La psicologa Gabriella Tupini ci cura con un video di 60 secondi su TikTok (e ci fa più male di una seduta)

Capita che lo scrolling su TikTok mette di essere anestesia e diventa specchio. Succede quando, tra balletti coreografati, filtri bellezza e frasi motivazionali annacquate, compare un volto fermo, una voce calma, uno sguardo che non chiede consenso. È lì che entra in scena Gabriella Tupini: una psicologa che non “intrattiene”, non “spiega”, non ti prende per mano. Ti mette davanti a te stesso. E lo fa con un video breve su TikTok, dove per definizione tutto dovrebbe scivolare via.

Nessun jingle. Nessuna musica emotiva pronta a dirti cosa provare. Nessun “se soffri è perché sei speciale” confezionato per diventare sticker nelle storie. Solo una frase. A volte due. E all’improvviso TikTok — il luogo della distrazione permanente — diventa un ambulatorio emotivo improvvisato, una sala d’attesa senza sedie, in cui l’unico paziente sei tu.

Una posologia non richiesta (ma necessaria)

Il punto non è “stare meglio”. Il punto è capire perché stai come stai. Tupini sembra parlare proprio a quella parte di noi che ha imparato a funzionare anche quando dentro si sente rotta. Le sue pillole non sono zuccherate: non promettono guarigioni rapide, non regalano alibi, non si prestano al benessere performativo. Se dovessimo scrivere la sua “posologia”, sarebbe qualcosa tipo: una dose al giorno di realtà, anche quando brucia.

«La consapevolezza non serve a stare bene. Serve a stare nel vero.»

È una frase che, detta in un contesto digitale ossessionato dall’idea di “self-care” come consumo, diventa quasi offensiva. Perché ti ricorda che la cura non è sempre morbida, e che spesso il primo passo non è la pace interiore: è l’ammissione onesta di ciò che stai evitando.

TikTok come luogo di verità (non di fuga)

La cosa più interessante è che Tupini non usa TikTok come un pulpito, ma come un luogo di attrito. Non si appoggia al ritmo, al montaggio, alle scorciatoie emotive. Ci mette dentro silenzio, densità, frasi che non cercano like ma collisione. Ogni video è breve, sì, ma non è leggero: è pensato per restare addosso, non per essere condiviso con un cuore distratto.

«Se hai bisogno che l’altro ti rassicuri continuamente, non è amore. È paura di restare solo.»

Sessanta secondi. Fine del video. E tu resti lì con quella frase che rimbalza nella testa mentre l’algoritmo vorrebbe portarti altrove. Ma non ci riesce subito. Perché qualcosa, anche solo per un attimo, si è incrinato.

Niente frasi da poster, solo fendenti

Le parole di Tupini non nascono per diventare citazioni estetiche. Non sono aforismi da tazza, né slogan da “manifesto della resilienza”. Sono fendenti gentili: arrivano dritte, senza decorazioni, e ti costringono a guardare ciò che normalmente eviti. E poi c’è l’altra cosa: la sua idea di libertà mentale non prevede fedeltà cieca, nemmeno verso chi parla di consapevolezza.

«Dubitate di me. Se non lo fate, non state pensando.»

In un’epoca di guru digitali che costruiscono seguito sulla fragilità altrui, questa è una mossa quasi scandalosa: non creare dipendenza. Non dire “seguimi e starai meglio”. Dire “non seguirmi: capiscimi, smontami, superami”.

La cura che non promette salvezza

Non c’è redenzione nei suoi video. Nessuna rinascita instagrammabile. C’è semmai una proposta scomoda: smettere di raccontarsi favole emotive. Guardare dove fa male, senza accelerare il processo. Accettare che crescere non significhi diventare “migliori”, ma più onesti. E qui arriva l’affondo più comune: l’idea che il problema sia sempre fuori. L’altro. Il lavoro. La sfortuna. La famiglia. Tutto vero, certo. Ma non basta.

«Non è la relazione che ti fa sentire vuoto. È il vuoto che porti nella relazione.»

A quel punto TikTok smette definitivamente di essere intrattenimento. Diventa una stanza silenziosa in cui sei solo con te stesso. Ed è forse per questo che quei video funzionano così tanto: non ti salvano, ma ti restituiscono.

Perché ci fa bene (anche se non sembra)

Gabriella Tupini non “cura” l’ansia con la formula magica, non risolve l’amore, non cancella la solitudine. Cura qualcosa di più profondo e meno spettacolare: la confusione. Quella zona grigia in cui sai che qualcosa non va, ma continui a distrarti per non nominarlo. I suoi video non sono carezze: sono interruzioni. E in un mondo che non si ferma mai, forse la vera terapia è proprio questa: qualcuno che, per un minuto scarso, ti costringe a restare fermo. E a pensare.

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Appassionato di tecnologia ed insegnante di matematica. Crede che la vita sia un'equazione binaria. Si occupa di sostenibilità ed immagina un futuro ad emissioni zero.