I Subsonica, la celebre band torinese, a vent’anni dalla pubblicazione del disco “Microchip emozionale” che ha segnato in modo indelebile la scena musicale italiana, sono tornati per una rielaborazione musicale del loro primo successo che ha accorciato le distanze tra la musica indipendente italiana e le produzioni internazionali, integrando elettronica, rock, dance, testi e melodia in una sintesi unica ed irripetibile. Samuel Romano, recentemente reduce da successo di X Factor, Davide Dileo, Max Casacci, Luca Vicini ed Enrico Matta per l’occasione hanno risuonato, rivisitato e arricchito l’album celebrativo con un nuovo sound anche grazie alla complicità con quattordici artisti che hanno oggi, per la maggior parte, l’età dei Subsonica di allora e che hanno sposato il progetto con featuring esclusivi. Tra i nomi che fanno parte del progetto ci sono: Achille Lauro, Coez, i Coma Cose, Cosmo, Elisa, Ensi, Fast animals and slow kids, Gemitaiz, Motta, Myss Keta, Nitro, Lo stato sociale e Willye Peyote. Ma non è tutto la band di “Tutti i miei Sbagli“, singolo recentemente rilanciato in radio nella versione acustica ed emozionante impreziosita dal contributo di Motta, è pronta a partire nel nuovo anno con una tournèe che toccherà tredici città italiane portando in giro per lo stivale il sound riconoscibile che li caratterizza, coniugando suoni elettronici, incisività melodica e grande carica sul palco. Noi di Domanipress abbiamo ospitato nel nostro salotto virtuale i Subsonica per fare con loro il punto di questi vent’anni trascorsi tra musica, tecnologia e sguardi rivolti al futuro.

A vent’anni di distanza dalla pubblicazione di “Microchip Emozionale” avete deciso di rendere omaggio all’album che vi ha consacrato nel panorama musicale italiano…Confrontarsi con il passato è stato difficile? Com’è cambiato l’approccio alla musica in questi anni?

«Se dobbiamo considerare delle difficoltà, queste risiedevano nell’attaccamento da parte del nostro pubblico a qualche cosa di “intoccabile”, quasi a livello religioso. Inoltre per noi stessi poteva risultare difficile mettere mano a brani che continuiamo a suonare da 20 anni in una forma molto precisa. Abbiamo quindi deciso di dividere l’approccio in tre modalità. Una più live: dopo tanti anni di vita di palco i brani sono diventati più compatti rispetto alla versione in studio del ‘99. Una più radicale affidata nello specifico a Cosmo e a Coez, cioè ad artisti che, oltre a vocalità e a scrittura, hanno un mondo sonoro molto definito. E in alcuni casi una rilettura nostra (Il mio dj, Perfezione, Sonde, Liberi Tutti) indispensabile per creare una “comfort zone” per gli artisti coinvolti, ma anche stimolante per noi. Confrontarci con lo stesso spirito di allora, con elementi di contemporaneità in modo non derivativo, serve anche a leggere i Subsonica di oggi».

Per la celebrazione del ventennale avete riarrangiato i brani con il contributo di quattordici artisti italiani, da Achille Lauro a Willie Peyote passando per Cosmo e M¥SS KETA… Qual è stato il criterio che avete scelto per il matching tra i brani e gli ospiti?

«Abbiamo cercato di fare dei collegamenti naturali in base alla sensibilità di ogni brano e a quella degli artisti stessi e di capire quali potevano essere i protagonisti di questa rilettura, così è nato il progetto. Ci piaceva l’idea di regalare ad Aurora una voce femminile e così ci è venuto in mente di affidarla a California dei Coma_Cose. Ancora, M¥SS KETA si è rivelata perfetta per “Depre” per questo suo spirito fuori dagli schemi. Inoltre, fatta eccezione per Elisa, con la quale avevamo in progetto un featuring da tempo, abbiamo deciso di affidare queste riletture ad artisti che avessero oggi l’età che avevamo noi al tempo di ‘Microchip Emozionale’

In un brano della vostra discografia intitolato “Benzina Ogoshi” tuonate contro alcuni discografici che vi accusavano di non essere riusciti a replicare il successo di “Microchip Emozionale”. Un grande successo può rivelarsi un boomerang?

«Benzina Ogoshi non tuona nei confronti di nessuno. È un brano ironico, che rivela un aspetto della band che solo il pubblico più affezionato, quello che segue i live e le attività quotidiane di comunicazione, conosce. Per quanto riguarda l’effetto boomerang, non è il caso Microchip Emozionale: un album pieno di libertà creativa, forte di natura istintiva. Non c’è nulla di restrittivo nel doverci confrontare con una dimensione come quella. Diverso sarebbe restare zavorrati a brani commerciali o radiofonici da dove suonare “meccanicamente” solo perché il pubblico li richiede, o solo perché la maggior parte della gente conosce solo quelli».

Essere una band longeva non è sempre facile, voi avete preso spesso la decisione di percorrere strade diverse da solisti per poi incontravi per il progetto Subsonica…Come sono cambiate negli anni le dinamiche del gruppo?

«Come in ogni band, nella prima fase è la forza della band ad essere il collante. Ognuno riconosce le qualità dell’altro e nella percezione del collettivo le energie trovano un obiettivo comune. Poi, inevitabilmente, si profilano le personalità, soprattutto in un contesto di successo. E il resto della storia diventa un’oscillazione tra la consapevolezza che in una band le singole qualità si sommano in forma esponenziale, e la voglia di emergere come individui. Nessuno di noi da solo sarebbe stato in grado di creare un decimo del percorso che è stato costruito insieme. La consapevolezza di questa evidenza è l’altalena che determina le fasi migliori o peggiori del percorso. Di tutte le band».

Microchip emozionale è stata la colonna sonora della generazione adolescenziale della fine degli anni ’90 come reputate le nuove generazioni di oggi?

«I ragazzi di oggi hanno lo svantaggio/vantaggio di essere cresciuti in un contesto meno favorevole rispetto a 20 anni fa. Di conseguenza hanno prodotto anticorpi contro una crisi economica, morale, valoriale che in Italia ha colpito più duro rispetto al resto d’Europa. Come quelle degli anni Novanta, le nuove generazioni vogliono essere protagoniste delle trasformazioni del loro tempo. I giovani che manifestano contro i cambiamenti climatici, le piazze delle sardine che puntando il dito con precisione sul rovinoso stato del clima politico e culturale, fanno capire a tutti quale sia la vera emergenza, sono segnali molto potenti e molto rassicuranti».

Siete sempre stati dei pionieri della musica elettronica. Oggi l’utilizzo del digitale per fare musica è diventato imprescindibile…Per voi come si è evoluto il modo il comporre? Secondo voi potrà mai un’intelligenza artificiale replicare la creatività umana?

«Le innovazioni tecnologiche, se utilizzate per ridurre tempi e risparmiare economie, non necessariamente fanno bene alla musica. Microchip emozionale è stato prodotto con Atari, floppy disk e un registratore a nastro. I tempi erano certamente più lunghi e dispersivi, ma non è sempre un male passare più tempo insieme con gli strumenti in braccio, non è sempre un male essere costretti a interagire di persona invece di scambiare file via web. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, potrà sostituire molta della musica di routine, quella realizzata meccanicamente ad uso e consumo esclusivamente radiofonico. Ma non potrà mai essere l’antenna che capta e sintetizza la complessità delle trasformazioni culturali riuscendo a trasformare il tutto in canzone. Sarà sempre e solo “grammatica”, non narrazione».

A proposito di questo con il brano “Sonde” avevate anticipato in maniera distopica ciò che sarebbe accaduto anni dopo… Che rapporto avete con la tecnologia?

«Con il brano ‘Sonde’ analizzavamo in anticipo sui tempi un argomento come quello dei sistemi di sorveglianza informatica, cosa che oggi potremmo definire tecnologicamente “preistorica”. Abbiamo quindi scelto di intervenire sul testo, aggiornando quelle stesse suggestioni al contesto storico attuale, nel quale i primi “sorveglianti” tecnologici siamo diventati noi stessi attraverso i più comuni oggetti quotidiani. Nessuno meglio di Willie Peyote (e della sua penna) ci sembrava più adatto per questa rivisitazione.
Per quanto riguarda la tecnologia, pensiamo che stiamo vivendo una fase di transizione. Non riusciamo ancora a tracciare un lucido bilancio tra i reali e irrinunciabili benefici e le cose alle quali nel quotidiano spesso inconsapevolmente rinunciamo».

Uno dei brani più importanti dell’album è “Liberi tutti” oggi quali sono le maglie umane ed artistiche dalle quali vorreste liberavi?

«Liberarsi dal frutto dei propri traguardi, mantenendo lo stesso spirito avventuroso e imprudente che ha consentito quel risultati, non è certo semplice».

Molti dei vostri dischi sono stati registrati a Torino che per anni è stata definita la patria della musica elettronica in Italia…è ancora così?

«Oggi Torino è senza dubbio la capitale dei festival di musica elettronica in Italia. È un dato di fatto. Basti pensare alla portata internazionale di festival come il Club TO Club o il Movement per rendersi conto del fatto di come la città si tenga stretto, a buona ragione, l’appellativo che si è guadagnata negli anni Novanta».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vedono il “Domani” i Subsonica, quali sono le vostre speranze e le vostre paure?

«Senza volersi spingere troppo oltre con le ipotesi, per il momento nel nostro domani c’è un tour tutto dedicato a Microchip Temporale, in partenza da marzo 2020 nei principali club italiani. Sarà una tournée affascinante: la dimensione dei club è splendida perché ci consente di entrare in contatto con le persone, di stare tutti attaccati guardandosi praticamente negli occhi. Al contempo, è un ritorno alle origini: è proprio nei club che nasceva Microchip Emozionale».

Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite