Ingvar Kamprad: “Mio padre ha fondato IKEA, ma non mi ha mai regalato il successo: mi ha insegnato a costruirlo da zero”

Molti pensano che crescere come figlio di Ingvar Kamprad, il visionario fondatore di IKEA, significhi nascere con la vita già scritta, con i riflettori accesi e il tappeto rosso steso. Ma per Peter Kamprad la realtà è stata ben diversa.

«Tutti credono che io abbia avuto la strada spianata solo per il cognome che porto», racconta. «La verità è che a casa nostra non si parlava mai di lusso, ma solo di impegno, responsabilità e lavoro. Mio padre era un uomo che odiava gli sprechi e ci ha cresciuti con lo stesso rigore».

L’immagine è chiara: mentre i figli di altri miliardari collezionavano auto di lusso e vacanze da copertina, i Kamprad imparavano a risparmiare ogni singolo centesimo. «Mio padre volava sempre in economy», rivela Peter. «Si sedeva nelle mense aziendali, ordinava i piatti più semplici e ci insegnava che la dignità non sta in quello che possiedi, ma in come lo usi».

Quando Ingvar è scomparso, non ha lasciato soltanto un impero. Ha lasciato una sfida. «Non ho ereditato un regno», confessa Peter, «ho ereditato un compito immenso: portare avanti un sogno iniziato quando lui aveva solo 17 anni e vendeva fiammiferi. All’improvviso, tutto il peso di IKEA è caduto sulle nostre spalle».

Il percorso, naturalmente, non è stato facile. «Ci sono stati giorni in cui mi sono chiesto se sarei stato all’altezza», ammette. «Il mondo si aspettava perfezione, mentre io stavo ancora imparando. Non bastava chiamarsi Kamprad: bisognava dimostrarlo con i fatti, con ogni decisione, con ogni passo».

Il ricordo del padre, però, è stato la bussola nei momenti più bui. «Le sue lezioni mi hanno tenuto in piedi», spiega Peter. «Mi ha insegnato che la vera forza sta nell’umiltà, che il lavoro migliore è quello silenzioso, e che non bisogna mai dimenticare le radici».

Ed è proprio questa filosofia che ha guidato IKEA nella nuova era. «Il mio compito non è stato solo quello di dirigere un’azienda», sottolinea. «È stato proteggere un’idea: che la grandezza si costruisce come un mobile IKEA… un pezzo alla volta».

Una convinzione che oggi, più che mai, risuona universale. «Non conta il cognome che porti», conclude Peter Kamprad, «conta ciò che fai quando nessuno ti guarda».

 

Articolo precedenteDakota Johnson, la dea in pizzo nero Gucci che conquista New York e trasforma il red carpet in un manifesto contro la violenza
Articolo successivoLuchè si è preso tutto ciò che si merita: Reggia di Caserta, palazzetti sold out e un tour epico
Musica,Cinema,Letteratura,Arte,Luoghi,TV,Interviste esclusive e tanto altro ancora. Domanipress.it