Kurt Cobain e gli altri: la rivoluzione grunge ha, ancora oggi, una valida lezione di vita da insegnarci

In mezzo a tutto il caos di un concerto dal vivo, volevo trovare come un senso di grazia, volevo che le persone sperimentassero come fosse l’essere lì: il sudore, il rumore, l’essere schiacciati gli uni contro gli altri.” – Charles Peterson.

Questa breve citazione basta ad esprimere l’obiettivo, perfettamente raggiunto, della mostra fotografica prodotta da Ono arte contemporanea “Peterson-Lavine. Come as you are: Kurt Cobain and the Grunge Revolution”, svoltasi a Firenze entro la raffinatissima cornice fiorentina di Palazzo Medici Riccardi e conclusasi il 18 ottobre.

I fotografi Charles Peterson e Michael Lavine sono i due binari su cui viaggia la narrazione della mostra, e le loro lenti i punti d’osservazione privilegiati tramite cui rivivere l’epoca d’oro del grunge.

Da ragazzini impacciati a rockstar venerate da un’intera generazione, Peterson e Lavine raccontano la stessa storia, la storia dei Nirvana, scegliendo linguaggi artistici diametralmente diversi ma egualmente efficaci.

Da un lato Peterson con i suoi scatti in bianco e nero rubati ai concerti e il flash che, fendendo il buio dei club, immortala le chitarre spaccate e il pogo della folla.

Dall’altra Lavine, fotografo da studio, che con un gusto decisamente più discreto mette i ragazzi in posa, su fondo bianco e a tinte pop.

Il percorso espositivo si snoda in maniera cronologica, restituendoci la storia per immagini di tre ragazzini con i jeans strappati che, col passare degli anni, diventano icone della scena rock rimanendo di fatto sempre uguali a se stessi.

Naturalmente il protagonista di questa storia senza lieto fine è Kurt.

Kurt con i capelli rosa, Kurt abbracciato alla sua chitarra, Kurt con la figlia neonata, sempre assolutamente privo della più vaga ombra di divismo.

Non so come gestire il successo. Se ci fosse stato un corso per rockstar, mi sarebbe piaciuto seguirlo. Avrebbe potuto aiutarmi”. Questa frase, pronunciata da un Kurt ingenuo nella sua dissolutezza, ancora bambino pur essendo una rockstar, è una delle tante citazioni che scandiscono lo svolgersi della mostra, e ben prepara il visitatore alla sua conclusione, la fine del sogno dei Nirvana. La morte di Cobain. Su uno dei muri dell’ultima sala è riportata integralmente la lettera d’addio, trovata l’8 aprile del 1994 accanto al cadavere del musicista e ad un fucile.

Kurt è depresso, mangiato vivo dal circo mediatico cui è esposto e dall’eroina sulla quale si butta per sopportarlo. “Non ho più nessuna emozione, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”. Kurt Cobain decide di uscire di scena a 27 anni, l’età di quelli troppo fragili per invecchiare ma troppo immensi per morire nell’anonimato. Per sempre giovane, per sempre un’icona.

Cobain ne è andato non prima di aver colmato con la propria genuina, caotica e sofferta musica il vuoto culturale della sua generazione che è però anche un po’ la nostra, dando voce ai pensieri di tutti quelli tra noi che si sono sentiti (e si sentono tuttora) strani, sfigati, fuori posto. Questa impeccabile mostra ha avuto il grande merito di ricordare ad alcuni e di spiegare ai più, in maniera delicatissima e cruda allo stesso tempo, il senso ultimo della rivoluzione grunge: “come as you are”, siate voi stessi. Un messaggio di cui, forse oggi ancor più di ieri, abbiamo tutti un disperato bisogno.

Fiorenza Sparatore