“Lucio mi chiamava ‘Il poeta’”: Mogol torna a raccontare Battisti su Domanipress

 

In un’intervista profonda e ricca di nostalgia su Domanipress, Giulio Rapetti, in arte Mogol, ripercorre il sodalizio artistico più rivoluzionario della musica italiana, quello con Lucio Battisti. Con voce dolce ma ferma, rievoca:

“Per Lucio Battisti ho scritto circa sessanta successi… è stato un incontro di lavoro importante. Battisti era un’artista verticale sempre pronto a rinnovarsi, con una profonda cultura, amava ascoltare gli artisti internazionali e studiare in maniera meticolosa gli arrangiamenti, a pensarci bene aveva una mente matematica, mentre io ero più orizzontale. Nutrivamo una forte ammirazione reciproca… mi chiamava ‘Il poeta’.”

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L’artista che cambiò la musica italiana

Battisti rimane uno dei nomi più rivoluzionari del Novecento musicale. Nato a Poggio Bustone, portò nella canzone italiana una freschezza inedita, fatta di sperimentazione e di coraggio. Non aveva paura di contaminare la melodia tradizionale con le sonorità rock, funk, disco o elettroniche. Era capace di passare da una ballata intimista a un brano dal respiro internazionale con naturalezza disarmante.

Il suo lavoro con Mogol rappresentò un laboratorio creativo che generò autentici capolavori: “Emozioni”, “Il mio canto libero”, “Pensieri e parole”, “I giardini di marzo”, “Ancora tu”. Ogni brano era un viaggio dentro l’anima di un Paese in trasformazione. La loro musica non era semplice colonna sonora: era un linguaggio nuovo, un modo diverso di raccontare la vita.


L’uomo riservato e visionario

Battisti non amava i riflettori, rifuggiva interviste e apparizioni televisive. Preferiva parlare attraverso le sue canzoni, costruendo attorno a sé un’aura di mistero che ancora oggi lo rende unico. Era un artista appartato ma al tempo stesso profondamente connesso con il mondo, attento alle novità e alle tendenze internazionali.

Questa distanza voluta dal clamore mediatico ha reso la sua figura quasi mitologica. La sua musica continua a vivere senza tempo, immune alle mode, capace di parlare tanto ai giovani di ieri quanto a quelli di oggi.

Gli album che hanno fatto la storia

La carriera discografica di Lucio Battisti è un viaggio che attraversa generi ed epoche. Nel 1969 uscì il suo primo album, “Lucio Battisti”, contenente brani che avrebbero segnato un’epoca, come “Un’avventura”. L’anno successivo arrivò “Emozioni”, considerato ancora oggi una pietra miliare della canzone italiana.

Il 1971 fu l’anno di “Amore e non amore”, disco sperimentale che mescolava testi e lunghe suite strumentali. Nel 1972 pubblicò “Umanamente uomo: il sogno”, trainato da capolavori come “I giardini di marzo”. Due anni più tardi, nel 1974, diede alla luce “Anima latina”, album visionario e colto, amatissimo dalla critica, che lo consacrò come innovatore assoluto.

Alla fine degli anni Settanta arrivarono album dal respiro più internazionale come “Una donna per amico” (1978), prodotto a Londra, e negli anni Ottanta Battisti inaugurò la collaborazione con Pasquale Panella, aprendo una fase più criptica e sperimentale, con dischi come “Don Giovanni” (1986) e “La sposa occidentale” (1990). Anche senza Mogol, il desiderio di ricerca e la volontà di rompere gli schemi non lo abbandonarono mai.

L’anniversario di una perdita che pesa ancora

Il 9 settembre 1998, Lucio Battisti si spegneva a Milano a soli 55 anni. Da allora, ogni anniversario della sua morte è un rito collettivo di memoria e nostalgia. Le sue canzoni tornano in radio, i fan si radunano, le nuove generazioni lo scoprono, spesso grazie ai racconti dei genitori.

Ventisette anni dopo, la sua voce resta familiare, le sue melodie continuano a vibrare come se fossero state scritte ieri. Non è solo un ricordo: è la prova che la grande musica non appartiene al passato, ma attraversa i decenni con la stessa intensità.

Lucio Battisti non è mai davvero andato via. Vive nella commozione di chi canta a squarciagola “Il mio canto libero”, nelle notti estive segnate da “Una giornata uggiosa”, nella malinconia struggente di “I giardini di marzo”. E in quell’appellativo affettuoso, “Il poeta”, che Mogol conserva ancora oggi come il segno di un’amicizia e di un’arte senza fine.

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