L’Amazzonia continua a bruciare con gravi conseguenze per il clima del Pianeta. Quali sono gli effetti a lungo termine?

Fire near the Branco river in the Jaci-Paraná Extractive Reserve, in Porto Velho, Rondônia state. One month after a presidential decree forbidding fires in the Amazon and Pantanal, Greenpeace flew over Amazonas and Rondônia states to verify how efficient the measure was. Even with the Fire Moratorium, we registered several live heat spots. Every year, Greenpeace Brazil flies over the Amazon to monitor deforestation build up and forest fires. In August, 2020, flights were made over points with Deter (Real Time Deforestation Detection System) and fire warnings and Prodes (Brazilian Amazon Satellite Monitoring Project), made by Inpe (National Institute for Space Research), in Amazonas and Rondônia states. Queimada próxima ao rio Rio Branco na Reserva Extrativista Jaci-Paraná, em Porto Velho (RO). Um mês após a publicação do decreto presidencial que proíbe as queimadas na Amazônia e no Pantanal, sobrevoamos os estados do Amazonas e Rondônia para verificar a eficiência da medida e, mesmo com a proibição, localizamos diversos focos de calor ativos. Todos os anos, o Greenpeace Brasil realiza uma série de sobrevoos de monitoramento para registrar o avanço do desmatamento e das queimadas na Amazônia. Em agosto de 2020, monitoramos pontos com alertas Deter e de pontos de calor e Prodes 2019, do Inpe.

Greenpeace diffonde oggi nuove immagini degli incendi in Amazzonia, realizzate sorvolando le aree colpite, che mostrano come i roghi interessino anche le aree protette. Mentre la foresta amazzonica continua a bruciare, il governo Bolsonaro, dopo aver proposto una moratoria agli incendi e aver inviato l’esercito, lo scorso venerdì ha fatto dietrofront, annunciando la sospensione di tutte le operazioni per combattere la deforestazione in Amazzonia, gli incendi nel Pantanal e nelle altre regioni.

Secondo l’Istituto brasiliano di ricerche spaziali (INPE), sono stati registrati 29.308 incendi in agosto, il secondo valore più alto negli ultimi 10 anni, e lo stato di Amazonas ha registrato il più elevato numero di incendi della sua storia, oltre 8.000. A causa di problemi tecnici del satellite NASA registrati a metà agosto, i dati potrebbero essere addirittura incompleti.

“Se l’Amazzonia continua a bruciare rischiamo di spingere verso il punto di non ritorno un bioma già in grave pericolo, con gravi conseguenze per il clima del Pianeta. Il problema però non è solo l’indifferenza del governo Bolsonaro, ma anche la connivenza dell’Unione europea, che sta discutendo l’approvazione del Mercosur, un accordo commerciale con Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay. Se approvato, creerebbe un quadro giuridico ed economico destinato ad aumentare il commercio – e quindi la produzione e il consumo – di carne, mangimi e altri prodotti già fortemente legati alla distruzione dell’Amazzonia, alla crisi climatica in corso e alla violazione dei diritti umani” dichiara Martina borghi, campagna foreste di Greenpeace.

Per informare e mostrare il legame tra le scelte fatte in Europa e gli incendi in Amazzonia, le volontarie e i volontari di Greenpeace, sabato 5 settembre, saranno presenti in 14 città italiane con iniziative di sensibilizzazione. La richiesta di nuovi terreni per i pascoli e per la produzione di mangime a basso costo destinato anche ai nostri allevamenti intensivi è la spinta maggiore a incendi e deforestazione. Nella maggior parte dei casi, infatti, gli incendi in Amazzonia – e in numerose altre foreste dell’America Latina – vengono innescati deliberatamente per gli interessi dell’agroindustria.

Tra il luglio 2019 e il giugno 2020 l’Italia ha importato dal Brasile oltre 25.000 tonnellate di carne, più di ogni altro paese dell’Unione europea, mentre nel 2019 il nostro Paese è stato fra i primi 10 importatori di soia brasiliana dell’Unione.

Gli incendi non sono l’unica minaccia per l’Amazzonia. La diffusione del Covid-19 non si ferma: sono oltre 29.000 gli indigeni contagiati e 761 quelli defunti. È inoltre in corso una nuova corsa all’oro, che si è scatenata dopo che, a causa della pandemia, il prezzo del metallo prezioso ha raggiunto valori mai registrati in 30 anni. Il 73 per cento della deforestazione illegale causata da attività minerarie nel mese di luglio è avvenuto in aree protette e oltre la metà in terre indigene, in particolare nelle terre dei Munduruku e dei Kayapò.