Tutta la diversità umana è il prodotto della varietà quasi infinita delle combinazioni di geni. Noi tutti siamo formati della stessa polvere cromosomica che si combina in infinite possibilità rendendoci tutti ugualmente diversi. Certe volte può capitare che questa magica alchimia, presenti delle variabili ancora più rare, quella che lo showman Paolo Ruffini chiama ironicamente nel suo nuovo libro edito da MondadoriLa sindrome di Up” quasi a voler esorcizzare, con l’ironia che lo caratterizza da sempre ed una maturata consapevolezza verso i temi importanti della vita, la parola “Down” a dimostrazione che la felicità risiede anche nelle situazioni più difficili. La sua indagine sul tema della disabilità parte nel 2018 quando debutta con la Compagnia teatrale Mayor Von Frinzius nello spettacolo “Up&Down“, un happening comico con attori disabili che ha riempito i più prestigiosi teatri d’Italia; da questo è nato l’omonimo documentario cinematografico, che ha ottenuto il Premio Kineo alla 75a Mostra del Cinema di Venezia, una menzione speciale ai Nastri d’Argento 2019 ed infine, a coronazione di un percorso umano e professionale particolarmente intenso è nato un libro-diario ricco di spunti di riflessione. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale Paolo Ruffini per parlare con lui di diversità, inclusione e di felicità tra risate e nuove prospettive oltre ogni discriminazione.

Hai pubblicato da poco il libro “La sindrome di up” che racconta la tua esperienza con la compagnia teatrale Mayor Von Frinzius con cui hai realizzato uno spettacolo ed un documentario con i ragazzi con la Sindrome di Down come protagonisti. Com’ è nata l’esigenza di mettere tutto nero su bianco?

«Quello che ho vissuto con i ragazzi della Mayor Von Frinzius per il progetto UP&Down, dal tour teatrale (che riprenderà in autunno NDR) al film, per me è stato come fare un lungo viaggio che mi ha condotto verso la felicità. È per questa ragione che ho sentito il desiderio di raccontarlo nero su bianco, soprattutto per condividere quello che i miei compagni di avventure mi hanno insegnato e che oggi ho il piacere di condividere con tutti. Ho imparato che la vita è fatta di up e down: siamo tutti up quando le cose vanno particolarmente bene, quando tutto è perfetto e siamo down quando invece gli eventi della vita non sono come vorremmo e non rispettano le nostre aspettative. La cosa curiosa è che essere up è la condizione che caratterizza maggiormente i ragazzi Down, sembra difficile da credere ma è proprio così».

Il libro è strutturato come un vero e proprio diario di viaggio…

«Si, la stessa forma grafica del libro assomiglia a un diario o un quaderno degli appunti se vuoi, in cui ho raccolto la storia, gli aneddoti, le note di una saggezza, allo stesso tempo leggera e profonda, che i miei amici straordinari mi consegnano ogni giorno. Quella che definisco “Sindrome di UP” è un vero e proprio talento alla felicità che, paradossalmente, le persone con Sindrome di Down possiedono e che noi cosiddetti “normali” abbiamo dimenticato da troppo tempo».

Si parla sempre poco del tema della disabilità, spesso è un argomento che non trova spazio sui giornali o al cinema, nel mondo dello spettacolo in generale è difficile che emerga…

«Questo accade perché di solito tendiamo a parlare di abilità e disabilità riferendoci alla condizione genetica, invece io ho avuto l’occasione di scoprire una chiave di lettura diversa, prendendo in considerazione l’abilità e la disabilità ad accedere alla bellezza che ci circonda, spesso nelle piccole cose di ogni giorno. Probabilmente in quel cromosoma in più risiede una abilità aggiuntiva, che a me a volte manca, quella di saper accogliere la felicità. Ho scritto che per me i ragazzi con la sindrome di down sono diventanti i miei supereroi preferiti, perché hanno il potere inconsapevole non solo di compiere l’impossibile, ma anche di insegnarti a fare altrettanto, ho imparato tanto da loro e non dimenticherò mai il loro affetto ed i loro insegnamento, ormai fa parte di me».

Nel libro si legge che una delle riflessioni più importanti che hai maturato e che siamo fatti per essere felici, non per essere normali…Cos’è per te la felicità? Questa esperienza ha cambiato la tua percezione della realtà?

«In verità non credo che questa esperienza abbia cambiato radicalmente la mia percezione della vita, ma posso dirti che ha sicuramente ristabilito l’ordine delle priorità della mia realtà, come quello del valore di molti gesti, ad esempio un abbraccio. Mi sono reso conto che quando mi trovo a passare del tempo con questi ragazzi, come è accaduto in teatro durante le prove o quando abbiamo girato il film, abbracciarsi è più urgente di tutto il resto, diventa una priorità assoluta e il tempo sembra scorrere più lento e più prezioso, come se si entrasse a contatto con una dimensione più intima e sincera. Allora mi domando se sia più “normale” abbracciarsi oppure ridursi a misurare l’amicizia dal numero di like sul profilo social…».

Alda Merini diceva: “La normalità è un’invenzione di chi è privo di fantasia“; sei d’accordo?

«Se ci pensi ci affanniamo sempre tanto a definirla in tutte le maniere questa normalità, ma poi che cosa significa veramente essere normali? Quali caratteristiche dovrebbe avere qualcuno per essere più normale o più diverso, e da cosa esattamente? La verità è che la vita non ci chiede di essere normali, perché essa stessa celebra la diversità, che è l’unica cosa che proprio tutti abbiamo in comune».

Questa nuova consapevolezza sembra ti abbia aperto nuovi orrizonti verso una vita più serena…

«Mi ha cambiato si, certo non possiedo il segreto della felicità, però oggi dopo tanto tempo ho capito che la vera felicità può trovarsi dappertutto, nella normalità, nella diversità, perfino nel dolore. Ho imparato a riconoscerla, ad accoglierla, ed ho capito che è semplice. Semplice però tengo a precisare che non vuol dire facile, vuol dire semplice!».

A proposito di diversità, secondo te l’Italia può considerarsi oggi un paese “inclusivo”?

«Intanto tengo a dire che quello dell’inclusione è un concetto meraviglioso e che dovremmo tutti frequentare più spesso. Nel nostro Paese siamo passati dal considerare il diverso come “sbagliato”, recludendolo in strutture e condizioni aberranti – per fortuna non più esistenti – fino ad oggi, in cui lo consideriamo “speciale”, o lo trattiamo con pietà, dandogli del “poverino”».

Oltre queste due visioni estreme e contrarie, quale dovrebbe essere l’approccio più giusto da addottare?

«Per il mio punto di vista entrambe le posizioni sono da considerarsi profondamente fuori strada. Non si tratta certo di essere sbagliati, ma non si tratta nemmeno di essere speciali. Si tratta solo di essere ugualmente diversi, diversamente normali. L’inclusione non è altro che fare una carezza a chi hai di fronte e dirgli: tu vali quanto me, questo credo che sia l’approccio più giusto».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Paolo Ruffini, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Non aspettare Domani, cerca di essere felice adesso… perché la felicità è un atto rivoluzionario!».

Simone Intermite