Scorrendo la lista dei Big del settantunesimo Festival di Sanremo quello di Orietta Berti è l’unico nome alieno quanto storicamente altisonante capace di rappresentare il lustro di una generazione di cantanti che travalica il tempo e le mode. L’evento ha un valore particolarmente importante perché l’usignolo di Cavriago ritorna dopo ventinove anni in gara sul palco del teatro Ariston portando con se un bagaglio di oltre mezzo secolo di carriera in musica, undici milioni di copie vendute, una collezione generosa di dischi d’oro e di platino e centinaia di canzoni incise nella memoria collettiva italiana superando i confini nazionali. L’occasione del suo ritorno è il brano “Quando ti sei innamorato” scritto da Francesco Boccia, Ciro Esposito e Marco Rettani, un pezzo autobiografico che reinventa lo stile della melodia italiana per raccontare un incontro importante, quello della vita, in cui sentimenti ed emozioni che possono nascere da giovani possono diventare una travolgente passione di cui non si può fare a meno per tutta la vita. Il brano in gara sarà inserito in un prezioso cofanetto che celebra la carriera di Orietta con tracce inedite e una raccolta di successi reinterpretati di una delle voci più famose dell’ Olimpo della musica italiana, capace di cavalcare i decenni, misurandosi con sincerità ed umilità con l’oggi, sempre attuale, non scalfendo quella vena basata sull’ironia che la contraddistingue. Ma non è tutto recentemente la cantante emiliana ha scelto di raccontarsi in un libro pubblicato da Rizzoli intitolato “Tra bandiere rosse e acquasantiere” in cui illustra la sua vita in equilibrio tra comizi del PCI e la messa la domenica. Noi di Domanipress alla vigilia del suo debutto sul palco dell’Ariston abbiamo avuto il privilegio di ospitare nel nostro salotto virtuale Orietta Berti, recentemente guarita dal Covid, per parlare con lei delle emozioni di questa sua nuova tappa artistica ascoltando dalla sua viva voce il racconto di aneddoti inediti e percependo il suo sguardo attento verso il presente e futuro nel bisogno di rivalutare il valore dell’amore, quello autentico, sincero ed eterno proprio come le sue canzoni.

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Ciao Orietta, benvenuta nel salotto di Domanipress, prima di tutto è d’obbligo chiederti come stai…

«Sono stata fortunata, mi sento abbastanza bene, il Covid non è un nemico facile da sconfiggere e non bisogna sottovalutare il pericolo. Anche se risulto negativa al virus continuo ad avvertire qualche sintomo postumo».

Come se ne esce?

«Con una una cura a base di cortisone e una stanchezza cronica che ti trascini per settimane. Adesso sto ultimando un ciclo di cure con delle vitamine per rimettermi in forze… posso dire che ho recuperato bene, non mi posso lamentare».

Sei in forma per l’undicesimo Festival di Sanremo, un’ ulteriore tappa preziosa nella tua brillante carriera artistica.

«In realtà sono a lavoro da molto tempo prima della mia partecipazione a Sanremo perché per festeggiare cinquantacinque anni di carriera ho preparato un cofanetto che contiene brani inediti e una raccolta di tutti i miei successi. Sono sei cd, tutti pieni di buona musica e di emozioni che non vedo l’ora di condividere con il pubblico».

L’ ultima volta in gara all’Ariston è del ’92, ti sei fatta attendere…Come la vivi questa esperienza?

«Sono sincera, all’inizio non avevo intenzione di partecipare al Festival Sanremo quest’anno. In questo periodo difficile, dopo aver subito in famiglia le conseguenze del Covid, con il timore di essere ricoverata sia io che mio marito Osvaldo, era proprio l’ultimo dei miei pensieri».

E poi cosa ti ha fatto cambiare idea…

«Il mio produttore che segue diversi artisti, tra cui anche Diodato che ha partecipato l’anno scorso ed Il Volo, solo per citartene alcuni, mi ha telefonato chiedendomi se l’ultimo giorno utile poteva inviare sei pezzi inediti alla commissione e proporre una mia partecipazione. Lui ci ha creduto molto ed io che amo mettermi in gioco non me la sono sentita di dirgli di no…Dopo quattro giorni mi ha chiamato Amadeus che mi ha detto Orietta sei a Sanremo abbiamo scelto il brano: “Quando ti sei innamorato” ed io ho risposto dicendo: “Bene, la più difficile, che gusti che avete!”. Sono molto soddisfatta di questa scelta perché è un pezzo che parla di un amore importante, da difendere, di quelli che quasi non esistono più; è una fortuna trovare una persona con cui condividere tutta la vita!».

Recentemente hai anche pubblicato la tua biografia per Rizzoli intitolata: “Tra bandiere rosse e acquasantiere” in cui racconti il primo incontro con tuo marito Osvaldo…

«Si, proprio come canto nella canzone che porto a Sanremo è stato subito un amore travolgente, un colpo di fulmine durante la fiera di Montecchio, il ventotto d’ottobre, e da allora non ci siamo più lasciati. Mi dispiace che dopo duecento anni quest’anno quella fiera abbia avuto uno stop ma il Covid ha interrotto ogni tipo di manifestazione… ».

Nel brano canti: “Quando ti sei innamorato, da allora niente è cambiato”. Qual è il segreto per far durare un rapporto così a lungo?

«Uno dei due deve amare di più ed essere elastico, mettere da parte l’orgoglio. Ci son delle persone che sono testarde, non ammettono di avere torto e non riescono a dare una chance al proprio compagno. Nell’amore bisogna dire qualche bugia buona e chiarire ogni dubbio, non lasciare niente alle spalle che possa diventare un’ombra o peggio un rimorso che può trasformarsi in rancore. Con Osvaldo non è stato semplice all’inizio, abbiamo due caratteri molto diversi. Lui è capricorno ed io gemelli. Io aria lui terra. Io so chiedere scusa se sbaglio, lui fa più fatica. Abbiamo cercato entrambi un equilibrio ed imparato a gestire i momenti di crisi insieme. Dopo cinque minuti di rabbia devi sempre trovare il modo di far risplendere il sereno con un sorriso o un abbraccio».

A Sanremo porti te stessa con la sincerità che ti caratterizza e che il pubblico ha amato nel corso di questi anni. Nel libro si legge che durante le passate partecipazioni prestavi grande attenzione ai tuoi iconici look…Quest’anno a curare la tua immagine ci sarà Nicolò Cerioni lo stylist di Achille Lauro…Come è stato lavorare con lui?

«Quest’anno Nicolò segue me e i Maneskin. Lavoriamo insieme da molti anni e conosce bene i miei gusti. Il motto del suo stile è: “vivi essendo chi vuoi” quindi mi trovo a mio agio a lavorare con lui. Mi ha proposto abiti eccentrici ma anche molto eleganti , ti posso anticipare che se li indossasse Achille Lauro farebbero scalpore (ride). In realtà si tratta di outfit molto femminili che giocano con colori vivaci e luccicanti con dei gioielli incorporati che hanno un fascino particolare».

Quest’anno a Sanremo non ci sarà il pubblico in sala…Come vivi questa condizione? Esibirsi difronte ad un teatro vuoto non deve essere facile…

«Questa è un’edizione particolare, non c’è pubblico in teatro ma soprattutto nelle strade. Non possiamo accogliere ospiti in albergo, siamo sottoposti a diversi tamponi prima di ogni prova ed esibizione. Ogni artista deve cenare in camera ed avere truccatore e parrucchiere nel proprio hotel perché non ci si potrà truccare in camerino. Dovrò arrivare già pronta e vestita di punto…Se qualche artista avrà l’abito stropicciato ci sarà un camerino con un paio di sarte, due al massimo che potranno dare una svaporata (ride). Sicuramente è una condizione nuova, ma necessaria per evitare contagi».

Sono sicuro che una volta calcato il palco sentirai l’affetto del pubblico anche se distante….

«Penserò a tutti loro, alle migliaia di persone che mi vogliono bene e che aspettano di ascoltare il mio brano…Spero di offrire un momento di svago rispetto ai bollettini di guerra a cui ci siamo tristemente abituati. Ho tanti amici i cui genitori e parenti hanno sofferto e soffrono ancora a causa della pandemia. Non poter salutare il proprio caro è drammatico…Questo virus ci ha messo a dura prova tutti, senza esclusione».

Ritornando alla musica, la tua è una carriera stellare che dura da oltre cinquant’anni…Essere in gara Sanremo significa sottoporsi al giudizio della critica, anche se in realtà tu avresti potuto calcare il palco dell’Ariston da Super Ospite. Sul web tutti attendono la tua esibizione, in passato qualche giornalista è stato invece fin troppo tranchant nei tuoi confronti…Oggi il pop è stato finalmente sdoganato anche dalla critica?

«La nuova generazione di giornalisti è preparata, intelligente e con meno pregiudizi, le critiche, quelle meno costruttive, me le posso aspettare dalla critica più attempata. Dici bene bisogna valorizzare la musica pop. Noi come italiani non dobbiamo dimenticare le nostre origini melodiche, abbiamo da sempre nel nostro dna il bel canto e l’opera. Siamo primi nel mondo in questo, pensa a tutta la musica napoletana di inizio novecento. Tutta questa storia è un patrimonio che ci appartiene e che non dobbiamo dimenticare. Trovo che sia molto più kitsch scimmiottare stili che non ci appartengono e che sono lontani dalle nostre radici».

Nella tua discografia c’è anche una parte di brani evergreen come “Finche la barca va” e “Via dei ciclamini” che nella loro ironia nascondevano dei messaggi sociali e politici piuttosto coraggiosi…

«Ho sempre bilanciato pezzi melodici con altri ironici a seconda del contesto. Per l’estate proponevo bravi vivaci da cantare sulla spiaggia. A Sanremo invece sceglievo le melodie più larghe. Oggi nessuno gioca con i doppi sensi. Forse perché in Italia ci manca questa chiave divertente ma anche riflessiva…».

Alcuni brani apparentemente leggeri subirono anche la censura da parte di alcuni dirigenti televisivi…

«Certo, non ho mai avuto timore ad espormi e quelle canzoni erano delle invettive contro il governo e chi rubava facendo danno all’interesse pubblico. Il popolo doveva sempre dire di si è chinare il capo, io non ci stavo. A Sanremo ho parlato di “guerra dei bottoni” con il brano “Futuro”. In quel caso vedevo l’Italia schiacciata dallo strapotere dell’America e della Russia. Chi ci rimette in una guerra tra nazioni imponenti è sempre la più piccola…Temevo per il futuro dei miei figli e dei giovani».

Anche l’amore l’hai cantato con coraggio sotto forme ed inclinazioni diverse…

«Nel cofanetto c’è un brano che parla dell’amore del proprio cane per il padrone. Ci ho messo giorni a registrarla in sala d’incisione…è bellissima. Ogni volta non riuscivo a trattenere le lacrime, l’ho riprovata per un anno intero. Ma ho cantato anche l’amore di una mamma che esorta il figlio a vivere con spensieratezza la sua sessualità e poi c’è anche l’amore criminale in un brano intenso che parla di violenza sulle donne».

Il tuo ultimo album è enciclopedico, oltre agli inediti raccoglie una serie di successi che sono stati reinterpretati. Ma se dovessi scegliere un solo brano tra i sei cd quale sceglieresti?

«Mi piace molto “Il coraggio di chiamarlo amore” che racconta di un’amore sbagliato da cui si vince con il coraggio di rialzarsi e anche “Senza di noi” in cui una donna consapevole del tradimento del proprio compagno non si arrende e continua a perseguire l’obiettivo di amare anche con incoscienza».

Le tue canzoni sotto la struttura pop lanciano dei messaggi rivoluzionari…

«Si, vorrei che le nuove generazioni che vivono con l’avanguardia tecnologica dello smartphone e del pc coltivasse il proprio carattere e trovasse la propria identità. Bisogna capirsi e per farlo c’è necessita di guardarsi negli occhi, di costruire la propria identità, le emoticon non bastano».

Come vivi il tuo rapporto con lo scorrere del tempo, artisticamente cosa è cambiato da quando ragazzina facevi ascoltare i tuoi pezzi agli operai della Philips per capire quali fossero i più efficaci?

«Era un mio metodo, e devo dire che era particolarmente efficace. Mi piace capire cosa piace alla gente e cosa provoca emozioni, e per farlo devi lavorare sul campo e non avere intermediari. Ora l’ascolto dei brani passa da buoni amici e conoscenti sinceri che non hanno timore di esprimere la loro opinione. In questo non è cambiato poi molto…».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Orietta Berti quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Per il Domani conservo sempre la speranza che, come si dice, è l’ultima a morire. Mi auguro che il vaccino contro il Covid arrivi presto, per tutti, non solo per i più abbienti e che si ricominci a lavorare. C’è bisogno di farlo per noi e per i nostri figli e nipoti. Meritano un futuro radioso, libero e pieno d’amore».

Intervista Esclusiva a cura di Simone Intermite