Sul palco dell’Ariston c’è chi cerca conferme e chi, invece, sceglie di incrinare la superficie perfetta del rituale televisivo. Ditonellapiaga torna al Festival di Sanremo 2026 con un brano che non consola e non chiede consenso: mette in discussione abitudini, linguaggi e piccoli conformismi quotidiani. La sua è una provocazione lucida, attraversata da ironia e consapevolezza, che trasforma il disagio in materia creativa. In bilico tra pop e sperimentazione, leggerezza e critica sociale, l’artista rivendica il diritto di non essere rassicurante. E, per la serata cover, promette di sorprendere accanto a Tony Pitony, tra eleganza teatrale e ironia.
Il tuo brano in gara sembra una dichiarazione di rottura con le convenzioni. È davvero così?
«Non parlerei di rottura, ma di un fastidio necessario. È nato da un attrito reale, da quella sensazione di disagio che proviamo quando ci sentiamo incastrati in ruoli troppo stretti. Non volevo essere aggressiva: volevo essere sincera. Dentro ciò che racconto ci sono anch’io.»
C’è ironia, ma anche una critica molto precisa. A chi è rivolta?
«A tutti e a nessuno. È uno sguardo affettuoso sulle nostre piccole ipocrisie quotidiane. Come quando incontri un parente a Natale: gli vuoi bene, ma pensi che certe cose potrebbe anche non dirle. L’ironia serve a guardarsi senza ferirsi.»
Musicalmente è un pezzo insolito per l’Ariston. Hai avuto dubbi?
«Sì, perché non è il brano che ti aspetteresti su quel palco. Ma proprio per questo mi sembrava giusto portarlo. Mi interessa creare cortocircuiti: un’energia quasi da club dentro l’orchestra sanremese. L’attrito genera scintille.»
Ti definiscono troppo pop per l’underground e troppo underground per il pop. Ti riconosci in questa zona di mezzo?
«Assolutamente sì. Quando mi chiedono di scegliere tra due strade, cerco sempre la terza. È lì che mi sento autentica. Non è strategia: è istinto.»
Nel tuo percorso ti è stato suggerito di cambiare nome o immagine per risultare più “accessibile”. Hai mai pensato di farlo?
«C’è stato un momento di confusione in cui ho provato ad aderire a un modello che non mi apparteneva. Mi faceva stare male e non funzionava. L’irriverenza non è un difetto: è un modo per restare viva.»
Il nuovo album nasce da una crisi personale più che sentimentale. Che lavoro è?
«È un disco sul rapporto con me stessa. Sulle aspettative e sull’idea di dover piacere a tutti. A un certo punto ho capito che quell’immagine perfetta e sempre sorridente non era reale. Ho iniziato a smontarla.»
La copertina, con l’immagine sabotata, sembra un manifesto.
«È un gioco tra spontaneità e convenzione. La parte educata e rassicurante esiste, ma non è l’unica. Ho voluto mettere in discussione i modelli e il modo in cui li interiorizziamo.»
Per la serata cover duetterai con Tony Pitony. Come nasce questa scelta?
«Mi sembrava la persona perfetta. Ha un’ironia istintiva e una teatralità naturale. È uno di quegli artisti che riescono a farti sorridere mentre ti spiazzano.»
Cosa dobbiamo aspettarci dal duetto?
«Qualcosa di molto diverso dal mio brano in gara. Giocheremo con eleganza e ironia, mantenendo una dimensione teatrale. Vogliamo sorprendere senza perdere leggerezza.»
Che tipo di intesa avete trovato?
«Immediata. Condividiamo il gusto per l’irriverenza gentile, quella che non ha bisogno di urlare per lasciare il segno. E poi ha una vocalità incredibile: può passare dal gioco all’emozione in un attimo.»
Dopo Sanremo cosa succederà?
«Prima i concerti, poi spero un viaggio lungo. Ho bisogno di perdermi per ritrovarmi. Ma la dimensione che amo di più resta quella dei club: lì la musica diventa fisica, imperfetta, vera.»
Se dovessi riassumere il tuo Sanremo in una frase?
«Un piccolo gesto di libertà travestito da canzone.»




