«Ho superato i limiti umani scalando le vette irraggiungibili dell’Himayala,con sacrificio, imparando a rispettare ed amare la natura». Quando parla delle sue montagne la voce di Reinold Messner, l’alpinista ed avventuriero altoatesino, primo al mondo a scalare tutte le quattordici cime del pianeta oltre gli 8000 metri, si emoziona ancora come se fosse la prima volta e tiene a precisare il suo rispetto per la natura ribadendo la sua massima “no artificial oxygene, no bolts, no communication”, che lo ha reso difensore di valori che collocano l’alpinismo in una dimensione più prossima all’arte che allo sport. Messner, vera leggenda vivente, è diventato negli anni un riferimento mondiale per tutto ciò che riguarda la montagna ed oggi rende visibile e fruibile la propria eredità in un museo chiamato Messner Mountain Museum”, un singolare spazio esperienziale, fatto di natura e cultura, in cui comprendere il profondo significato che la montagna riveste per l’uomo. Ma non è tutto l’alpinista che ha attraversato l’Antartide, la Groenlandia, i deserti del Gobi e del Takla Makan, sempre alla ricerca di un paesaggio naturale il più incontaminato possibile, limitando al minimo indispensabile l’uso di mezzi artificiali, ha scritto oggi un romanzo per bambini edito da Erickson intitolato “Layla nel regno del re delle nevi”, una fiaba moderna illustrata da Davide Panizza, che racconta la sua storia personale narrando le avventure di una bambina che, seguendo il proprio papà in capo al mondo, riflette su quali sono i valori importanti per lei. Un racconto delicato capace di aprire la mente dei bambini, ad abituarli al diverso e alle buone pratiche per convivere serenamente con l’ambiente. Noi di Domanipress abbiamo avuto l’onore di ospitare nel nostro salotto virtuale Reihnold Messner per parlare con lui di alpinismo, ecologia, scalando il ghiacciaio dei ricordi alla ricerca dello Yeti e del tempo vissuto tra ricordi e nuovi obiettivi da raggiungere.

Dalle alte montagne alla scrittura: com’è nata l’esigenza di scrivere un libro dedicato ai bambini?

«Il racconto “Layla nel regno del re delle nevi” è tratto semplicemente da una storia realmente accaduta che poi ho voluto raccontare sotto forma di romanzo; quando ero un giovane padre con la mia prima figlia sulle spalle ho attraversato il Gasherbrum, un massiccio montuoso situato nella regione nord-orientale del Baltoro, al confine tra Pakistan e Cina. Sono arrivato fino a sotto le pendici con la mia piccola e poi da solo ho proseguito per la scalata della terza montagna più alta del mondo, un’esperienza incredibile, piena di insidie e di sorprese, che ho affidato anche alla fantasia di un disegnatore per accompagnare la narrazione con una suggestione anche visuale. La protagonista del racconto, quando incontra il padre dopo la traversata lo troverà profondamente cambiato e capirà che la natura e la montagna hanno il potere di cambiare le persone. Spero che le avventure di Layla possano appassionare tanti bambini e che li avvicini al mondo della montagna oltre che a quello della lettura».

A proposito di ricordi, quando hai deciso la prima volta di voler scalare una montagna e cosa si prova una volta raggiunti sulla vetta?

«La prima spedizione sull’Hymalaya la feci circa cinquant’anni fa, ricordo che lentamente in me, proseguendo in questa esperienza così complessa quanto stimolante, cambiava il focus su cui porre l’attenzione. All’inizio ero interessato a raggiungere le cime, ma presto il mio interesse si è spostato su gli usi e i costumi della popolazione locale; ho scoperto tanti piccoli paesini e realtà ricche di storie e di cultura. Non approvo chi si rinchiude nei campi base senza esplorare ciò che c’è intorno o chi ritorna a casa in elicottero tralasciando l’esperienza dell’avventura. Per me è essenziale “entrare” nelle montagne, lasciare la civiltà per proiettarsi in un mondo diverso e parallelo al nostro, che riesce ad avere anche un valore purificatore. Nel libro “Leila il mondo delle nevi” , si parla di questo cambiamento, il padre dopo aver affrontato pericoli e difficoltà torna rinato dalla sua spedizione, perché immensamente arricchito da tutto ciò che ha trovato e a me è successo proprio così…».

Le nuove generazioni manifestano un’attenzione particolare al tema ambientale, cosa ne pensi del fermento culturale a suon di hashtag generato da Greta Thunberg e dal Friday for future?

«L’attivista svedese Greta Thunberg è un grande traino che ha coinvolto le nuove generazioni più consapevoli e mature sui temi legati alla salvaguardia dell’ambiente. Va bene il Friday for Future su twitter ma bisogna però fare un passo avanti, trovare una risposta a questi problemi attraverso la scienza per correggere ciò che probabilmente tra qualche anno non potremo più recuperare. Greta ha smosso la coscienza di migliaia di giovani, che adesso giustamente protestano e fanno sentire la loro voce, ma è tempo di ricorrere all’appello sopratutto degli specialisti. Accanto a questo è poi essenziale la rinuncia che tutti noi dovremmo perseguire; rinuncia a certi stili di vita ed abitudini profondamente dannosi per l’ambiente».

La rinuncia è la vera chiave per salvare il nostro pianeta?

«Il mondo potrà salvarsi solo se gli otto miliardi di persone che lo abitano oltre a desiderare un futuro più ecosostenibile, posano riuscire a mettere in pratica comportamenti corretti in maniera concreta e quotidiana. Io faccio appello sopratutto alla politica troppo consumistica che è stata miope rispetto al problema ambientale, bisognerebbe ripartire da una visone maggiormente lungimirante rispetto al nostro futuro e poi fondamentale è la rinuncia intesa come valore positivo perché si, è l’unico antidoto possibile per salvare il nostro pianeta».

epa01897200 Italian 08 November in Brixen, South Tyrol. EPA/TOBIAS HASE

Il tuo successo di alpinista è dovuto proprio alla scelta di perseguire l’alpinismo della rinuncia…

«Si, e l’ho fatto con grande gioia. Io ho rinunciato al chiodo ad espansione autoperforante, alle bombole di ossigeno, che poi necessariamente al termine del loro utilizzo bisognerebbe smaltire e ai cellulari in alta montagna. Le mie spedizioni non hanno mai avuto bisogno di questo equipaggio, quindi costavano relativamente poco rispetto agli altri. Questo mi ha consentito di realizzarne molte, sopratutto sul Himalaya, di acquisire esperienze nel settore e di mantenere per decenni la leadership sull’alpinismo tradizionale».

L’alpinismo viene sempre più vissuto come una disciplina sportiva tanto da essere stato ammesso dal CONI alle olimpiadi invernali…

«Oggi l’alpinismo è diventato uno sport, ma non dovrebbe essere vissuto in questo modo. Per me l’alpinismo ha a che fare con la natura umana che si confronta in maniera diretta con la montagna, non con una pratica agonistica fine a se stessa…».

Di sfide con la montagna nei hai vinte e superate tante…Oggi quali i sono i limiti che vorresti continuare a superare?

«Purtroppo non mi è più possibile superare dei limiti pratici, sono troppo anziano per farlo. Il mio fisico è limitato come quello di tutti, è giusto così, è il ciclo della vita e lo accetto. Quando si è giovani aumenta la forza, la capacità di resistenza e poi con il tempo tutte queste componenti sono sottratte gradualmente. Ma oggi che la mia sfida non è più fisica ma è diventata culturale, il mio obiettivo è quello di salvare la narrativa dell’alpinismo tradizionale ed incomincerò tra poco un tour in giro per il mondo; ho già inviti in Russia, Australia e Cina per raccontare cosa vuole dire vivere davvero la montagna. Questa è la mia sfida adesso».

Qualche anno fa ti sei avventurato anche nel difficile campo della politica…Lo rifaresti?

«Sono stato Membro del Parlamento europeo, eletto come indipendente nella lista dei Verdi italiani, non mi sono candidato spontaneamente in politica ma sono stato chiamato ed ho avuto possibilità di esprimere la mia opinione; mi considero tutt’ora un verde liberale. Sia la dimensione ecologista che quella della libertà individuale sono dei temi che mi sono sempre stati a cuore. In quegli anni, avendo avuto problemi con il tallone, non ho potuto intraprendere le mie avventure, così ho deciso di offrire il mio supporto e la mia esperienza alla collettività in maniera diversa…Dopo cinque anni ho capito che la mia priorità non era la politica ma quello di organizzare spedizioni, prendermi cura del museo della montagna, che ho fondato personalmente, e sopratutto di studiare la diversità dei popoli del mondo».

Come reputi lo scenario politico attuale?

«Credo che sia giusto che, anche in politica, si lasci spazio ai giovani purchè siano coscienti che le loro scelte sono decisive e fondamentali per il futuro del pianeta. Bisogna stare attenti però a non lasciare le redini ai figli di papà che non hanno mai lavorato, che non hanno mai gestito un business o che non hanno costruito niente di utile nella vita; questi, a mio avviso, sono politici che non hanno la minima possibilità di dirigere in maniera lungimirante un paese come l’Italia già gravato di tanti problemi».

Ritornando alle tue spedizioni ed avventure, è vero che qualche anno fa sei partito alla ricerca dello Yeti…esiste davvero?

«L’esistenza dello Yeti raccontata in Tibet è legata ad una leggenda che si perde nella notte dei tempi e che vive nell’immaginario degli abitanti a nord dell’Hymalaia su una linea d’aria di duemilacinquento chilotmetri. La presenza dell’ così detto “uomo delle nevi” è spesso citata in queste zone, ma in realtà c’è una base geologica, non è solamente un’invenzione frutto dell’immaginazione umana. Esiste realmente un animale, un orso detto “Ursus arctos Linnaeus”, non un uomo, con il pelo lungo, alto e che cammina spesso su due zampe che ha posto le basi per una leggenda che si è tramandata per secoli ed è arrivata in Europa e in America travisando parte del suo reale significato. Se ascolti attentamente, la gente dell’ Hymalaia chiama lo Yeti “Orso umano” oppure “Uomo orso”; l’uomo delle nevi non è in sostanza né un uomo né un orso ma una figura leggendaria che si basa su una somiglianza tra noi e gli orsi».

Non hai incontrato lo Yeti, che a conti fatti è solo una leggenda, ma in compenso hai avuto modo di conoscere civiltà diverse molto distanti dal nostro modo di vivere: qual è l’insegnamento che ti porti nel cuore da questa esperienza?

«Durante le mie spedizioni ho avuto la fortuna di trascorre del tempo a contatto con tante civiltà diverse, gente disperata che vive a cinquemila metri senza aver mai visto una abitante dell’ovest, senza conoscere il progresso, senza possedere tv e smartphone, come se fossero ancora oggi cristallizzati all’età della pietra e da loro ho imparato, comunicando tramite i gesti e cercando di immergermi totalmente nella loro realtà, analizzando con rispetto il loro approccio alla natura e alla vita, che niente è davvero indispensabile per vivere. Lassù ad esempio non esiste la plastica, per noi un bene prodotto dall’uomo e facilmente sostituibile con un altro materiale è diventato un problema mondiale a cui non riusciamo a porre un rimedio. Molti dei popoli che ho incontrato non seguono alcuna religione o pensiero politico eppure rispettano la forza della natura perché hanno compreso, prima e meglio di noi paesi civilizzati, ,che è importante preservare le risorse che ci ha regalato questa terra».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Reinhold Messner, quali sono le sue speranze e le sue paure?

«Viviamo in un momento di crisi,ho molta paura del Domani, non per me, ma per i miei figli e le prossime generazioni. Vedo la sicurezza e la stabilità dei nostri stati vacillare e temo che il sistema crolli, che ci siano guerre civili ovunque e che non venga tutelata la sicurezza dei cittadini. Però nutro anche una speranza: in Italia siamo sempre stati capaci di salvarci all’ultimo, con la nostra creatività, dalle più brutte situazioni…Questo mi da fiducia».

Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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