Quando il rap entra in cella: Lazza ed Emis Killa portano “Free for Music” nel penitenziario di Monza

C’è un momento, nella storia di un carcere, in cui le mura sembrano farsi un po’ meno spesse. È successo venerdì 14 novembre alla Casa Circondariale Sanquirico di Monza, quando Lazza ed Emis Killa hanno oltrepassato i cancelli non per salire su un palco, ma per sedersi a un tavolo, ascoltare e parlare con chi vive ogni giorno dall’altra parte.

Il motivo è “Free for Music”, il progetto di Orangle Records che trasforma un laboratorio di scrittura rap in un percorso educativo stabile, seguito dal supervisore Paolo Piffer. Non un’iniziativa spot, ma un lavoro lungo mesi, fatto di autorizzazioni, verifiche, incontri e, soprattutto, della volontà di offrire a un gruppo di detenuti una competenza spendibile fuori dal carcere.

Dentro quella sala, Jacopo ed Emiliano — lontani dagli pseudonimi che riempiono gli streaming — hanno ascoltato i brani composti dai partecipanti, hanno parlato di metodo, errori, scelte professionali. Hanno condiviso il dietro le quinte di un mestiere che, per chi li seguiva dagli schermi di un telefono, sembrava irraggiungibile. Per una mattina, invece, era lì, seduto accanto a loro.

Free for Music nasce come laboratorio settimanale, ma è diventato un percorso che tocca temi reali: libertà, distanza dagli affetti, paura del futuro, voglia di riscatto. Temi che, nel sovraffollamento strutturale delle carceri italiane — oltre 62mila detenuti a fronte di 51mila posti regolamentari — trovano poco spazio per essere elaborati.

Uno degli obiettivi del progetto è portare la musica fuori: pubblicare le tracce sulle piattaforme, dare voce a chi resta invisibile, trasformare un verso scritto in cella in un primo passo verso il reinserimento. Perché, come ricorda Piffer,
«vedere gli occhi dei ragazzi mentre parlavano con i loro idoli è valso ogni sforzo».

Sulla stessa linea Christian Cambareri, CEO di Orangle Records:
«Portiamo competenze reali dove spesso mancano occasioni. Il carcere può essere un luogo di formazione, non un punto morto».

Un lavoro reso possibile dalla collaborazione della Direttrice Buccoliero, dell’area educativa e della polizia penitenziaria, che hanno scelto di aprire le porte alla cultura contemporanea, invece di chiuderle per abitudine.

Per Orangle, il 14 novembre non è un traguardo, ma una tappa: il progetto continuerà con nuove attività, alcune ancora riservate. Ma una cosa è certa: in quella mattina monzese la musica ha fatto esattamente ciò che promette il rap quando è vero — aprire un varco, creare un ponte, dare un nome al cambiamento.

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