Italia, frane ed erosioni: stiamo finendo le scuse (e anche il tempo). L’annuncio shock di Luca Mercalli nel Salotto di Domanipress: “Viviamo una patologia climatica”

L’Italia è un Paese che si muove. A volte lentamente, come un respiro che quasi non senti. A volte di colpo, con la violenza di una frana che riscrive una collina in una notte. Dal Vajont a Niscemi, la parola “dissesto” non è un’etichetta tecnica: è una linea che attraversa il paesaggio e arriva dentro le case, nelle strade, nei ricordi. Non è solo una questione di rocce e piogge: è il modo in cui abbiamo abitato (e spesso forzato) un territorio spettacolare e fragile.

Il paradosso italiano sta tutto qui: la stessa geologia che ci regala coste, montagne, borghi e vallate da cartolina è anche quella che rende il suolo instabile. L’Italia è un laboratorio naturale di tettonica, erosione e gravità. Il paesaggio è giovane, vivo, in continua trasformazione. E su questo corpo mobile abbiamo costruito tantissimo: infrastrutture, quartieri, capannoni, strade provinciali diventate arterie vitali, linee ferroviarie, ponti, reti idriche. Il rischio non riguarda più soltanto i versanti montani: coinvolge fondovalle urbanizzati, colline terrazzate, margini urbani dove il cemento finisce e comincia la pendenza.

Il tema non è nostalgia né processo alle intenzioni. Nel dopoguerra l’edilizia è stata crescita, lavoro, risposta a un bisogno reale di case. Ma quel modello ha aumentato l’esposizione: più persone e più beni in aree vulnerabili significa che lo stesso evento naturale produce danni maggiori. È la differenza tra una frana che cade in un bosco e una frana che interrompe una strada, isola una frazione, costringe una scuola a chiudere e una famiglia a lasciare la propria casa.
La lezione più dura è che il rischio non è mai “altrove”

Il Vajont resta simbolo di quanto possa essere devastante la combinazione tra instabilità naturale e scelte umane: segnali sottovalutati, fiducia eccessiva nella capacità tecnica di controllare tutto, una montagna che parlava e non è stata ascoltata fino in fondo. Niscemi racconta invece la fragilità quotidiana: non il disastro eccezionale, ma l’erosione lenta della sicurezza, le crepe che si allargano, l’acqua che cambia percorso, l’ansia che entra nella vita di tutti i giorni.

La fragilità in Italia è diffusa e spesso sottovalutata anche perché il rischio non è una fotografia immobile. Cambia con l’uso del suolo, con nuove costruzioni, con la manutenzione o la sua assenza, con gli incendi che indeboliscono i versanti, con gli interventi sugli alvei dei fiumi, con tagli stradali e scavi che modificano l’equilibrio dei pendii.

I numeri del dissesto: una mappa enorme, ma non definitiva

Nel nostro Paese sono censite oltre 684.000 frane, una quota impressionante nel panorama europeo. Ma il dato più inquietante è che una parte significativa degli eventi avviene anche in aree non classificate a rischio. Significa che la realtà evolve più rapidamente delle mappe e che gli strumenti di pianificazione devono essere aggiornati con continuità.

Il caso dell’Emilia-Romagna 2023 ha mostrato quanto un territorio possa attivarsi a catena: in circa 6.500 km² si sono registrate 80.000 frane. Quando i fenomeni sono migliaia, cambia tutto: soccorsi, viabilità, logistica, tempi di ripristino, valutazione dei danni e prospettive di ricostruzione.

Copernicus Ground Motion: vedere il movimento prima che diventi emergenza

In questo scenario, il Copernicus Ground Motion rappresenta uno degli strumenti più innovativi per la prevenzione. Grazie ai satelliti radar è possibile misurare gli spostamenti del terreno con precisione millimetrica e individuare deformazioni lente e progressive invisibili all’occhio umano. Un pendio che scivola di pochi millimetri l’anno, un’infrastruttura che mostra segnali di stress, un’area urbana soggetta a subsidenza possono essere monitorati nel tempo, permettendo interventi mirati prima che il problema diventi emergenza.

Questa tecnologia non sostituisce l’analisi geologica sul campo, ma consente di capire dove concentrare controlli, manutenzioni e risorse. Il passaggio decisivo non è solo avere dati più precisi, ma trasformare quei dati in decisioni operative, aggiornamento delle mappe, pianificazione urbana consapevole e comunicazione chiara ai cittadini.

Il clima come acceleratore del rischio

Negli ultimi anni il dissesto è sempre più intrecciato con la variabilità climatica. Lunghi periodi di siccità induriscono e fessurano i suoli, mentre piogge intense concentrate in poche ore saturano il terreno e innescano movimenti improvvisi. Gli incendi eliminano la copertura vegetale e rendono i versanti più vulnerabili. In questo contesto le frane non sono più un fenomeno isolato: diventano una conseguenza di un sistema ambientale sotto stress.

Nel Salotto di Domanipress, Luca Mercalli ha sintetizzato questa trasformazione con parole nette:

«Viviamo una nuova patologia climatica. Le crisi climatiche del passato erano naturali: venivano da eruzioni vulcaniche, oscillazioni solari, variazioni orbitali. Oggi invece siamo noi la causa della malattia. Con l’uso eccessivo di combustibili fossili, abbiamo alterato l’atmosfera come non era mai accaduto negli ultimi tre milioni di anni. Stiamo navigando in un oceano nuovo, senza mappe. E il tempo per correggere la rotta si sta esaurendo.»

Per approfondire: https://www.domanipress.it/video-intervista-esclusiva-luca-mercalli-non-e-mai-troppo-tardi-per-capire-che-la-natura-non-si-comanda/

Prevenire significa cambiare mentalità

Prevenire non significa eliminare il rischio, ma ridurlo attraverso manutenzione costante del territorio, gestione delle acque, pianificazione urbanistica responsabile e continuità nelle politiche di tutela. Significa intervenire prima, quando il problema non è ancora visibile, e accettare che i benefici arrivino nel lungo periodo.

Il vero ostacolo non è solo economico, ma culturale: privilegiare un vantaggio futuro rispetto a un costo immediato resta difficile. Eppure ogni intervento preventivo riduce le spese future e, soprattutto, protegge comunità e tessuto sociale. Una frana non distrugge solo edifici: interrompe relazioni, lavoro, identità dei luoghi.

Video Intervista Esclusiva

Se la Terra si muove, non è una notizia: è la sua natura. La vera notizia è quanto continuiamo a vivere come se non fosse così. Le frane non sono fatalità: sono geologia, clima, urbanistica,

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Appassionato di tecnologia ed insegnante di matematica. Crede che la vita sia un'equazione binaria. Si occupa di sostenibilità ed immagina un futuro ad emissioni zero.