Quando è tornato sul palco dell’Ariston per questa edizione del Festival di Sanremo 2026, Fulminacci non era più il ragazzo spaesato della pandemia, né l’esordiente travolto dal meccanismo mediatico. La sua esibizione con Stupida sfortuna ha restituito un artista più consapevole, ironico e disarmante nella sua normalità. Ora che il Festival entra nel suo rettilineo finale, il cantautore romano guarda a questa esperienza come a un passaggio emotivo prima ancora che professionale.
Lo incontriamo nelle ore sospese tra classifiche provvisorie, prove e corridoi affollati.
Sanremo sta per concludersi. Che sensazione ti resta dopo l’esibizione?
«Mi sento sollevato, ma anche grato. La prima volta era tutto irreale, quest’anno invece ho vissuto ogni momento. Ho respirato il pubblico, il backstage, il caos. Mi sono divertito davvero — ed era l’obiettivo principale.»
Sul palco sei apparso più sicuro e leggero. È stata una scelta consapevole?
«Sì. Ho capito che la leggerezza non significa superficialità, ma fiducia. Non volevo dimostrare niente a nessuno. Volevo solo cantare una canzone in cui credo.»
Come è stata accolta Stupida sfortuna dal pubblico?
«Mi hanno scritto in tantissimi dicendo “parla di me”. È la cosa più bella che possa succedere. Racconta quelle giornate storte in cui tutto sembra andare male… e poi finisci per riderci sopra. È un modo per dire che la vita non è perfetta, ma può essere buffa.»
Hai rivissuto emozioni diverse rispetto al 2021?
«Totalmente. Nel 2021 cantavo in un teatro vuoto e mi sembrava di essere dentro un sogno strano. Quest’anno ho sentito il calore, gli sguardi, l’energia. È stato come fare pace con quel ricordo.»
Il duetto con Francesca Fagnani è stato uno dei momenti più sorprendenti. Come è nato?
«Volevo rompere lo schema. Portare sul palco qualcuno che non fosse un cantante ma avesse presenza, intelligenza, ironia. Abbiamo giocato con l’estetica della tv anni Sessanta e Settanta: eleganza, ritmo, un certo fascino vintage. È stato un piccolo viaggio nel tempo.»
Sanremo è competizione ma anche esposizione emotiva. Ti pesa il verdetto finale?
«La verità? Mi mette più ansia il momento dell’apertura della busta che la classifica in sé. Se perdessi, spero di essere sinceramente deluso: sarebbe umano. Però sento di aver già vinto, perché ho fatto esattamente quello che volevo fare.»
Il nuovo album Calcinacci esce tra pochi giorni. Quanto questo Festival lo anticipa emotivamente?
«Molto. I calcinacci sono ciò che resta dopo una demolizione, ma anche il materiale da cui si riparte. Il disco nasce dalla fine di una relazione importante, ma non è un disco triste: è un disco che prova a ricostruire.»
Ti senti cambiato rispetto al Fulminacci degli inizi?
«Forse sono meno spaventato dall’incertezza. Ho capito che non serve avere tutte le risposte. La mia generazione vive più tardi certe tappe, è più fragile, ma forse più in pace con se stessa.»
Ora che il Festival sta finendo, qual è l’immagine che porterai via con te?
«Il momento in cui si spengono le luci dopo l’esibizione e per un secondo resta solo il buio. Lì capisci che tutto passa: l’ansia, l’adrenalina, l’applauso. E rimane solo la musica.»
Tra classifiche ancora aperte e un disco pronto a nascere, Fulminacci esce da Sanremo senza maschere: con la consapevolezza che la leggerezza non è fuga, ma un modo gentile — e sorprendentemente coraggioso — di restare dentro la vita.




