Il Festival è già entrato nel vivo e Arisa è tornata all’Ariston con “Magica favola”, un brano che segna un passaggio personale ed emotivo importante. La sua voce — riconoscibile, intensa, capace di attraversare generi e generazioni — si presenta oggi con una maturità nuova: meno ricerca di approvazione, più ascolto interiore. In parallelo, l’artista anticipa il nuovo album “Foto mosse”, un lavoro costruito come una raccolta di ritratti sentimentali in movimento, dove i ricordi cambiano forma e i sentimenti restano vivi.
Serena, centrata, ironica come sempre, Arisa racconta il suo momento con una consapevolezza che nasce dal tempo e dall’esperienza.
“Magica favola” arriva in un momento di equilibrio personale. Cosa racconta davvero questa canzone?
«Parla di un risveglio emotivo. A un certo punto ti accorgi di essere arrivata da qualche parte, ma capisci anche che non puoi lasciare indietro il sentire. Spesso mettiamo in pausa la nostra sensibilità per sopravvivere alle cose della vita, invece dobbiamo tornare a prendercene cura. È una canzone che invita a riabbracciare quella parte di noi che sa ancora emozionarsi, stupirsi, sentire davvero. La felicità non è un traguardo: è un esercizio quotidiano».
Nel brano emerge anche il tema della riconnessione con il proprio mondo interiore. Quanto è stato importante ritrovare quella parte di te?
«È stato fondamentale. Crescendo accumuliamo ruoli, aspettative, delusioni, e a volte perdiamo il contatto con ciò che ci faceva battere il cuore da bambini. Io sentivo il bisogno di ritornare lì. Non significa tornare indietro, ma recuperare autenticità. Oggi cerco di ascoltarmi di più e di vivere con maggiore gentilezza verso me stessa».
Hai raccontato di aver smesso di inseguire l’amore romantico per scoprire qualcosa di più universale. Che cosa significa oggi amare per te?
«Per molto tempo ho pensato che l’amore fosse qualcosa da trovare fuori. Ho investito energie, aspettative, sogni. Poi ho capito che l’arcobaleno è dentro di me. Oggi sento l’amore come qualcosa di più ampio: nelle amicizie profonde, nella famiglia, nelle persone che restano, nei piccoli gesti quotidiani. È un amore meno ideale e molto più vero. E mi fa sentire libera».
Il nuovo album “Foto mosse” ruota attorno all’idea di ricordi e ritratti emotivi. Che viaggio racconta questo progetto?
«Sono canzoni che funzionano come fotografie sentimentali: catturano un momento, ma i sentimenti non sono mai fermi, cambiano, si trasformano. Mi piaceva l’idea delle “foto mosse” proprio perché la vita non è mai immobile. Dentro ci sono fragilità, nostalgie, momenti di luce e ombra. È un disco molto sincero».
Nella serata cover porterai “Quello che le donne non dicono” con il Coro Regio di Parma. Che valore ha questa scelta?
«Fiorella rappresenta una femminilità autentica, reale. Non eroica, non martire: semplicemente vera. Donne che lavorano, resistono, si prendono cura degli altri e vanno avanti ogni giorno. Io mi sento parte di quel mondo. Il coro aggiunge una dimensione corale e intensa, quasi sospesa, e mi piaceva dare alla femminilità una luce più ampia. Il femminile è capace di gesti enormi».
Se potessi parlare alla Arisa degli inizi, quella che ha conosciuto rifiuti e momenti difficili, cosa le diresti oggi?
«Le direi di avere pazienza e di non arrendersi ai rifiuti. Quando le cose non arrivano subito sembra che tutto si fermi, invece la vita trova sempre il modo di rimettersi in movimento. Ogni “no” può diventare una direzione diversa. Bisogna restare fedeli a ciò che si è».
Sanremo ti ha vista crescere artisticamente e umanamente. Che rapporto hai oggi con questo palco?
«È un luogo simbolico per me. Qui è iniziato tutto e ogni volta torno con una versione diversa di me stessa. Oggi non sento la pressione di dimostrare qualcosa: sento la responsabilità di essere autentica. E questo mi emoziona molto».
Arisa torna a Sanremo con una voce che non chiede più conferme ma ascolto. Sul palco porta una nuova consapevolezza, fatta di sensibilità ritrovata, amore più ampio e verità emotiva. E in un Festival che corre veloce, la sua presenza invita a fermarsi — anche solo per un momento — ad ascoltare ciò che sentiamo davvero.




