Perchè ragionare per stereotipi? Maria Antonietta & Colombre non sono i Coma_Cose. E meno male.

Al Festival di Sanremo le etichette nascono con una velocità impressionante. Basta un dettaglio — un duo sentimentale, un’estetica indie, una narrazione intima — e l’industria del paragone si attiva. È successo anche con Maria Antonietta & Colombre: qualcuno li ha archiviati frettolosamente come “i nuovi Coma_Cose”. Una definizione comoda, immediata, ma profondamente superficiale. Basta però ascoltare davvero per capire che siamo altrove. E meno male.

Maria Antonietta, nome d’arte di Letizia Cesarini, non è un volto nato per l’Ariston. È una delle voci più riconoscibili della canzone d’autore indipendente italiana. Dopo l’esordio con lo pseudonimo Marie Antoinette, nel 2012 pubblica il primo album in italiano prodotto da Brunori Sas, entrando immediatamente tra le autrici più interessanti della nuova scena. Da allora ha costruito un percorso coerente e lontano dalle scorciatoie: dischi, libri, performance artistiche e collaborazioni che hanno contribuito a definire una poetica personale sempre più essenziale e riconoscibile.

Nel suo repertorio esistono brani che sono piccole architetture emotive. “Santa Caterina” fonde spiritualità e quotidiano con una delicatezza rara; “Giardini comunali” racconta la fragilità urbana con una dolcezza disarmante. La sua scrittura sa essere ironica senza dichiararlo, profonda senza diventare retorica. Nelle sue canzoni convivono devozione e disincanto, malinconia e leggerezza, quotidiano e trascendenza. Non costruisce slogan: costruisce immagini che restano.

Accanto a lei, Colombre — pseudonimo di Giovanni Imparato — porta un universo narrativo altrettanto preciso. Ex frontman dei Chewingum e insegnante di lettere prima della carriera solista, sceglie un nome ispirato a Dino Buzzati: un dettaglio che racconta già il suo orizzonte poetico. Dal debutto solista Pulviscolo ai lavori successivi, Colombre ha sviluppato una cifra stilistica fatta di malinconia luminosa, introspezione e delicatezza narrativa. Le sue canzoni lavorano per sedimentazione emotiva, evitando l’enfasi e rifuggendo la retorica.

Maria Antonietta e Colombre sono una coppia nella vita da molti anni e il loro progetto condiviso non nasce per opportunità discografica o visibilità televisiva, ma come naturale convergenza di due percorsi artistici che si sono sempre sfiorati. Con l’album “Luna di miele” hanno dato forma a canzoni scritte all’inizio della loro relazione e rimaste a lungo private, recuperando un tempo emotivo che precede il presente. Questo dato è fondamentale per comprendere la loro presenza a Sanremo: non interpretano un ruolo televisivo, portano sul palco una storia reale.

Il debutto al Sanremo 2026 con “La felicità e basta” è perfettamente coerente con il loro percorso. Il brano riflette su un concetto semplice e quasi rivoluzionario: la felicità come diritto umano, non come premio o conquista. Non c’è retorica, non c’è enfasi orchestrale, non c’è bisogno di alzare la voce. La loro è una forza gentile costruita sulla sottrazione. In un contesto che spesso premia la spettacolarizzazione, scelgono la vicinanza emotiva. Invece di occupare lo spazio, lo abitano.

Il paragone con i Coma_Cose nasce da elementi superficiali: l’essere una coppia artistica e sentimentale, una certa estetica indie, il racconto della quotidianità. Ma le affinità finiscono qui. I Coma_Cose lavorano su teatralità urbana, linguaggio pop contemporaneo e performance visiva. Maria Antonietta & Colombre abitano invece una dimensione cantautorale e poetica, più vicina al diario che alla scena. Ridurre tutto a una categoria significa non ascoltare davvero.

La critica contemporanea spesso ragiona per archiviazione rapida, una necessità del tempo veloce in cui viviamo. Ma la musica non è un faldone da classificare. Maria Antonietta porta con sé anni di esperienza e una scrittura capace di essere ironica, mistica e disarmante; Colombre costruisce paesaggi emotivi sottili e narrativi. Insieme non creano un personaggio: creano uno spazio emotivo, una stanza in cui l’ascoltatore entra piano, come rientrando a casa la sera tardi.

Forse è arrivato il momento di fare una cosa semplice e rivoluzionaria: dare più attenzione alle cose. Ascoltare senza cercare immediatamente una somiglianza. Accettare che un artista esista per ciò che è, non per ciò che ricorda. La critica affrettata è comoda, ma è anche un modo elegante per non ascoltare davvero.

Maria Antonietta & Colombre chiedono tempo. Chiedono silenzio. Chiedono presenza. In un Festival che corre, la loro lentezza diventa un atto di resistenza culturale. In un tempo che semplifica, la loro delicatezza è complessità. In un panorama che grida, la loro voce si avvicina.

Ed è proprio questo a renderli necessari.

Articolo precedenteI luoghi del cuore di Bari Vecchia nel videoclip “Qui con me” di Serena Brancale
Articolo successivoL’intervista – Ditonellapiaga a Sanremo 2026: «Porto sul palco il fastidio che fingiamo di non vedere»
Musica,Cinema,Letteratura,Arte,Luoghi,TV,Interviste esclusive e tanto altro ancora. Domanipress.it