«L’eredità più preziosa che mi ha lasciato Luciano è senza dubbio quella umana»; quando parla del grande Maestro Nicoletta Mantovani, compagna del celebre tenore Luciano Pavarotti, custode della sua eredità artistica, trattiene a stento l’emozione e come un fiume in piena condivide, con discrezione e un velo di malinconia, il lato umano di una delle superstar mondiali della musica, regalando al pubblico una visione più intima del cantante che ha cambiato il mondo dell’opera, quella di marito e padre, filantropo instancabile e soprattutto artista sensibile, legato da una relazione complessa con il suo talento e con un successo planetario senza precedenti. Il racconto della storia del tenore passa oggi anche dal cinema con un recente documentario intitolato “Pavarotti, la voce, l’uomo, i segreti la leggenda” prodotto da Nexo Digital e firmato dal regista Ron Howard che ha ricevuto direttamente da Nicoletta Mantovani direttrice della Fondazione Luciano Pavarotti un accesso esclusivo agli archivi di famiglia costituti da filmati mai visti prima e immagini delle performance più iconiche del tenore capaci di restituire un ritratto intimo ed emozionante dell’artista e dell’uomo, che gli spettatori hanno potuto conoscere sul grande schermo, guardando per la prima volta da vicino i particolari della storia personale di Luciano: dalle sue umili origini nel Nord Italia fino allo status di superstar mondiale. Noi di Domanipress abbiamo avuto l’onore di poter parlare con Nicoletta Mantovani della lotta personale contro la malattia, del suo impegno di produttrice discografica e organizzatrice di eventi, di musica e del ricordo indelebile di Luciano Pavarotti alla scoperta dell’uomo oltre l’artista tra aneddoti e scorci di quotidianità raccontati sottovoce.

Recentemente al cinema è stato celebrato il mito di Luciano Pavarotti con un biopic realizzato dal regista Ron Howard. Com’ è nata l’esigenza di realizzarlo?

«In realtà per noi non è stata un’esigenza, ma un’offerta. Da tempo la Universal aveva in animo di realizzare un documentario su colui che è stato uno dei più grandi artisti del nostro tempo. Quando me ne hanno parlato ho espresso subito la mia preferenza per Ron Howard come regista perché ho sempre amato i suoi film, ammirato il suo modo di lavorare e ritenevo potesse offrire un ritratto molto lucido e onesto sulla figura di Luciano».

Come sei riuscita a convincere un regista di fama mondiale come Ron Howard?

«Howard è stato subito molto intrigato da questa proposta; ci siamo incontrati e ho cominciato a parlargli di chi fosse Luciano…lui non era un esperto d’opera, conosceva certo Pavarotti come artista ma non aveva conoscenza dell’uomo. Ha accettato, facendo lui per primo un viaggio nella storia umana ed artistica di Luciano e il risultato credo sia estremamente emozionante ed autentico».

Si dice che le prime impressioni siano sempre quelle sbagliate…Ricordi quando hai conosciuto Luciano Pavarotti? Quale fu la tua prima impressione su di lui.

«Nel mio caso non si trattò di un’impressione sbagliata ma …di una porta sbagliata! Cercavo la signora con cui dovevo sostenere un colloquio per una lavoretto estivo presso il concorso ippico che Luciano organizzava ogni anno a Modena. Aprii la porta che mi avevano indicato ma, invece della signora, c’era lui. Cercai subito di scappare, mi sentivo in imbarazzo e intimorita da quella figura mitica. Ma lui fu subito di una cordialità disarmante, semplice, alla mano, divertente. Non era certo ciò che mi aspettavo ma quella prima impressione non fu mai tradita. Luciano era ed è sempre rimasto una persona semplice, amichevole, con la battuta pronta, il primo ad allungarti la mano anche se era la prima volta che lo incontravi. Questa empatia e curiosità verso il prossimo erano tratti distintivi del suo carattere, e credo una delle ragioni per cui le persone l’hanno sempre tanto amato».

Oggi cosa ti manca di più di Luciano Pavarotti?

«Sono tante le cose che mi mancano di lui…il suo sorriso, la sua allegria, la sua fiducia nella vita e nel prossimo. Una cosa su tutte forse mi manca più di tutte, i suoi abbracci. Tra le sue braccia mi sentivo protetta come in nessun altro luogo al mondo».

Nel film sono raccontati gli esordi di Pavarotti ed i suoi successi, oggi soprattutto per i più giovani è difficile emergere perché la musica trova poco spazio…Come si potrebbe invertire questa tendenza?

«Non credo esista una ricetta semplice: probabilmente si dovrebbe partire dalla scuola, dalla formazione dando adeguato spazio alla musica e alle discipline artistiche. La formazione e la possibilità di fornire basi solide alle proprie attitudini artistiche è certo fondamentale. Spesso è questione di risorse. Alla Fondazione abbiamo in animo da molto tempo di poter realizzare un’Accademia Pavarotti, dove i giovani possano specializzarsi con corsi di perfezionamento di alto livello, con insegnanti che siano (o siano stati) interpreti a loro volta, avendo così la possibilità di condividere i segreti del mestiere con i più giovani, proprio come faceva Luciano. E poiché Luciano ha sempre insegnato senza pretendere un solo euro dai suoi studenti, così vorremmo che fosse anche l’Accademia, con borse di studio destinate a coloro che altrimenti non avrebbero le risorse per pagarsi le lezioni e perfezionarsi. Una sorta di “accademia etica” per la quale cerchiamo anche sostenitori e mecenati che vogliano accompagnarci e condividere la realizzazione di questo sogno (per chi volesse sostenere le attività della Fondazione: https://www.lucianopavarottifoundation.com/support-us/ NDR )
Vorrei dire anche un’altra cosa: noto che tra i giovani il fine è spesso solo quello di emergere, più che mettere a frutto e condividere il proprio talento. Luciano non ha mai desiderato diventare famoso, questa è stata una conseguenza ma mai lo scopo, lui desiderava solo poter condividere con gli altri il proprio dono, quello della voce».

Luciano Pavarotti è riuscito nel difficile compito di coniugare la tradizione del canto lirico italiano con l’universo pop… Secondo te quale artista riesce maggiormente a seguire le sue orme?

«La grande apertura di mente e l’innata curiosità di Luciano gli ha consentito di abbracciare la musica nella sua interezza, senza più barriere di generi, arrivando appunto ad accostare alla lirica anche il rock e il pop, dando vita al genere “cross-over”. Perché questo genere, che oggi sembra esistere da sempre, fu lanciato proprio da Luciano, cantando insieme a cantanti “pop” come Lucio Dalla e Zucchero, passando da Bono con Miss Sarajevo, e da lì una serie di grandi successi. Oggi ammiro molto Lorenzo Licitra, credo molto nelle sue doti da tenore e secondo me è bravissimo anche a modularle su melodie più pop. Sto cercando di sostenerlo perché spero riesca a raccogliere il successo che merita».

A proposito di incontri tra pop e lirica, Luciano Pavarotti con i concerti evento “Pavarotti and friends” è riuscito a duettare con nomi di fama internazionale come Elton John, Bono, Simon Le Bon e Cèline Dion solo per citarne alcuni…C’è qualche altro nome con cui il maestro avrebbe voluto duettare ma che non è riuscito ad incontrare, cosa ricordi di questi grandi concerti?

«Ci sono stati negli anni vari contatti con Madonna…ma i suoi numerosi impegni non le hanno mai consentito di partecipare.
Ricordo ogni concerto come un’esperienza formidabile, per la grande partecipazione con cui gli artisti affrontavano i duetti sul palco, per i progetti che siamo riusciti a realizzare in tutto il mondo grazie alle raccolte fondi, per quanto si divertiva Luciano a cimentarsi fuori dal suo ambito canonico. Se devo citare un duetto a cui sono più legata non può che essere “Miss Sarajevo“, cantato da Bono con Luciano nel 1995. Era il primo anno in cui avevo la direzione artistica del concerto e gli U2 di Bono erano la mia band preferita. Fu un sogno riuscire a portarli a Modena…grazie anche alla grande tenacia di Luciano, come si vede anche nel film!».

Pavarotti disse: “Chi sa fare la musica la fa, chi la sa fare meno la insegna, chi la sa fare ancora meno la organizza, chi la sa fare così così, la critica.” Sei d’accordo con questa affermazione?

«Questa espressione mi fa sempre sorridere anche perché Luciano, scherzosamente, me la ripeteva spesso,in quanto organizzatrice di eventi musicali, aggiungendo anche …“Ad ognuno il suo!”».

Dalla lotta civile a quella personale, grazie al metodo Zamboni hai sconfitto la sclerosi multipla…Si parla sempre troppo poco di questa malattia e anche del metodo di cura ha suscitato qualche critica nel settore scientifico. Qual è la situazione attuale?

«Anni fa il Prof. Zamboni ha scoperto una nuova patologia, riconosciuta a livello internazionale, dal nome CCSVI, insufficienza venosa cerebro-spinale cronica. In questi anni, le sue ricerche puntano a verificare se e quale correlazione vi sia tra CCSVI e SM, se essa sia presente in tutti i malati di SM e se, eventualmente, ne sia la causa o la conseguenza; ciò che il Prof. Zamboni si prefigge di dimostrare è che, nella maggior parte dei casi, intervenendo sulla CCSVI possono esserci cambiamenti sulla SM. Io ne sono l’esempio: sono stata operata quasi 6 anni dal Prof. Zamboni per correggere l’occlusione delle vene giugulari e da allora non ho più avuto sintomi. Sperando di continuare così positivamente, auspico venga allargata a tutti i malati di SM la possibilità di operarsi».

L’eredità più preziosa che ti ha lasciato Luciano Pavarotti è tua figlia Alice, in cosa somiglia a suo padre? – Oltre alla sfera personale qual è secondo te il lascito più importante di Luciano Pavarotti?

«L’eredità più preziosa che mi ha lasciato Luciano è senza dubbio quella umana. Uno degli insegnamenti più significativi è quello di non smettere mai di cercare il buono negli altri. Mi ripeteva che se ci soffermiamo sugli aspetti negativi, sulle debolezze delle persone diventiamo a nostra volta più piccoli, più meschini. Mentre cercando la positività negli altri diventiamo persone migliori, ci eleviamo. Alice somiglia a Luciano nel suo essere una persona idealista, dai valori radicati e con un forte senso della giustizia».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Nicoletta Mantovani, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Più che al mio Domani, mi viene spontaneo riflettere sul Domani di mia figlia. Vorrei che a lei, come a tutti giovani, venisse lasciato un mondo non segnato dall’odio, come è quello in cui viviamo oggi; mi auguro un domani ove vi sia più empatia tra gli esseri umani, ciascuno pronto a fare la propria parte, non solo per il benessere del singolo ma per quello di tutti».

Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite