Marilyn Monroe avrebbe compiuto cent’anni nel 2026. E proprio alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Maggie Gyllenhaal ha scelto di riportarla sullo schermo con Flesh Impact, il cortometraggio scritto e diretto dalla presidente della giuria veneziana e interpretato da Dakota Johnson ed Ellen Burstyn. Ma dietro il progetto c’è un esperimento rimasto fuori dal risultato finale: Gyllenhaal ha provato a utilizzare l’intelligenza artificiale per trasformare digitalmente Dakota Johnson in Marilyn Monroe. Poi ha visto il risultato e ha deciso di eliminarlo.
Non perché la regista fosse contraria all’AI in partenza. Al contrario: ha accettato di sperimentarla. Il problema è arrivato quando la tecnologia si è confrontata con qualcosa di molto più difficile da riprodurre di un volto: una performance umana.
“Flesh Impact” porta Marilyn Monroe alla Mostra di Venezia
Il progetto nasce nell’anno del centenario della nascita di Marilyn Monroe e immagina qualcosa che la storia non ci ha permesso di vedere: come sarebbe stata Marilyn a cent’anni.
Dakota Johnson interpreta Marilyn da giovane, mentre Ellen Burstyn dà corpo a una Marilyn anziana, appartenente a una vita possibile che nella realtà non è mai esistita. Nel cast compaiono anche Peter Sarsgaard e Sepideh Moafi.
L’idea è già affascinante di per sé. Marilyn non viene semplicemente ricostruita attraverso ciò che conosciamo, ma immaginata attraverso ciò che avrebbe potuto diventare.
Ed è proprio all’interno di questo gioco tra realtà, memoria e possibilità che è entrata l’intelligenza artificiale.
Dakota Johnson doveva diventare Marilyn attraverso l’AI
Gyllenhaal ha raccontato a Venezia che durante la lavorazione le era stato chiesto di sperimentare con l’intelligenza artificiale. La tecnologia è stata utilizzata lavorando su materiale cinematografico di Marilyn, con l’obiettivo di intervenire sull’immagine di Dakota Johnson.
In sostanza, Marilyn doveva essere sovrapposta digitalmente a Dakota.
Gyllenhaal ha accettato per curiosità. L’esperimento cercava di avvicinare il volto dell’attrice contemporanea a quello di una delle icone più riconoscibili della storia di Hollywood.
Poi è arrivato il momento decisivo.
La regista ha guardato le immagini e ha capito che qualcosa non funzionava. Non necessariamente perché la tecnologia non riuscisse a produrre una Marilyn riconoscibile. Il problema era più profondo: Dakota Johnson senza quella trasformazione risultava più viva, più emozionante e più umana.
L’esperimento con l’AI è stato quindi scartato.
Ed è proprio questa decisione a rendere il caso molto più interessante del semplice utilizzo di un nuovo effetto speciale.
Il paradosso: la Marilyn meno perfetta funzionava meglio
L’intelligenza artificiale prometteva una maggiore somiglianza. Maggie Gyllenhaal ha preferito una maggiore umanità.
Ed è una distinzione enorme.
Per decenni il cinema ci ha chiesto di accettare che un attore potesse interpretare una persona realmente esistita senza esserne la copia perfetta. Michelle Williams poteva diventare Marilyn in My Week with Marilyn. Ana de Armas poteva farlo in Blonde. Lo spettatore sapeva perfettamente che davanti a sé non aveva la donna originale.
La distanza faceva parte del gioco.
Adesso quella distanza può essere tecnicamente ridotta dall’AI. Un algoritmo può analizzare fotografie e filmati, studiare proporzioni, espressioni e movimenti e produrre un’immagine progressivamente più simile all’originale.
Ma recitare non significa assomigliare.
Dakota Johnson porta inevitabilmente qualcosa di proprio dentro Marilyn: un movimento, un’esitazione, un modo di guardare che appartiene a lei e non alla donna che sta interpretando.
Ed è precisamente lì che nasce una performance.
Hollywood potrà davvero riportare in vita le sue star?
L’esperimento raccontato alla Mostra del Cinema di Venezia apre inevitabilmente una questione molto più grande.
Hollywood utilizza già tecnologie capaci di ringiovanire gli attori, modificare digitalmente i volti e ricostruire interpreti scomparsi. Con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, però, questi processi potrebbero diventare progressivamente più sofisticati.
A quel punto la domanda non sarà soltanto tecnica.
Che cosa succederà quando sarà possibile realizzare una Marilyn Monroe digitale abbastanza convincente da apparire in un nuovo film?
E lo stesso potrebbe accadere con Audrey Hepburn, James Dean, Marlon Brando o qualsiasi altro volto sufficientemente documentato dagli archivi.
La domanda più semplice sarà: possiamo farlo?
Quella più importante diventerà: dovremmo farlo?
Il problema non riguarda soltanto l’immagine
Esiste una differenza profonda tra possedere il diritto di utilizzare un volto e possedere la volontà della persona alla quale quel volto apparteneva.
Una Marilyn digitale potrebbe teoricamente pronunciare parole che Marilyn non ha mai detto, partecipare a storie che non ha mai scelto e apparire in opere realizzate decenni dopo la sua morte.
Il rischio è trasformare le star del passato in interpreti potenzialmente disponibili per sempre.
Un attore può morire. La sua immagine digitale potrebbe continuare a lavorare.
È una prospettiva affascinante dal punto di vista tecnologico, ma decisamente più complessa da quello artistico ed etico.
Ed è qui che la questione del consenso diventa centrale. La tecnologia può stabilire ciò che è possibile fare con un volto. Non può stabilire automaticamente ciò che sia giusto fare con quel volto.
E se l’AI rendesse Hollywood ancora più nostalgica?
Esiste poi un altro paradosso.
Hollywood viene accusata da anni di rischiare sempre meno: sequel, remake, reboot, franchise e personaggi già conosciuti rappresentano spesso investimenti considerati più sicuri rispetto a una storia completamente nuova.
L’intelligenza artificiale potrebbe spingere questa logica ancora oltre.
Se il pubblico ama le vecchie star, perché non continuare a utilizzarle?
Se un giorno fosse possibile avere una Marilyn Monroe digitalmente perfetta, perché rischiare su una nuova attrice sconosciuta?
È uno scenario estremo, ma pone una domanda importante sul futuro della creatività.
Perché Marilyn Monroe stessa, prima di diventare Marilyn Monroe, era un volto nuovo.
Se il cinema avesse a disposizione un archivio infinito di star da riutilizzare, il rischio sarebbe quello di trasformare Hollywood in un gigantesco museo digitale nel quale il passato non finisce mai.
A Venezia l’essere umano batte l’algoritmo
È per questo che la decisione raccontata da Maggie Gyllenhaal a Venezia assume un significato quasi simbolico.
Non siamo davanti a una regista che rifiuta l’intelligenza artificiale senza averla provata.
È accaduto esattamente il contrario.
Gyllenhaal ha utilizzato l’AI, ha osservato il risultato e ha scelto Dakota Johnson.
La tecnologia cercava di eliminare la distanza tra l’attrice e Marilyn Monroe. La regista ha scoperto che quella distanza era precisamente ciò che rendeva interessante l’interpretazione.
Nel momento in cui Hollywood discute se l’intelligenza artificiale possa occupare parti sempre più importanti del processo creativo, dalla Mostra del Cinema di Venezia 2026 arriva quindi un esperimento concreto e quasi paradossale.
Una macchina ha provato a rendere Dakota Johnson più simile a Marilyn Monroe.
Ma per Maggie Gyllenhaal il risultato migliore era già davanti alla macchina da presa: un essere umano che non era Marilyn e che, proprio per questo, poteva provare a interpretarla.




