tavolo da pranzo, dai tradizionalissimi mithai, e dall’offensivo e crudele epiteto “paki”. La pellicola racconta la biografia della rockstar a partire dagli anni ‘70, da quando lavorava come gestore dei bagagli all’aeroporto di Londra e contemporaneamente fondava il gruppo “Queen”.
Una delle sequenze migliori è la registrazione di Bohemian Rhapsody in un isolato studio di campagna. Mercury è da solo davanti al pianoforte, in una villa rurale, con le sue emozioni crude e il talento naturale in mostra. La sua ambizione è produrre una musica che combini la scala dell’opera con l’arguzia di Shakespeare e la grandezza del teatro musicale per “gli emarginati in fondo alla stanza”. Anche se la canzone da cui il film prende il titolo è considerata una delle più grandi di tutti i tempi ed ottenne un clamoroso successo da parte del pubblico, i dirigenti discografici erano profondamente scettici quando i Queen scelsero Bohemian Rhapsody come singolo per l’album del 1975 “A night at the Opera”. La band fu avvertita che a causa del suo ingombrante runtime di 6 minuti, non sarebbe mai passata in radio malgrado la strepitosa progressione musicale e i suoi raffinatissimi riferimenti a Scaramouche e Beelzebub. Un irriconoscibile Mike Myers interpreta il manager della EMI deciso a stroncare la creatività della band in favore delle tradizionali formule.
Nonostante quello che si sarebbe potuto evincere dal trailer, la pellicola affronta la sessualità dell’artista principalmente attraverso la relazione con Mary Austin (Lucy Boynton). Il loro rapporto fa emergere il lato più vulnerabile di Mercury tra la ricerca della propria identità e l’ambizione. La scena più commovente del film è quella in cui il cantante rivela la sua omosessualità alla compagna, chiedendole teneramente di non abbandonarlo. Mary è una musa, compagna e amica in grado di supportare il talento e l’animo di Mercury nei momenti in cui “essere umani è una condizione che ha bisogno di una piccola anestesia”.

I membri del gruppo passano in secondo piano, ma non troppo indietro per pensare che Mercury fosse l’unico talento. Nel corso del film si scoprirà per esempio, che fu May a scrivere “We Will Rock You”, che Taylor fu un vero proprio latin lover, e che fu dal graffiante riff di John Deacon che nacque l’iconica “Another One Bites the Dust”.
Agli inizi degli anni ’80 però si profila la crisi: i membri dei Queen, ormai sposati, non condividono più gli eccentrici gusti del frontman relativi alla moda, alle feste, ai partner e persino alla musica. La rottura diviene dunque inevitabile. Spogliato dei suoi veri amici, sfruttato da quelli nuovi, tradito e plagiato dal manager Paul Prenter (Allen Leech) che vende ai media la sua storia, Mercury si ritrova faccia a faccia con i suoi demoni. La salvezza passa per la riconciliazione con il suo gruppo in occasione del concerto-evento Live Aid del 1985. Durante lo show, trasmesso in più di 150 paesi e seguito da 1,5 miliardi di persone, i Queen hanno letteralmente preso il comando dello stadio Wembley distruggendo la competizione. La leggendaria performance di Freddie Mercury è stata meticolosamente ricreata: ogni istante e ogni beat perfezionato per il massimo impatto emotivo. Sorprendente è l’interpretazione di Rami Malek che sembra abitare perfettamente la pelle del carismatico frontman, catturando la magia della sua musica tra timidezza ed esibizionismo.
Il senso della tragica morte si insinua sin dal primissimo fotogramma, un silenzioso ed eloquente primo piano dei suoi occhi. Freddie Mercury muore nel 1991 a causa di una polmonite correlata all’AIDS. La conoscenza della malattia e della sua morte è come un terzo personaggio del film la cui presenza è a malapena visibile ma palpabilissima.
“Bohemian Rhapsody”, diretto da Bryan Singer e terminato da Dexter Fletcher dopo che il primo è stato licenziato a causa della tempesta Me Too, è un’ode ai Queen e al talento sconfinato di un uomo che ha risposto alla diagnosi di AIDS scrivendo “Who Wants To Live Forever” e che ha lasciato un’eredità ancora più grande della libertà: la possibilità per tutti quanti, di sentirsi almeno per lo spazio di una canzone, dei campioni del mondo.

Valentina Corasaniti