La forza delle immagini e la narrazione di una crisi. Da George Floyd al Coronavirus le immagini del 2020 parlano di noi

La storia della nostra vita è un racconto per immagini, non per parole. La vita della maggior parte di noi non sarà mai oggetto di saggi o biografie, ma ciascuno di noi custodisce gelosamente una piccola galleria di immagini che sono la summa non tanto di chi siamo, ma di cosa selezioniamo per raccontare agli altri la nostra storia personale. Esiste poi il racconto di una storia che non è personale ma collettiva, la cui narrazione, prima della rivoluzione dei social media, esisteva quasi esclusivamente attraverso le illustrazioni e le fotografie selezionata dalla stampa.

Le prime pagine e le copertine dei più importanti quotidiani e periodici del mondo sono state per decenni il racconto per immagini della società e della comunità che la costituisce. Alcune di esse hanno avuto un impatto così potente sul pubblico da essere diventate, da semplici copertine, i manifesti dei momenti salienti della storia recente.

L’11 agosto del 1969 il numero speciale di Life mostra al mondo la fotografia di Buzz Aldrin sul suolo lunare, scattata da Neil Armstrong che s’intravede riflesso nel casco del collega. L’immagine non ha bisogno di didascalia ma viene comunque accompagnata da poche, semplici parole: to the moon and back. Nel 1981, il 22 gennaio, Rolling Stones esce con un tribute issue a John Lennon, assassinato pochi mesi prima, ritratto in copertina completamente nudo e abbracciato alla moglie Yoko Ono, in una posa che ricorda un feto nel grembo materno. La copertina, firmata dalla magistrale Annie Leibovitz, non è solo l’ultima foto ufficiale del cantante, che verrà freddato a colpi di pistola poche ore dopo lo scatto, ma è anche l’apice di una rivoluzione sessuale e di costume che finalmente può dirsi compiuta e radicata. Il 24 settembre 2001, il New Yorker pubblica una delle immagini che in assoluto meglio descrivono il dolore, muto e assordante, del trauma dell’11 settembre. Su uno sfondo grigio scuro campeggiano le sagome nere delle torri gemelle, due ferite profonde sul volto di una società che non sarà mai più la stessa. In copertina non ci sono parole, perché sarebbe stato inutile cercarle.

Questi sono i fermoimmagine delle vittorie e delle sconfitte di un mondo che, trasformandosi, le ha immortalate e descritte con immagini e fotografie, sapendo di doverle consegnare alle nuove generazioni non più come ricordi, ma come eventi storicizzati.

Un domani anche tutto ciò che stiamo vivendo noi ora verrà affidato alla memoria storica: la domanda non è tanto quali siano gli eventi che diventeranno i fotogrammi cristallizzati del nostro tempo (perché è piuttosto facile intuirlo), ma piuttosto in che modo stiamo scegliendo di immortalarli. E soprattutto, se ci stiamo riuscendo in maniera efficace. Inutile dirlo, il 2020 sarà ricordato come l’anno della pandemia di Coronavirus, il “nemico invisibile” del quale in realtà abbiamo dei ritratti estremamente nitidi, restituiti dai microscopi TEM. Eppure le foto del SARS-Cov-2, con i suoi inquietanti pungiglioni che ricordano più una mina subacquea che una corona, non sono le immagini che istintivamente ciascuno di noi associa alla pandemia, né sono una rappresentazione adeguata a comunicare la portata del trauma con cui ci stiamo confrontando. Per quello servono immagini create e selezionate da chi il trauma lo ha subito. Tra di esse, il primo e meglio riuscito esperimento di narrazione di questa crisi è senza dubbio il numero di aprile di VOGUE Italia che, anche grazie all’eccezionale direttore Emanuele Farneti, continua a riconfermarsi come una delle versioni migliori di questo mensile ultracentenario edito in sedici lingue diverse. Con un accenno di beatlesiana ispirazione, la copertina è completamente bianca. Bianco è il colore delle divise di chi ha combattuto in prima linea e delle loro notti senza riposo. Bianco è il silenzio e il tempo rallentato, che servono a riflettere. Bianco, come il colore degli abiti in voga dopo la crisi del ’29, quando anche nel vestiario si aveva bisogno di ottimismo e positività. Bianco è la famosa “luce alla fine del tunnel” che sembra non arrivare mai, e quando arriva fa quasi paura. Bianco che non è resa, che non è neutralità, ma che è una nuova pagina tutta da scrivere.

Un domani, agli occhi di chi questa pandemia non l’avrà vissuta, la semplice potenza di questa copertina non risulterà una banale metafora trita e ritrita, ma continuerà ad essere efficacemente calzante. Un’altra immagine-manifesto della crisi da Coronavirus ci è stata regalata dal già citato New Yorker, che di cover d’impatto ne ha sfornate a volontà.
Il 6 aprile 2020 il periodico mette in copertina un’illustrazione dal titolo “Bedtime”, del fumettista e graphic designer Chris Ware. Una dottoressa, completamente bardata in tenuta anticontagio, si concede un breve momento per guardare sul proprio cellulare la foto del marito che sta mettendo a letto i loro bambini. Un momento di straziante quotidianità, in un ospedale di una New York che è anche un po’ Codogno, e Londra, e Wuhan (e in questi ultimi giorni, tragicamente anche Sao Paulo in Brasile). La protagonista della scena non viene mostrata in viso, ma soffermandosi ad osservarla si noterà che si tratta di una donna e che, a giudicare dal colore della pelle e dai capelli, potrebbe essere ispanica o afroamericana. Insomma, avrebbe potuto benissimo essere un uomo caucasico, ma non lo è: questa sottile lettura nella lettura rende il lavoro di Ware l’illustrazione perfetta del momento rappresentato.

GQ Portogallo, d’altro canto, ha proposto una copertina concettualmente più livellata, ma che forse meglio di tutte le altre parla direttamente la lingua di tutti noi. La facciata è completamente occupata da un enorme smile giallo, su cui campeggia la scritta “Everything’s gonna be alright”. Ai piedi dell’immagine ci sono altre semplici parole, che probabilmente interpretano il pensiero comune meglio di qualsiasi altro slogan sia stato coniato durante questa crisi:, ovvero “Fuck off Covid-19”.

Lo pensiamo tutti, finalmente qualcuno l’ha scritto e sbattuto in copertina. Infine, parlando della narrazione della pandemia, non si può omettere l’edizione del 24 maggio del New York Times che sveglia i propri lettori con uno schiaffo in pieno viso. La prima pagina, pur non essendo un’immagine, ha la forza iconica e cruda delle fotografia in bianco e nero dai teatri di guerra. È un elenco fittissimo di minuscole parole che si rincorrono, quasi illeggibili a un primo sguardo e al tempo stesso così tragicamente facili da capire. Sono 1.000 nomi di vittime del Covid-19, ciascuno accompagnato da poche parole che non ne restituiscono una biografia tradizionale, ma che ci raccontano delle loro migliori qualità, dei ricordi che hanno lasciato nei loro cari, dei traguardi di cui andavano più fieri. Marion Krueger, 85 anni, Kirkland, Washington. Bisnonna dalla risata facile. Louvenia Henderson, 44 anni, Tonawanda, New York. Madre single orgogliosa dei suoi tre bambini. John Cassano, 70 anni, Palos Park, Illinois. Il burlone di famiglia Timothy Branscomb, 32 anni, Chicago, Illinois. Sempre occupato a prendersi cura degli altri Torrin Jamal Howard, 26 anni, Waterbury, Connecticut. Gigante gentile, atleta, musicista. Loretta Mendoza Dionisio, 68 anni, Los Angeles, California. Sopravvissuta al cancro, nata nelle Filippine. Nessuna stagnante litania di numeri e percentuali, nessuna astratta descrizione di curve che si flettono o s’impennano.

In questo modo, a ciascun lettore è stato ricordato ciò che davvero è andato perso e che non potrà mai essere rimpiazzato. Senza implicare che le conseguenze politiche ed economiche di questa pandemia siano trascurabili o facili da sopportare, ma semplicemente sottolineando che la perdita di vite umane è stata e sarà sempre la sconfitta più grande, il danno più incalcolabile.

Scontato e dozzinale come concetto? Sì, per coloro che non stanno prestando attenzione a ciò che succede nel mondo, specie durante le ultime settimane negli Stati Uniti. Già perché, se la pandemia è la ferita globale di un mondo che si è riscoperto fragile e unito, i recenti episodi di persecuzione razziale in America sono i rigurgiti di un mondo ignorante che, sotto sotto, così unito probabilmente non lo è.

Pochi giorni fa il settimanale TIME ha dedicato la propria copertina all’assassinio di George Floyd, selezionando un’immagine che, pur nella sua raffinata sensibilità, comunica efficacemente il dolore lancinante della comunità afroamericana. Si tratta del dipinto Analogous Colors dell’artista afroamericano Titus Kaphar, che già nel 2014 aveva realizzato un’opera per la copertina di TIME, in occasione delle proteste per l’omicidio di Michael Brown. Una donna afroamericana, dall’espressione corrucciata e quasi rassegnata, stringe al petto la sagoma vuota di un bambino la cui figura è stata eliminata dall’illustrazione. Protagonista è dunque il dolore incomunicabile di tutte quelle madri di colore che hanno perso i propri figli e figlie a causa del razzismo sistematico che serpeggia endemicamente negli Stati Uniti dai tempi della tratta degli schiavi. Un concetto questo già intrinsecamente agghiacciante, reso ancor più penoso dal fatto che George Floyd, nel famigerato video della sua brutale esecuzione, si sente invocare più volte la madre, deceduta nel 2018. La copertina è incorniciata dal tradizionale bordino rosso, tipico delle copertine di TIME, che per la prima volta nella storia del magazine contiene delle scritte. Si tratta dei nomi di trentacinque uomini e donne afroamericani uccisi dal razzismo, dei quali una buona parte per mano di agenti di polizia. Analogous Colors non è solo una perla di pittura contemporanea, è soprattutto l’esempio di come un magazine di fama mondiale abbia commissionato ad un artista di colore un’opera affinché fosse realmente il fermoimmagine della temperie sociale che stiamo vivendo, e che in futuro racconterà di essa meglio di qualsiasi saggio o articolo di giornale. Un domani la storia guarderà indietro a queste immagini, che noi stiamo selezionando per comunicare le sfide e le pene di quest’anno bisesto e funesto, per vederle attraverso il filtro dei nostri occhi.

Per riuscire a capire, tramite il nostro racconto per immagini, come abbiamo affrontato l’annus terribilis. Personalmente non ritengo che da queste immagini traspaia la volontà di cancellare il 2020, tirarci una riga sopra e chiudere gli occhi in attesa di un anno venturo migliore. Credo che la nostra narrazione delle crisi sia la storia di come una generazione, né peggiore né migliore delle precedenti, stia cercando di stare al passo con gli stravolgimenti che essa stessa ha causato, nella speranza di uscirne più sana e consapevole. In ogni caso siamo solo a metà del 2020 e, sebbene possa suonare come una minaccia visto l’andazzo, siamo ancora in tempo per farne l’anno della svolta, e non della fine.

Fiorenza Sparatore