La Prima della Scala 2025 vista da dentro: tre ore che non si raccontano facilmente spiegate solo per voi

Entrare alla Scala il 7 dicembre non è semplicemente varcare la soglia di un teatro. È infilarsi in una sospensione collettiva: Milano resta fuori, mentre dentro si accende un tempo diverso, più lento, più solenne, quasi irreale. Quest’anno questa soglia si attraversa con un leggero disagio addosso, come se lo si sapesse già: non sarà una Prima da cartolina.

Nel palco centrale arriva Liliana Segre. L’applauso parte senza comandi, spontaneo, lungo, rispettoso. Lei sorride appena, si siede, poi dirà ai cronisti:
«Vengo qui da quando avevo cinque anni. Questa è una casa che non mi ha mai tradita».
Quando le chiedono dello spettacolo risponde con calma:
«So bene cosa sto per vedere. È un’opera scandalosa, ma l’arte deve anche disturbare».
E poi, quasi sottovoce:
«Sono io che voglio bene alla Scala».

Poco più in basso, tra platea e primi palchi, scorre un’eleganza contenuta. Smoking neri, abiti scuri, gioielli mai esibiti troppo. È una Prima più sobria del solito, come se la città avesse scelto di trattenere il fiato.

Quando Riccardo Chailly sale in buca per dirigere l’Inno di Mameli, il teatro si alza in piedi come un unico corpo. È il suo ultimo 7 dicembre da direttore musicale. L’applauso che lo accoglie non è rituale: è riconoscenza. Prima di entrare aveva detto:
«Šostakovič non è una provocazione. È una necessità».

Poi il buio. E la Scala cambia pelle.

Sul palcoscenico tutto è già accaduto: la tragedia è un reperto, un verbale, una ferita che si riapre davanti agli occhi. I tablet con i sovratitoli lanciano l’avviso: “Scene violente”. Un dettaglio mai apparso prima. Ma quando la musica parte, si capisce subito che l’avviso è quasi inutile: la violenza si sente prima ancora di vedersi.

Sara Jakubiak è una Katerina che non arretra mai. La sua voce è luminosa, ma dentro vibra qualcosa di animalesco, di trattenuto. Ogni sguardo è una richiesta d’amore, ogni gesto è una sfida al destino. L’orchestra non accompagna: spinge, graffia, travolge. Chailly tiene tutto teso come una corda.

Nei palchi si ascolta in apnea. I colpi dell’orchestra sembrano arrivare dal pavimento, non dalla buca. La sensualità non è mai elegante, è bruta, scomoda. Qualcuno si muove sulla poltrona, qualcuno incrocia le braccia, qualcuno abbassa per un istante gli occhi. Nessuno resta indifferente.

Tra gli spettatori riconosci Mahmood. Prima dell’inizio, nel foyer, aveva detto con sincerità disarmante:
«Passavo di qui quando lavoravo nei bar. Guardavo le luci e pensavo che non ci sarei mai entrato. Essere qui stasera mi sembra ancora un sogno».
Durante l’opera resta concentrato, immobile, come se stesse ascoltando qualcosa che va oltre la musica.

Poco distante Achille Lauro, che prima delle luci spente aveva sorriso ai fotografi dicendo:
«Se l’opera non disturba, non serve a niente».
Durante il secondo atto non distoglie lo sguardo neppure nei momenti più duri.

Sui palchi domina, come un’ombra elegante, il nome di Giorgio Armani. Il primo 7 dicembre senza di lui è pieno dei suoi abiti. Non c’è ostentazione, solo un omaggio silenzioso. Uno degli ospiti mormora:
«Questa sera la moda non deve farsi notare. Deve solo stare al suo posto».

La tragedia corre veloce. Il suocero, la frusta, il primo omicidio, il secondo, il fantasma che ritorna. L’orchestra si fa grottesca, poi lirica, poi spietata. Gli interludi sinfonici sono vere voragini emotive: archi che scavano, fiati che tremano, ottoni che schiacciano.

Nel penultimo atto c’è un silenzio diverso in sala. È un silenzio che non nasce dall’educazione, ma dalla paura vera. La platea sembra respirare all’unisono con la protagonista.

E poi il finale.
Niente lago ghiacciato. Nessuna poesia. Solo fuoco. Benzina, fiamme, due corpi che bruciano mentre la musica si spegne a poco a poco, come se anche lei stesse morendo con loro. La tragedia non cerca redenzione: si consuma e basta.

Quando il sipario cala, per alcuni secondi non succede nulla. Nessuno applaude. Nessuno si muove. È un vuoto rarissimo alla Scala. Poi il teatro esplode. Un applauso lungo, potentissimo. Per Jakubiak, per l’orchestra, per Chailly. E ancora una volta per Segre, che si alza in piedi con discrezione, quasi sorpresa.

All’uscita, tra cappotti, sguardi accesi e voci rovinate, qualcuno dice:
«Non è stata una Prima elegante. È stata una Prima che ti entra sotto la pelle».
Un’altra voce aggiunge:
«Da questa non esci uguale a come sei entrato».

Dal punto di vista culturale e musicale, questa Lady Macbeth non è solo uno choc visivo: è soprattutto una lezione di teatro musicale del Novecento. In questa partitura di Dmitrij Šostakovič si sente tutto il peso della sua epoca, ma anche una modernità sorprendente: la satira feroce, i cambi di registro improvvisi, il modo in cui l’orchestra diventa linguaggio emotivo prima ancora che accompagnamento. Non c’è mai un solo livello di lettura. Ogni scena è psicologia, politica e carne insieme.

La direzione di Riccardo Chailly tiene insieme questa complessità con una lucidità impressionante: non cede mai alla tentazione dell’enfasi gratuita, ma costruisce una tensione continua, chirurgica. I grandi interludi sinfonici non diventano mai “pause di bellezza”, ma snodi drammatici veri, in cui l’orchestra racconta ciò che le parole non osano dire. Qui Šostakovič non commenta l’azione: la giudica, la svela, la smaschera.

Anche la regia, pur nella sua durezza, evita il compiacimento. La violenza non è mai decorativa, il sesso non è mai estetizzato: tutto resta funzionale al crollo morale dei personaggi. Il fuoco finale non è un effetto speciale, ma un simbolo netto: non c’è purificazione, non c’è catarsi, solo la consumazione totale della colpa e del desiderio. Ed è proprio questa assenza di consolazione a rendere l’opera così disturbante e, allo stesso tempo, così necessaria oggi.

Il risultato è uno spettacolo che non cerca l’applauso facile, non addolcisce, non semplifica. Una Prima che riporta l’opera a essere ciò che dovrebbe sempre essere: non intrattenimento elegante, ma specchio spietato del nostro lato più oscuro.

Intanto fuori la città è già tornata a correre. Taxi, sirene, Natale che avanza. Dentro, per tre ore, Milano si è fermata.

E noi di Domanipress, per raccontarla a voi fedeli lettori, semplicemente, ci siamo stati dentro.

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.