Jacopo Veneziani è tornato su Rai 3 con la seconda edizione di “Vita da artista”, il programma di Rai Cultura in onda tutte le sere alle 20.15. Un viaggio dentro la vita privata e creativa di pittori, scrittori e musicisti, raccontati attraverso luoghi, oggetti e dettagli capaci di restituire un’immagine più intima e contemporanea dell’arte.
Il linguaggio è moderno, pop, mai accademico: un racconto che dialoga con il presente e che riflette perfettamente lo stile di Veneziani, oggi tra i divulgatori culturali più seguiti anche sui social.
Una visione che emerge con chiarezza anche nel Salotto di Domanipress, dove si è raccontato con lucidità e profondità, affrontando il tema della comunicazione culturale e del rapporto tra arte e nuove generazioni.
Leggi qui l’intervista completa del Salotto di Domanipress
Che rapporto hai con i musei italiani, spesso accusati di non saper comunicare al pubblico più giovane?
«I nostri musei custodiscono un patrimonio straordinario, ma è vero: spesso manca la capacità di raccontarlo. Non è una questione di risorse soltanto, ma di mentalità. Bisogna imparare a pensare i musei come luoghi vivi, aperti, inclusivi. Quando vedo iniziative che coinvolgono i ragazzi, che sperimentano linguaggi nuovi, penso che sia la strada giusta. Ma serve più coraggio.»
In televisione hai portato l’arte a un pubblico vastissimo. Cosa ti ha insegnato quell’esperienza?
«La televisione ti insegna a parlare a tutti. Non puoi dare nulla per scontato, ma allo stesso tempo non puoi scadere nella banalità. È una palestra straordinaria che ti obbliga a essere chiaro, diretto, empatico. Ma la cosa più bella è stata scoprire che il pubblico aveva fame di cultura. Nonostante i luoghi comuni, la gente ha voglia di ascoltare storie che nutrono, non solo di intrattenimento leggero. Ci sono pochi format e divulgatori culturali oggi in tv. Il mio mito assoluto resta Alberto Angela, fortunatamente le nuove generazioni utilizzano il web dove stanno nascendo molte realtà innovative e interessanti che sopperiscono alla mancanza delle reti generaliste.»
Nelle tue riflessioni ritorna spesso il tema della memoria. Perché è così importante oggi?
«Perché senza memoria non siamo niente. Non si tratta solo di ricordare il passato, ma di riconoscere la nostra identità collettiva. Le opere d’arte ci raccontano chi eravamo e ci interrogano su chi vogliamo diventare. Senza radici rischiamo di essere manipolabili, fragili, incapaci di costruire un futuro solido. La memoria è la base su cui poggia ogni speranza.»




