Non è una questione di essere Grinch. È che la cattiveria non va in ferie, nemmeno a Natale

Dicembre arriva puntuale come una messinscena collettiva: lucine ovunque, vetrine che urlano felicità, playlist che ti impongono emozioni prefabbricate. Tutto sembra dirti una cosa sola: se non sei felice ora, c’è qualcosa che non va in te. Ed è qui che comincia l’equivoco più grande delle feste.

La verità, quella che non entra nei post con il filtro caldo, è che le persone cattive restano cattive anche il 25 dicembre. Cambiano solo costume. A Natale la cattiveria si traveste da buone maniere, da tradizione, da famiglia. Indossa un maglione rosso, serve il secondo piatto e intanto giudica.

A Natale la cattiveria non urla: sussurra.
È il commento sul tuo corpo “detto per il tuo bene”.
È la domanda sul lavoro che non arriva mai a una risposta sincera.
È l’assenza mascherata da distrazione.
È il confronto continuo, la competizione emotiva, la classifica invisibile di chi sta vivendo “meglio”.

E poi c’è la forma più subdola: la bontà performativa.
Quella che esiste solo se può essere raccontata. Solidarietà che dura il tempo di una story, empatia con scadenza, gentilezza che funziona solo se non disturba troppo. Un pacco dono qui, una cena solidale lì, poi dal 27 dicembre si torna a ignorare tutto e tutti.

La psicologa Rita Anelli lo dice chiaramente:

«Il Natale amplifica ciò che già siamo. Non rende le persone migliori o peggiori: rende solo più visibili le dinamiche emotive irrisolte. La pressione sociale alla felicità può trasformarsi in frustrazione, rabbia e aggressività passiva».

Ed è esattamente questo il punto. La retorica del “Natale siamo tutti più buoni” è una violenza gentile, perché non lascia spazio a chi non ce la fa, a chi non si riconosce, a chi vive il periodo delle feste come un promemoria di assenze, perdite, fratture.

Non amare il Natale non è cinismo.
È spesso stanchezza emotiva.
È il rifiuto di una gioia obbligatoria che non tiene conto delle biografie individuali.

Anelli aggiunge:

«Quando una società impone un’emozione come dovere morale, chi non riesce a provarla si sente sbagliato. Questo genera senso di colpa e isolamento, non certo maggiore umanità».

E intanto, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nei gruppi di amici, si continua a tollerare tutto in nome delle feste: micro-aggressioni, silenzi pesanti, dinamiche tossiche archiviate con un “è Natale, dai”. Come se una data sul calendario potesse giustificare qualunque cosa.

Il vero problema non sono i Grinch.
Il vero problema sono quelli che parlano di amore e praticano giudizio.
Quelli che predicano pace ma non sanno rispettare un confine.
Quelli che chiedono empatia solo quando serve a loro.

Forse dovremmo smetterla di chiederci perché qualcuno non ama il Natale e iniziare a chiederci perché pretendiamo che tutti lo amino allo stesso modo. Perché se è vero che il Natale dovrebbe renderci migliori, è altrettanto vero che non basta una cena, un regalo o una canzone per smettere di essere cattivi.

E forse il gesto più onesto, oggi, non è fingere bontà.
È ammettere che la gentilezza vera non ha stagioni, e che la cattiveria — purtroppo — nemmeno.

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Osservatrice attenta della vita e femminista convinta. Crede nel potere delle idee come contaminazione sociale.