Mentre si racconta sorride e si esprime un contagioso ottimismo inaspettato «La vita non va osteggiata ma amata» ribadisce con forza e saggezza Roberto Vecchioni, uno degli ultimi veri cantautori italiani, un artista autentico, di quelli che raccontano la vita toccando tutte le corde dell’esperienza umana dimostrando che i versi delle canzoni, quando sono composti con la propensione al racconto e spesso alla denuncia sociale, possono avere la consistenza e la persuasività della poesia. “Samarcanda“, “Sogna ragazzo sogna” e “Luci a San Siro” solo per citarne alcuni sono dei classici intramontabili che non necessitano di parole che non siano quelle del loro testo, parole che lo stesso Roberto Vecchioni ama e utilizza sapientemente come pennellate su un quadro, sia come scrittore di romanzi che come autore di canzoni. Oggi, in questa ritrovata serenità, il professore della musica italiana ritorna con un nuovo album intitolato “Infinito” un album classico anche nella sua fruizione perché disponibile unicamente in cd e vinile senza piattaforme streaming e download, una scelta coerente che indica la volontà di non trattare la musica come prodotto di consumo veloce, scaricabile con un click, di non decontestualizzare l’ascolto del singolo brano, pur non essendo una scelta definitiva. All’interno del lavoro, che recentemente ha ottenuto il disco d’oro, ci sono perle preziose come l’eccezionale ritorno sulla scena musicale di Francesco Guccini che, per la prima volta, duetta con Roberto nel singolo “Ti Insegnerò a volare”, ispirato al grande Alex Zanardi e brani che dipingono insieme ritratti diversi, da Giulio Regeni, alla guerrigliera curda Ayse arrivando a Leopardi, che l’autore utilizza e rilegge in una chiave diversa dallo stereotipo. Noi di Domanipress abbiamo avuto l’onore di ospitare nel nostro salotto virtuale Roberto Vecchioni per parlare con lui di musica, cultura e suggestioni letterarie al di qua della siepe con lo sguardo rivolto verso l’infinito della vita.

Il titolo del nuovo album “Infinito” riecheggia Leopardi, nei nuovi brani inediti che lo compongono però non c’è pessimismo cosmico ma al contrario prevale un fervido amore per la vita…Il critico Francesco De Sanctis nella sua definizione di Leopardi aveva sbagliato qualcosa?

«No assolutamente, De Sanctis aveva pienamente ragione la sua analisi è una delle migliori. Leopardi resta un poeta pessimista, ma è interessante l’azzardo di inserirlo in un contesto nuovo che parte dall’amore per la vita. Lui non è stato molto fortunato e per questo la vita l’ha odiata, ma sai probabilmente con un vissuto diverso l’avrebbe amata anche lui; se leggiamo come descriveva la natura, ad esempio, si percepisce un sentimento represso che, quando poi nell’ultimo periodo della sua esistenza si sposta a Napoli si scatena. Napoli per definizione è la città che maggiormente infonde un senso di ottimismo, per Leopardi era come antidoto al dolore, grazie alle lunghe passeggiate e all’allegria della gente».

Invece qual è stata la sua fonte d’ottimismo per la scrittura dei nuovi brani?

«Ci sono tanti fattori in realtà, primo fra tutti la maturità, che naturalmente con l’età progredisce ma anche la ricerca spirituale che guarda oltre a questo mondo. Ad un certo punto della vita, se si è fortunati, si scoprono i valori autentici e si comprende che anche il dolore è necessario e che è possibile addomesticarlo. Ovviamente per maturare questa visione è importante nutrirsi di arte, cultura, musica. Questa vita merita di essere vissuta tutta nel bene e nel male e soprattutto bisogna amare ciò che si vive, non solo la vita, che è un’astrazione, ma tutto ciò che ci mettiamo dentro con le nostre azioni, sia quelle positive che quelle negative, con tutte le vittorie e le sconfitte. Ultimamente si tende a ritenere la sconfitta come qualcosa di unicamente negativo, bisogna sovvertire questa tendenza».

Anche nel suo ultimo libro “La vita che si ama”ed in “Il mercante di luce” sembra esserci la stessa essenza dell’album…come cambia l’approccio alla scrittura dal romanzo alla canzone?

«Sono due mondi differenti: quando scrivo un romanzo parto sempre da una storia che mi interessa e che ho voglia di raccontare, con le pagine di un libro c’è molta libertà perché si ha uno spazio ampio; personalmente quando ho un idea da sviluppare sono anche molto veloce a scrivere, solitamente impiego un mese per terminare un libro. La canzone è molto più complessa perché è legata alla sintesi ed ad una capacità di emozionare in maniera molto più veloce: non bisogna scorrere venti pagine per emozionarsi ma bisogna farlo già ad un riga, sicuramente è un banco di prova più complesso. Scrivo canzoni da quando avevo sedici anni e mi piace ancora affrontare la sfida ed emozionare con la musica, come se fosse la prima volta».

Recentemente è riuscito anche ad emozionare Francesco Guccini con il featuring di “Ti insegnerò a volare”. Come l’ha convinto a collaborare? Notoriamente non è un’impresa facile coinvolgerlo…

«Si, ed avevo solamente una possibilità su cento che lui accettasse di collaborare (ride); ma ci tenevo davvero molto perché tutto il disco parte da questo brano e dalla sua presenza che ho fortemente voluto nel mio disco, per ciò che rappresenta nella storia della musica italiana. Quando sono andato da lui ho portato con me tutti i brani dell’album e gli ho raccontato il mio amore per tutto il progetto. Francesco è rimasto subito colpito dal fatto che tutto il lavoro è concepito come quelli degli anni settanta, quando ancora esisteva la canzone d’autore, credo che abbia apprezzato la sincerità dei testi. Ha influito anche la sua nostalgia di cantare, erano sette anni che non incideva qualcosa di nuovo. “Ti insegnerò a volare” è un brano intenso ispirato ad Alex Zanardi che nel testo “diventa una cassa di risonanza, con la sua esperienza diretta, per dire ai ragazzi che la passione per la vita è più forte del destino».

Da Alex Zanardi si passa ad un brano dedicato a Giulio Regeni, una storia drammatica letta attraversa gli occhi della madre…come mai questa scelta?

«Sai volevo raccontare la storia di Giulio Regeni da una visione diversa, meno banale. Ho raccontato di una madre che perde il figlio che in realtà è anche molto diversa da quella di Giulio,anzi direi che non è proprio la mamma di Regeni. Quella che canto è una madre simbolo che si trova in una circostanza drammatica. Una madre che evoca ricordi con salti nel tempo rivede suo figlio bambino, adolescente, e poi uomo che dorme ancora a casa sua. Un’immagine emozionante ed intima».

“Vai ragazzo” invece sembra essere un continuum rispetto a “Sogna ragazzo sogna” ed un vero e proprio inno alla passione per gli studi classici; ultimamente c’è una rinnovata attenzione per queste materie…

«Il brano non vuole essere un invito allo studio delle materie umanistiche, anche perché un seme del genere non attecchisce in certi terreni ma vuole rincuorare tutti gli umanisti che si sentono ripetere spesso che la cultura non serve, è un endorsement a chi coltiva queste competenze che meritano di essere riconosciute. Ho pensato a tutti i ragazzi, troppo pochi a dir la verità, che intraprendo gli studi classici al liceo ed ai livelli più alti nelle università. Lo studio umanistico è necessario in una società civile, c’è un grande bisogno di cultura soprattutto in italia, non è vero che con la cultura non si mangia. Lo studio della lettere, del latino e del greco aiutano a tracciare una linea di confine tra vivere la vita o transitarci dentro e basta».

Lei oltre che cantautore è stato anche insegnante di latino ed italiano nei licei classici, attualmente invece ha incarichi presso l’Università…qual è il suo pensiero sulla scuola di oggi?

«Ho visto passare tante riforme scolastiche nel corso del tempo ed erano una peggio dell’altra. Oggi penso che in italia sia impossibile una buona riforma perché ci troviamo in un paese immerso in una profonda crisi dove oltre ad avere problemi finanziari c’è sempre un equivoco spaventoso tra universo classico e scientifico. Ci troviamo in un paese variegato fatto di realtà diverse slegate tra di loro, dove non c’è una reale democrazia ed un pensiero comune di crescita, tranne che durante le partite di calcio quando gioca la nazionale o quando si tifa Ferrari. Questo individualismo è la vera causa del fallimento di questo paese».

I suoi brani sono, da sempre, spaccati di realtà che raccontano l’Italia e le sue contraddizioni sin dai suoi primi lavori come “Parabola” dove si legge una visione ben definita…cinque anni fa ha cantato nella title track del album un brano molto forte intitolato “Io non appartengo più” oggi, in questo contesto sociale così mutato a chi sente di appartenere?

«Io sono un uomo di sinistra e non importa che non abbia una collocazione pratica, lo sono nel mio cuore nella mia anima e nel mio sentimento, continuo ad esserlo nonostante tutto. Credo che a sinistra ci siano tante personalità capaci e meritevoli di poter essere guida del paese ma non posso negare che non c’è più afflato, il senso di aggregazione e di appartenenza, sopratutto tra i giovani, non esiste più. Vi è una discrepanza tra il mondo così come si sta manifestando e l’idealismo di una volta ed è come se ci fosse un crepaccio. In questo momento non posso che aspettare tempi migliori, mi sento in trincea…come sempre, come è successo già in passato, è necessario avere il coraggio di guardare avanti».

Coraggio che emerge anche nella scelta di distribuire l’ultimo album unicamente in forma fisica, eliminando lo streaming, una strategia che le ha fatto ottenere un disco d’oro

«La mia è stata una scelta coerente più che coraggiosa, questo è un lavoro nato per essere un disco fisico e ho voluto intraprendere questa scelta che non è definitiva, magari a febbraio lo renderemo disponibile in streaming; ciò che mi interessava era ridare dignità all’idea di “disco” come oggetto che ha un valore importante, fisico, di cultura e non solo virtuale. Inoltre lo streaming tende a frammentare le tracce e a mischiarle; invece è un opera unica che non va divisa, si deve ascoltare tutto dall’inizio alla fine».

Parlando di recupero concreto del oggetto fisico del disco c’è un vinile che conserva nella sua raccolta con particolare affetto?

«Ce ne sono davvero tanti ed è difficile decidersi…tra tutti conservo con particolare affetto un disco comprato in america di Roy Orbison, con tanti personaggi che suonano con lui da Bruce Springsteen ad Elvis Costello, era uno dei miei cantautori preferiti. Poi ho l’album “Desire” firmato direttamente dal grande Bob Dylan, che riascolto sempre con grande piacere e poi tutti i dischi di Leonard Cohen contenenti brani indimenticabili. Quella è musica vera…».

Il vinile può diventare un oggetto di culto, anche i giovani ultimamente hanno riscoperto il valore della musica fruita analogicamente…

«Si, per me che sono di un altra generazione è fondamentale avere tra le mani un oggetto toccarne la consistenza è come avere un rapporto diretto con l’artista ed un modo per non dimenticarlo. Lo streaming è utile perché ti fa risparmiare spazio ma non ti lascia niente perché resta effimero».

L’unico brano apparentemente fuori tema dell’album è l’ultima traccia “Parola” un’elegia sulla morte del linguaggio, ma nella sua malinconia impotente, il finale felliniano è messo lì a dire che la speranza non muore…

«La lingua si è impoverita, si è persa la poesia ed il senso evocativo della parola. C’è chi risponde a questo con il fatto che oggi è cambiato radicalmente il modo di comunicare e questo può anche essere anche giusto ma bisogna ricordare un’aspetto fondamentale: per comunicare bastano poche parole, per evocare c’è bisogno di saperne usare tante e bene con spirito e coscienza. Perdere questo aspetto significherebbe dimenticare una parte di noi stessi».

Esaminando se stesso, Friedrich Nietzsche diceva che la vita senza musica sarebbe un errore…la sua privata dalle note cosa sarebbe stata?

«Sarebbe stata davvero misera, ma credo che nel mondo alla fine sia tutto musicale. Sono nato musicista, non riesco ad immaginare una vita senza musica…».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Roberto Vecchioni quali sono le sue speranze e le sue paure?

«Io il futuro lo vedo valutando l’oggi e guardando quello che c’era ieri. Mi auspico per il Domani che ci sia sempre una forza, anche minoritaria, di persone che attraverso la cultura riusciranno a salvarsi».

Simone Intermite

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