Determinata, audace ed intrepida ricercatrice di verità dalla parte dei giusti e delle minoranze, Roberta Bruzzone incarna un modello di donna realmente moderna e volitiva, un esempio di pura libertà slegato da ogni vincolo culturale di genere, capace di valicare i limiti precostituiti e di conquistare una credibilità importante anche in un campo particolarmente testosteronico e competitivo come quello dell’indagine della scena del crimine. Nei suoi anni di carriera come psicologa forense e criminologa, Roberta Bruzzone non si è limitata a ricostruire le dinamiche dei casi di  cronaca come il delitto di Erba, il caso Chicco Forti o l’omicidio di Sarah Scazzi, solo per citarne alcuni, ma ha costruito in parallelo dei percorsi di formazione e divlugazione per le possibili vittime di abusi proponendo un metodo proattivo e pratico utile a offrire spunti di riflessione e suggerire azioni concrete da intraprendere per uscire da situazioni di violenza psicologica e fisica prima che sfoci in tragedia. Questa lotta alla violenza di genere, dopo aver interessato libri, conventions ed ospitate televisive passa anche dalla musica, intesa come primordiale strumento di conoscenza in grado di raggiungere i piani più profondi delle emozioni e innescare cambiamenti positivi, con un progetto chiamato “Rock riders band“, un gruppo musicale d’eccezone, fondato con il marito Massimo Marino, che riprendendo le atmosfere rock “vecchia scuola” che odora di benzina e viaggi in Harley Davidson, sensibilizza l’opinione pubblica su temi come la violenza e il bullismo. A testimonianza di questo il loro ultimo singolo disponibile sulle piattaforme digitali e youtube E’ troppo tardi ormai”, in featuring con l’amica Mara Pansieri, si inserisce nella campagna di prevenzione della violenza sulle donne all’interno del progetto più ampio denominato “Io non ci sto più” . Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale Roberta Bruzzone per parlare con lei in questa Video Intervista Esclusiva delle dinamiche socio culturali italiane tra discriminazioni e differenze di genere e del suo percorso umano a bordo di un vita vissuta a tutto volume, contro ogni stereotipo, sulle strade del rock è del self empowerment.

Siamo abituati a considerarti nelle vesti di criminologa, invece questa volta hai deciso di parlare di violenza di genere attraverso la musica ed il progetto Rock Riders Band…Come si passa dal tribunale alla chitarra elettrica?

«Il pubblico mi conosce principalmente come la criminologa Roberta Bruzzone, in realtà da molti anni ho intrapreso un percorso musicale e parallelo che mi diverte con il gruppo dei “Rock Riders Band”. Ho sempre pensato che la musica sia uno strumento di comunicazione potentissimo, capace di arrivare a tutti. Recentemente con il gruppo abbiamo scritto un brano intitolato “E troppo tardi ormai” che parla di violenza esplorando le emozioni di una donna che diventa consapevole di un amore che si trasforma in qualcosa di malsano, un malessere profondo che la incatena. Volevo che il messaggio arrivasse molto chiaro, il momento di dire basta alla violenza è adesso, credo sia giunto il momento di reagire ed il brano vuole essere un invito alla riflessione».

Nel videoclip di “E troppo tardi ormai” le Harley Davidson rappresentano la libertà con il vento tra i capelli in perfetto American Style…

«Nel gruppo abbiamo tutti la passione per le Harley Davidson, siamo partiti dai raduni e poi abbiamo deciso di tuffarci in questa avventura musicale viaggiando sulle onde del rock. Posso dire che ci siamo uniti attraverso i viaggi soleggiati coast to coast negli Stati uniti e non solo… e poi ci siamo ritrovati a condividere anche tante altre passioni».

Quali sono i vostri riferimenti musicali?

«Ci piace il rock old school, spaziamo dagli ACDC ai Gunses Roses passando per Bon Jovi senza dimenticare la parte italiana con Vasco Rossi e Ligabue in testa…Il mio disco della vita resta però “Hotel California” degli Eagles che rappresenta il viaggio nella vita e sulle strade del mondo elevato alla sua essenza più totale».

Con il progetto “Io non ci sto più” hai sostenuto delle campagne di comunicazione per sensibilizzare l’opinione pubblica e per accrescerne la consapevolezza rispetto al fenomeno della violenza di genere… La pandemia ha reso ancora più acuto il problema; in una convivenza quali sono i segnali da non sottovalutare?

«Sicuramente il “controllo” totale dell’altro in una coppia è un primo sintomo che può manifestarsi già nelle fasi iniziali di una relazione. Il partner diventa un sorvegliante morboso e i contatti della donna e le relazioni, anche virtuali sui social network, sono soggetti ad un controllo totale che non lascia scampo alla possibilità di manifestare una sana autonomia. Poi ci sono le micro aggressioni sistematiche all’autostima che si configurano ad una serie di atteggiamenti di svalutazione che portano la donna alla convinzione di non essere in grado di prendere delle decisioni da sola, in maniera autonoma, di non essere in grado di muovere un passo senza il proprio partner. Sono aspetti che cominciano in maniera subdola e poi si manifestano in modo sempre più evidente. Il terzo indicatore fondamentale è l’isolamento progressivo dalla famiglia, dagli amici, dal lavoro e dalle attività che possono piacere fare dalla palestra all’aperitivo serale. Anche questo è un aspetto da tenere monitorato. Isolamento, svalutazione sistematica e controllo sono tre ingredienti che si manifestano abbastanza precocemente a cui bisogna dare attenzione, sono dei marchi di fabbrica dei manipolatori affettivi, futuri maltrattanti».

Il nostro è un paese che solamente da poco ha stabilito legalmente determinati punti fermi. Il delitto d’onore è stato punito penalmente solo dal 1981. Ancora c’è una cultura dominante che osteggia le donne nel chiedere aiuto. Quali possono essere oggi gli strumenti che possiamo utilizzare per cambiare questo aspetto?

«La problematica principale resta sempre sul piano culturale, i veri nemici delle donne sono gli stereotipi di genere improntati da un patriarcato che non vuole saperne di tramontare e sono quelli che ancora oggi imperano negli schemi cognitivi, culturali e relazionali del nostro paese. Ad oggi in Italia se ad una donna succede qualcosa sul versante sessuale è sempre quella che “Se l’è cercata”. Assistiamo ampiamente anche in molte trasmissioni televisivi in cui nei casi di violenza sessuale anche abbastanza brutale sotto la lente d’ingrandimento del tribunale mediatico ci finisce troppo spesso la vittima e non il presunto autore. Abbiamo moltissimo da cambiare sotto questo aspetto, ancora è presente una posizione femminile subalterna e donne convinte che per loro il lavoro o l’affermazione personale può essere meno importante che per un uomo, che alcuni ambiti di studio siano più adeguati a ragazzi piuttosto che ragazze e che esitano giochi da maschi e da femmine. Siamo agli albori di un percorso di liberazione culturale ancora molto lontani di aver anche solo cominciato. Basta vedere che tipo di comunicazione è presente sui libri di scuola in cui ancora oggi sono presenti sotto gli occhi di bambini molto piccoli esempi di sessismo. Alla figura femminile sono associati nella migliore delle ipotesi tre mansioni: insegnate, mamma o infermiera. Come se fuori dall’aspetto della cura degli altri non esistesse un posto nel mondo per una donna e questo è veramente aberrante».

Oltre alla violenza di genere, il possesso è comunque una dinamica disfunzionale che interessa tutti i sessi, si parla poco di violenza sul genere maschile, però esiste…

«Esiste anche la violenza verso gli uomini, esistono donne estremamente disturbate e anche molto pericolose. Nella mia carriera professionale mi sono occupata molto spesso di omicidi, aggressioni ed atti persecutori commessi da donne. Il mio è un approccio assolutamente laico. Quando studio un caso lo faccio nelle caratteristiche proposte a prescindere che si tratti di un uomo o una donna, ma certamente la problematica più vasta sotto il profilo numerico è quella che riguarda una donna che viene maltrattata ed un soggetto maschile che solitamente è il maltrattante. Certamente si sta anche purtroppo consolidando uno zoccolo duro di donne violente, aggressive bugiarde e manipolatrici che possono arrivare ad inscenare false accuse con lo scopo di ottenere dei vantaggi. Credo che le false vittime siano una delle piaghe sociali peggiori perché costituiscono le vere nemiche delle vittime di reali casi di violenza. Considero la tematica sempre in maniera trasversale ma se parliamo di violenza quella nei confronti del genere femminile occupa maggiormente i tribunali ed i cimiteri».

Per prevenire queste dinamiche è necessario promuovere un nuovo modello culturale e riempire le nostre vite di arte e voglia di vivere…

«Siamo ben lontani da aver iniziato questo percorso. Il nostro brano vorrebbe dare un guizzo di energia e consapevolezza che magari potrebbe essere utile per chi si trova a dover decidere se è il caso di dire basta a questo tipo di storie e magari ascoltando anche una canzone potrà avere lo spazio per ragionarci in maniera più efficace perché uscire dalla violenza si può ma bisogna prendere una posizione molto netta».

Nella tua carriera la consapevolezza e la forza non è mai mancata, ma in un indagine per un criminologo sono più importanti le doti oggettive dettate dal proprio intuito o sono più importanti gli strumenti che possono essere  utilizzati. Qual è il giusto equilibrio?

«Io mi occupo di indagine sotto il profilo psicologico, nel mio caso le competenze che posseggo sotto questo aspetto sono determinanti. Le tracce comportamentali non possono essere rilevati da polveri o da luci forensi. Nel mio caso la competenza, la capacità intuitiva, l’empatia e la capacità di leggere i comportamenti degli altri sono gli strumenti più affidabili di cui dispongo. Le scienze forensi in questi anni hanno fatto dei passi da gigante e sono molto preziosi ma non si può prescindere da un una buona indagine e da un metodo deduttivo ed investigativo. Le informazioni devono essere inserite in una cornice più ampia. Il criminologo deve mettere insieme tutti i pezzi di un complesso puzzle che poi auspicabilmente porta alla risoluzione del problema».

Freud era convinto che il criminale dopo aver condotto l’atto criminoso inconsapevolmente lascia delle tracce per essere scoperto…tu cosa ne pensi?

«Penso che Freud era un ottimo analista ma il criminale per senso di colpa è una figura romantica che hanno affrontato diversi autori nel corso del pensiero moderno ma lo trovo poco realistico. Ho trovato nel corso della mia carriera criminali e assassini che per fortuna hanno lasciato tracce di vario tipo ma che certamente non desideravano di essere catturati».

Il tuo lavoro si divide tra pubblico e privato, c’è qualche differenza tra questi due ambiti?

«Io lavoro come consulente tecnico sia per la magistratura che per la parte privata…Ho sempre ampi margini d’azione quindi il mio metodo resta sempre lo stesso a prescindere dal committente. Non lascio molto spazio, chi mi incarica delega a me le decisioni da prendere relativamente al modo in cui svolgo il mio lavoro e questo succede anche quando svolgo incarichi per la magistratura».

Nella tua biografia dici in maniera molto ironica che da piccola quando ti dicevano che c’era l’uomo nero piuttosto che avere paura lo volevi andare a cercare…

«Si è vero, la paura c’era anche ma è sempre stata uno stimolo per me e non è mai stata qualcosa di paralizzante e non l’ho mai vissuta come un limite. Mi piaceva verificare la verità e questo mi ha procurato molti guai infantili perchè me le andavo sempre a cercare (ride). Era meglio evitare di dirmi che in certi luoghi succedevano cose strane perchè se l’obiettivo era sortire in me una sorta di reticenza nell’andarci invece nella mia mente avveniva l’esatto contrario».

Anche adesso in musica c’è una forza nel voler ricercare nuove esperienze ed avventure…

Amo la sfida ed essere fuori dagli schemi, come se fosse una missione nella mia vita. Quando qualcuno pensa di aver catturato la mia essenza è il momento in cui sono portata a rimettere tutto in discussione. In questa vita è fondamentale seguire le proprie aspettative. Io vivo all’altezza dei miei sogni, l’ho sempre fatto e li ho realizzati tutti».

Qual è il segreto per realizzare i propri sogni?

«Non ho mai dato molto peso all’opinione che hanno gli altri di me. Oggi sono un personaggio mediatico, questa cosa puo’ essere anche discutibile per una criminologa, ma non ho mai pensato che l’essere diventata “famosa” avesse potuto influenzare il valore e l’importanza che mi riconosco. Questo non mi ha portato a fare i voli pindarici della notorietà che anzi vivo anche con un certo fastidio. Tutta l’attenzione della tv è arrivata senza che io la cercassi. Questo è un aspetto che può avere dei vantaggi ma ti assicuro che comporta anche dei problemi perché diventi inconsapevolmente un bersaglio facile. Non mi lascio condizionare dal pensare cosa pensa la gente di me…Sono sempre me stessa non mi curo del giudizio degli altri».

Attraverso i social tutti siamo bersaglio di giudizi, spesso anche molto superficiali, che possono essere deleteri.

«Io l’ho insegno ai ragazzi vittime di bullismo quando vado nelle scuole, bisogna fare molta attenzione a non concedere agli altri la possibilità di stabilire quanto vali. Il meccanismo dei like in questo meccanismo perverso e pericoloso ti porta a valutare te stesso in base a quanto riscontro ottieni dal resto del mondo e questa è una pessima propensione. Bisogna che le persone imparino a riconoscere il valore che hanno e che questo tipo di consapevolezza non debba mai essere messa in discussione dall’esterno. Si valuta una persona dai followers non si bada più alla qualità delle sue idee, il tipo di competenza che ha e l’intelligenza. Avere un seguito non significa necessariamente avere qualità e valori anzi spesso la dinamica è inversamente proporzionale. Bisogna fare attenzione a non farsi abbagliare da questa sirena pericolosa del consenso social perché è ingannevole».

Anche gli eventi criminosi secondo te possono essere incitati da questo tipo di dinamica che interessa le piattaforme digitali?

«I social sono in maniera sempre più frequente scena del crimine attiva. Atti persecutori, cyberbullismo, revenge porn, minacce, ricatti, manipolazioni affettive, truffe romantiche, molestie online sono solo la punta di un iceberg. Facebook ed instagram possono essere molto pericolosi».

Questo è un periodo di rinascita, si può nuovamente viaggiare e riscoprire i posti del mondo che ci mancano. Qual è il luogo che hai necessità di visitare?

«Il palco, la musica e il poter condividere il live con il pubblico ed ogni viaggio che porta a suonare e a cantare…mi è mancato tanto».

Dopo la violenza sulle donne il prossimo brano dei Rock Riders Band di cosa parlerà?

«Abbiamo scritto una canzone sul bullismo, la musica per noi è questo un modo per reagire e svegliare le coscienze. Una missione, una passione e un sogno».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Roberta Bruzzone quali sono le sue speranze e le sue paure?

«Vivo il presente e il Domani sempre all’attacco, auguro a tutti di vivere la vita così, di non farsi cogliere impreparati, di affrontare le sfide con fiducia in se stessi e di intervenire sugli eventi in maniera significativa. Vivere all’attacco per me è soprattutto questo: sapere di avere la possibilità di incidere sul proprio destino e anche su quello degli altri».

Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite