Per Roy Paci, compositore, produttore discografico e cantante, la tromba non è solo uno strumento musicale, ma un passaporto che lo ha accompagna in giro per il mondo dai jazz club più rinomati agli avamposti del Sud America passando per le isole Canarie ed il Senegal tornando nella sua terra natale, la Sicilia, al teatro greco di Siracusa. Recentemente il trombettista siciliano, dopo i consensi raccolti con l’ultimo album “Valelapena” e la partecipazione nel Febbraio 2018 al Festival di Sanremo insieme a Diodato con il brano “Adesso”, è tornato questa volta con la partecipazione di Willie Peyote con il singolo “Salvagente” un riferimento alla salvezza, quella insita in tutte le cose, ed un messaggio di pace libero dall’ipocrisia dei nostri giorni. Ma non è tutto, oltre all’impegno di produttore per la sua etichetta indipendente, Roy è recentemente approdato sulla scena teatrale al Teatro greco di Siracusa per musicare un’inedita versione della commedia de “I Cavalieri” di Aristofane dedicandosi alla scrittura della colonna sonora di una commedia tanto antica quanto attuale, dove già nel  V secolo a.C. si parlava di populismo, interpretando il ruolo di corifeo e riappropriandosi di un luogo storico della sua terra. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare Roy Paci e di parlare con lui dell’eterna attualità dei classici e di musica oltre ogni pregiudizio.

Il tuo nuovo singolo “Salvagente” scritto con l’apporto della penna dissacrante di Willie Peyote è un brano contro i pregiudizi strutturato con un inedito groove funky. Qual è stata la sua genesi?

«Il brano è nato da una base ritmica ben precisa che avevo inciso per il mio ultimo album d’inediti intitolato”Valelapena”, uscito qualche mese fa, ma che avevo lasciato volutamente in disparte. Dopo un incontro con il rapper Willie Peyote ho scoperto la chiave giusta per il testo e ci siamo ritrovati nei miei studi di registrazione di Lecce al “Posada negro studios” dove “giocando” con le note, come si fa spesso tra musicisti, abbiamo raccontato un tema d’attualità, quello della paura del diverso con ironia e leggerezza. “Salvagente” vuole essere un brano che parla di  salvezza e di pace, quella totalmente libera dall’ipocrisia dei nostri giorni. L’abbattimento delle frontiere, che è sempre stato uno dei temi ricorrenti delle mie produzioni, è come se fosse una missione artistica ed umana che mi sono posto da quando ho iniziato a comporre musica. Con le note possiamo creare unione al di là dei confini geografici o descrittivi a cui i giorni d’oggi ci hanno abituato. La musica non guarda alle differenze d’età, genere o appartenenza etnica, per questo credo fortemente nel valore della note come veicolo per diffondere messaggi importanti perché è un linguaggio universale che arriva dritto, è un dono che può creare momenti di condivisione, costruzione di significato, aggregazione e anche appartenenza. Questo è un momento storico che ha un grande bisogno di musica…».

Trentasei anni di carriera non sono pochi…Qual è stato il tuo salvagente personale per sopravvivere artisticamente sul mercato discografico in un momento difficile come quello di oggi?

«Sicuramente il mio salvagente sono i tanti concerti live che con la mia famiglia, gli Aretuska, portiamo in giro per l’italia e all’estero. Per me è terapeutico portare sul palco una dose massiccia d’energia restituendola al pubblico. Nella dimensione del live è tutto molto diretto, non ci sono intermediari. Credo che in un percorso artistico sia essenziale non perdere mai il contatto con il proprio pubblico e con se stessi».

Qualche tempo fa ti sei preso una pausa dai tour e dai ritmi  serrati che ti avevano allontanato dalla tua famiglia…

«Si era il 2016, un anno molto difficile, una serie di congiunzioni negative mi avevano messo a dura prova ed alcuni problemi di salute legati ai miei familiari avevano influito in maniera negativa su di me, fortunatamente la vita va avanti e siamo riusciti ad arginare il problema…quel periodo mi è servito per prendermi un periodo di riflessione e per capire ciò che volevo fare nella vita e alla fine grazie agli Aretuska, che per me è una famiglia musicale a tutti gli effetti, sono riuscito a lasciarmi alle spalle le sofferenze scrivendo una canzone d’amore “Valelapena” che è diventato anche il titolo del nostro nuovo progetto musicale».

Recentemente hai debuttato al Teatro greco di Siracusa nella commedia “I Cavalieri” di Aristofane come autore delle musiche e attore. Quanto c’è di attuale oggi nella commedia greca?

«Moltissimo, sinceramente non conoscevo la produzione di Aristofane e quando ho letto e studiato il testo de “I cavalieri” mi ha sconvolto la sua attualità e la visione lucida ed ironica che il commediografo greco nel 424 a.C. era riuscito a dare. Nella commedia si parla di corruzione e di populismo con ironia, oltre a scrivere le musiche di scena mi sono cimentato a recitare nel ruolo del corifeo, il capo dell’antico coro greco. Confrontarmi con un testo così eterno è stata per me una grossa responsabilità ed una esperienza che oltre a farmi riscoprire i classici greci mi ha permesso di collaborare con un team d’eccezione. Penso al folle regista Giampiero Solari che mi ha invitato in questo progetto e mi ha permesso di mettermi in gioco, in un confronto tra passato e presente, con colleghi, diventati poi anche amici, come Francesco Pannofino, Antonio Catania e Gigio Alberti che mi hanno dato tanto anche dal punto di vista della conoscenza del palco teatrale che è differente da quello musicale».

Addirittura ti sei cimentato con una cumbia latina in latino…

«Si era un doppio gioco tra latino, quello della musica ed il latino del testo…una fusione magica (ride). Mi divertiva questo gioco di parole, il regista con cui ho un amicizia di lunga data, ha sempre apprezzato la natura etnica della mia musica che parte dalla frequentazione dei territori sud africani. Siamo partiti da quelle radici lontane per comporre una colonna sonora che si sviluppa unendo insieme suoni e culture diverse tra di loro».

La tua compagna è una psicoterapeuta che lavora con i migranti sbarcati in Sicilia che da sempre è una terra d’accoglienza ed un crocevia di culture diverse che si affacciano sul mar mediterraneo…Come vivi questo clima di cambiamento e di paura verso il diverso?

«Con la mia compagna ho avuto modo di vedere e di vivere i luoghi dove avvengono gli sbarchi, questi momenti mi hanno reso orgoglioso della comunità siciliana e dei valori che ancora sono presenti in questa terra. Mi sono riappropriato della mia terra e allo stesso tempo me ne sono innamorato nuovamente al punto di ritornarci a vivere dopo anni lotano da casa. Oggi apprezzo il fermento culturale e musicale siciliano e sono davvero orgoglioso del mio popolo…».

Nel tuo ultimo album c’è anche un brano dedicato ad Augusta la tua città d’origine…è stata una scelta profetica?

«Sono stato colpito da una forte saudade verso il mio paese natale, è come se avessi riscoperto la mia storia da quando sono nato fino all’età di diciannove anni con tutti i pro ed i contro…ho fatto pace con il mio passato ed ho voluto ricordare, senza rimpianti, dei momenti utili per la mia formazione che sono stati essenziali durante il mio giro del mondo…Spesso accade così si gira il mondo per poi ritornare a casa».

A proposito di giro nel mondo ma è vero che è stato Manu Chau a suggerirti di cantare i tuoi pezzi oltre che a suonarli?

«Si è proprio vero, quando sono arrivato alla corte di Manu Chau ero solamente un trombettista, escludendo qualche coro che avevo inciso con la band dei Mau Mau, un gruppo musicale folk rock italiano che apprezzo particolarmente. Non mi ero mai cimentato a cantare prima del suggerimento di Manu Chau che una sera mentre provavamo per il tour mi disse: “Roy perchè non provi a cantare i tuoi pezzi?” ed io ho ascoltato il suo suggerimento; il primo album degli Aretuska era solo strumentale poi ho preso coraggio ed ho iniziato a dire qualcosa oltre che suonarlo, è stato liberatorio».

Finchè poi non è arrivata la grande hit dell’estate 2007 “Toda joia toda beleza” a cui ha collaborato anche Manu Chao. Oggi qual è il rapporto con questo brano, spesso le grandi hit possono essere ingombranti per un artista è così anche per te?

«Non rinnego assolutamente quel brano perché lo amo e lo canto ancora oggi con la stessa intensità e la stessa allegria di quando è esploso in radio. Oggi è una ancora gigante, una bandiera per tutta la produzione indipendente che ho creato negli anni con tutti i musicisti e gli addetti ai lavori che collaborano con me negli Studios. Sono orgoglioso di riuscire a sopravvivere ancora oggi con la mia ciurma, mi sento un buon capitano. Essere indipendenti oggi non è facile ma probabilmente se avessi iniziato la mia carriera con una grande major il mio percorso avrebbe potuto esaurirsi prima, sono realtà che richiedono risultati spendibili in un paio di mesi e che spesso, come accade soprattutto recentemente, non durano del tempo. Da indipendente puoi lavorare sul tuo album anche per anni perché non ci sono pressioni esterne e puoi permetterti il giusto tempo per crescere e maturare un progetto artistico coerente».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Roy Paci quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Vedo un Domani di speranza, sono sempre per il bicchiere mezzo pieno nella vita. Credo nelle nuove generazioni e nella loro capacità di capire quanto è importante vivere e lasciar vivere anche gli altri nella grande comunità del mondo. C’è bisogno di capire che i confini, se ci sono, sono unicamente mentali. Siamo tutti figli di un pianeta che soffre».

Simone Intermite

ASCOLTA IL DOMANI DI ROY PACI