Recensione: “Alita, Angelo della battaglia” al cinema una donna cyborg firmata Robert Rodriguez

James Cameron, una volta finito Titanic, già aveva in mente di realizzare un lungometraggio live action del fumetto giapponese “Alita, Angelo della battaglia“. Ma la produzione del film è stata fin da subito travagliata e ci ha messo praticamente 20 anni a venire alla luce, quasi come il Don Quixote di Terry Gilliam. Sfortunatamente James Cameron, a causa del suo enorme impegno verso i seguiti di Avatar, una volta messo in atto il progetto non fu disponibile per prendere le redini della regia che fu quindi affidata a Robert Rodriguez, con il suo benestare.

Il film racconta le gesta di  Alita un cyborg che viene scoperto in un deposito di rottami dal dottor Daisuke Ido. Senza alcun ricordo della sua vita precedente, fatta eccezione per l’incredibile addestramento nelle arti marziali memorizzato dal suo corpo, Alita diventa una spietata cacciatrice di taglie, sulle tracce dei peggiori criminali del mondo.

Probabilmente se fosse uscito 20 anni fa, “Alita Angelo della battaglia“, sarebbe stato un film completamente diverso. Ma di questi tempi, volendo puntare maggiormente sui giovani, si rischia di inserire in modo eccessivo storie romantiche e melodrammatiche da teenager. Cosa che succede anche in questo film. Pur non discostandosi troppo dal manga ed essendo abbastanza fedele, le due ore di pellicola non bastano per far crescere come si deve la storia d’amore tra la protagonista e un personaggio del film, risultando abbastanza banale e superficiale e rendendo questa importante parte della storia piacevole solo per chi ha un’età inferiore ai 15-16 anni e ha visto pochi film romantici nella sua vita.

La storia in generale non risulta particolarmente affascinante, pur avendo le carte in regola per farlo: per riassumere molti dei volumi del manga originale in poche ore, come succede sempre in adattamenti di libri o fumetti, si perde la profondità degli eventi e del contesto sociale in cui si muovono i personaggi. Tutta la criticità verso i comportamenti scorretti degli uomini verso l’ambiente e se stessi presenti nell’opera originale non sono minimamente accennati in questo adattamento, risultando, quindi, anche abbastanza noioso, presentando una storia vista mille volte con personaggi secondari completamente inutili se non per un paio di scene.

Se si volesse fare un confronto si può azzardare a dire che la pellicola ha molti aspetti in comune con un film di qualche anno fa “Elysium” di Neil Blomkamp, sia per l’ambientazione che per l’organizzazione della società, ma quel film riusciva perfettamente a sviluppare una forte critica di denuncia sociale, così come tutti i film di Blomkamp.
C’è comunque da dire che non si rischia, comunque, di addormentarsi in questo film soprattutto grazie alla presenza di scene d’azione degne di nota. La protagonista, Alita, essendo una guerriera ha molti momenti di combattimento ed essendoci Robert Rodriguez alla regia, sono messi in scena alla perfezione, con coreografie ed inquadrature accattivanti e molto interessanti.

All’uscita dei trailer venne criticata l’idea di caratterizzare Alita con quei grossi occhioni da cartone giapponese, che stonavano non poco con il resto. Fortunatamente una spiegazione di questi occhi viene data dalla storia. Purtroppo, nonostante il grandioso look estetico di Alita, non è stato fatto un gran lavoro per rendere il personaggio realistico. Non nell’aspetto quanto nelle espressioni facciali. Molte volte risultano in movimenti degli occhi e della bocca eccessivi e strani e quasi artificiosi.

Con il proseguire del film, però, ci si abitua e questo sembra essere un dettaglio marginale. Menzione a parte va fatta anche per due grandi attori come: Jennifer Connelly e Christoph Waltz che lavora in maniera gradevole. Ma la Connelly seppur bravissima, non riesce a dare spessore e rendere interessante il suo personaggio, particolarmente ambiguo, che forse probabilmente gli sceneggiatori non sapevano bene come incastrare.

La sensazione che si respira per tutto il film e che gli sceneggiatori non avevano ben chiare le idee per sviluppare la trama, ma speravano che gli spettatori non si facessero troppe domande. Molti aspetti potrebbero essere raccontati in capitoli successivi, perché il finale è apertissimo. Ma, forse, avrebbero dovuto o discostarsi completamente dalla storia del manga o raccontare una storia più approfondita e non sperare solo nelle scene d’azione, perché un sequel è commercialmente resta un’ipotesi altamente improbabile.
Il film alla fine risulta godibile, con una sceneggiatura mediocre, salvata dalla regia dinamica soprattutto nei combattimenti, che però non lascerà particolari emozioni e che passerà facilmente all’oblio come tutti i film tratti da videogiochi o fumetti.

Francesco Curti