Nina Zilli è una delle interpreti più raffinate ed eclettiche della musica italiana ma anche un’ “amazzone metropolitana” che vestendosi di colori e note ama esprimere attraverso la sua “modern art” tutte le nuances del mondo contemporaneo, spaziando dall’attività discografica, che le ha fatto collezionare una serie di successi dall’Eurovision Song Contest al Festival di Sanremo, fino a quella televisiva con partecipazioni a programmi come “Italian’s Got Talent” perseguendo percorsi principali e paralleli con disinvoltura ed un pizzico di follia, sempre in equilibrio sul filo rosso della creatività. Il suo ultimo progetto fa approdare la cantante di “Cinquantamila nel mondo delle graphic novel con un racconto onirico, edito da Rizzoli, disegnato e scritto di suo pugno, intitolato Dream City, che narra la storia di una città del futuro fondata nel 300.000 d.C. sviluppata in perfetta antitesi con alcune realtà dei giorni nostri, con un’anima multietnica e solidale che si divide in quattro storiche contrade: Cuore, Cervello, Fegato e Pancia, come gli stati d’animo umani e che nel suo colorato universo vive di riferimenti musicali ai miti che sono stati da sempre d’ispirazione per la carriera di Nina Zilli come Jimi Hendrix, Nina Simone e Billie Holiday, godendo dell’amministrazione particolarmente illuminata dell’attivista Malcom X eletto a sindaco. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare Nina Zilli, di parlare con lei dell’utopica Dream City e di musica e arte senza frontiere tra desideri e ambizioni.

Il tuo primo libro “Dream city” è una grafic novel ambientata in un colorato mondo futuro. Per raccontare la storia oltre ad aver scritto il testo ti sei occupata delle illustrazioni. Com’è nata l’esigenza di confrontarti con questa tipologia di racconto? Quando hai scoperto di essere anche un’ ottima disegnatrice?

«Tutto è avvenuto in maniera molto naturale, da piccola avevo tre grandi passioni: la musica, il disegno e la pittura e il basket. Col tempo il rock’n’roll si è impossessato di me e ho lasciato per strada, senza mai dimenticarli, gli altri miei due grandi amori. Così ho smesso di giocare a basket ma ho continuato a disegnare, perché mi aiuta a riempire i momenti morti durante la registrazione di un disco o anche solo a rilassarmi quando sono a casa. Spesso questi “disegnini”, sì mi piace chiamarli proprio così (sorride)…, sono diventati le grafiche dei miei dischi, dei video e dei miei tour e alla fine, con questo nuovo progetto, hanno anche riempito le pagine di un libro. Tutto è nato da un’offerta arrivata alla presentazione di Modern Art, il mio quarto disco: un’amazzone metropolitana, collaboratrice per la casa editrice Mondadori, vedendo i miei disegni originali, mi ha proposto questo folle viaggio ed io che sono sempre curiosa e che amo esplorare territori artistici nuovi non ho potuto rifiutare. Il mondo del disegno è sempre stato per me un rifugio colorato in cui perdersi e volare».

Hai anche disegnato un murales in un luogo nascosto di Milano. Che tipo di esperienza è stata riscoprirsi writers? Come hai scelto il luogo dove disegnare il tuo murales?

«Quel luogo è nel mio cuore e nelle mie gambe: più o meno undici anni fa, mentre scrivevo le canzoni del mio primo disco, ci passavo sempre verso sera per aiutare i ragazzi del centro “Bastard” situato nella periferia milanese, nel completamento di una bowl da skate, aerea, per altro, unica al mondo. Intanto, mentre loro realizzavano questa meraviglia, io ho terminato il mio primo lavoro, ho pubblicato il singolo “50mila” insieme al primo ep omonimo “Nina Zilli” ma non ho mai dimenticato il periodo passato in quel laboratorio colorato e l’ho sempre portato nel cuore. In tutti questi anni ho dipinto su fogli, tela, cartacce casuali, con pennelli, matite, olio, carboncino, sperimentato tanto ma ti confesso che non avevo mai messo mano su un muro!».

Dipingere una parete è sicuramente più impegnativo di un cartoncino

«Si, ed è stato bellissimo e tostissimo ma, per fortuna, avevo al mio fianco tanti amici che mi hanno aiutato; Comunque ora mi sono prefissa l’obiettivo di dipingere tutto lo sfondo che lasciato bianco per questioni di tempo».

E come riempirai lo spazio?

«Vorrei realizzare qualcosa che riempia tutto ciò che ho lasciato vuoto quindi disegneró un ammasso di cavi lunghi, da otto metri ciascuno, quindi…fammi pure gli auguri! (ride)».

Ritornando al romanzo nella città ideale “Dream city” ci sono quattro contrade: “Cuore, Cervello, Pancia e Fegato”. Sognando, in quale di queste ti piacerebbe abitare?

«Sono quattro posti fondamentali uno legati all’altro ma ti dico che abiterei nella contrada nel cuore perché alla fine finiamo tutti li non credi?».

Leggendo il libro è facile scorgere diversi riferimenti autobiografici e tanto spazio dedicato ai sentimenti…Hai mai fatto follie per amore?

«Ma si, chi non fa follie per amore non ama. Amare significa essere anche fuori luogo, ogni tanto. Si sbaglia, si cade, ci si rialza e si ricade ma “a me piace così, che se sbaglio è lo stesso” così come canto in una mia canzone ed è ciò che realmente credo. Ho fatto una serie di cavolate infinite e credo di aver già raccontato tutto nelle mie canzoni, trovate tutto là!».

Un altro luogo della città ideale è il “Paradiso dei calzini” dove è possibile riabbracciare tutti quelli che abbiamo perduto negli anni in lavatrice…tra tutti c’è qualcuno che vorresti recuperare?

«Assolutamente si: 1998 calzino da snowboard stilosissimo, iper sintetico ma molto caldo, dai colori molto sobri fucsia, rosa, viola…ovviamente scherzo».

A proposito di futuro invece il tuo ultimo album “Modern Art” si apre con la strofa “Lo so che moriresti senza internet”. Che rapporto hai con la tecnologia?

«Ho davvero un pessimo rapporto con la tecnologia, faccio disastri e perdo pezzi di sms e di email per la gioia di amici e collaboratori, ma la amo anche follemente perchè mi permette di comporre musica molto più velocemente di prima, di registrarmi al volo se mi viene in mente una melodia, o anche solo di ordinarmi qualcosa da mangiare tramite app e guardarmi il live di Otis Redding al ready steady go».

Qual è stato il tuo periodo di digital detox più lungo?

«Non ho bisogno di digital detox perché non sono per niente dipendente dalla tecnologia, anzi, mi dimentico spesso (e volentieri) di avere uno smartphone».

Spesso sui social possono avvenire, al pari della vita reale, fenomeni di bullismo come l’hate speech. Recentemente hai dichiarato di essere stata vittima di alcuni bulli a scuola; Cosa ricordi di quel periodo? Online ed offline quali sono i metodi per contrastare gli haters?

«Durante gli anni della scuola io ero cicciotta e avevo l’apparecchio fisso ai denti, sopra e sotto, con elastici colorati incrociati sulle due arcate…Diciamo che per questo mio “status” mi sono fatta le ossa e ora, questi haters, che non ti devono nemmeno guardare negli occhi prima di dirti una cattiveria, non li calcolo, non li capisco e mi fanno pena. Poi infondo basta solo un click per liberartene…».

Qualche tempo fa per una frase detta sul palco hai subito un linciaggio mediatico sui social, questo spiacevole inconveniente è accaduto recentemente anche ad Emma Marrone…

«Credo che prima di giudicare fatti ed eventi sui social bisognerebbe controllare prima d tutto le fonti, in questo periodo di super informazione, la disinformazione è quella che regna sovrana. I mondi social hanno acquistato un valore importante e per questo c’è chi se ne approfitta e servirebbe più controllo. Ognuno puó avere un’opinione ed è un diritto sacrosanto, ma non tutte le opinioni hanno lo stesso peso e soprattutto molti impongono gli stessi concetti su più profili fake. Basta una email e il gioco è fatto, mi sembra un prerequisito troppo debole per poter essere poi credibili nel contenuto. Ti dirò di più io non credo nei “linciaggi mediatici” ma nelle notizie e mi piace formulare la mia opinione informandomi il più possibile e da fonti diverse tra di loro».

Eppure sui social assistiamo spesso ad una distorsione della realtà a suon di like…

«Si, la verità è nella vita vissuta, non nei tweet, tant’è che nè io e Emma siamo state linciate da nessuno per strada. Credo ancora negli occhi negli occhi e difenderó sempre chi è più debole di me, perchè anch’io sono stata “piu debole” nella vita e, per fortuna, ho trovato chi mi ha teso la mano e mi ha aiutato. Credo nelle persone e sono convinta che fare del bene porta sempre bene, anche se fosse solo lasciare un bel ricordo».

Nel tuo ultimo album uno dei brani più rappresentativi è dedicato all’universo femminile. In musica spesso le cantautrici denunciano una difficoltà maggiore per emergere…è davvero così?

«No, non credo. Ma sicuramente per difendere la tua carriera ed il tuo percorso artistico ti devi arrabbiare in modo funesto e tenere testa a molti maschietti….non tutti i mali vengono per nuocere, ringrazio i bulli, di cui parlavo prima, per avermi inconsapevolmente preparata al peggio. La mia gavetta è stata lunga più di quindici anni, ho iniziato da piccolissima, ma tutte le difficoltà e i piccoli passi avanti non li ho mai rapportati al mio essere donna. Quando uno su un milione ce la fa, come diceva Morandi, è proprio dura per tutti, maschi o femmine che siano».

Oltre alla musica e alla letteratura hai avuto anche modo di dedicarti al sociale con un viaggio tra Libano e Siria che presto diventerà un documentario su Sky Arte…Cosa puoi dirci di questa esperienza?

«È stato uno dei viaggi più incredibili che ho fatto. Ho incontrato persone che mi hanno raccontato storie di guerra e di amore, atroci e incredibili. Ho visto la guerra negli occhi di grandi, che se la ricordano, e di bambini, che portano i segni, senza ricordarsela. Ho cantato, disegnato e mi sono divertita con loro, pieni di speranza e di gioia di vivere, come tutti i bimbi. Ho visto la gioia ,quella vera, quella che mi trasmettevano anche le loro madri e i loro padri. Ho riscoperto la gioia della Vita, quella che noi diamo sempre per scontata».

A ben guardare anche nel romanzo c’è un quartiere multietnico, dove tutti parlano la stessa lingua…

«Si, e poi c’è anche un cinema in cui tutti i cuori si sintonizzano sullo stesso battito per eliminare le differenze, tentare di capire veramente l’altro e ritrovare quel senso si unità globale che stiamo perdendo. In questo mondo “social” la socialità vera e l’empatia stanno scomparendo. C’è un urgente bisogno di capirsi, in questa nuova era tutti siamo davvero cittadini del mondo. Dobbiamo abbracciare le differenze e mescolarci col nuovo flusso della globalizzazione».

Non ti sei fatta mancare nemmeno varie incursioni sul piccolo schermo come giudice ad Italian Got Talent, è un’esperienza che rifaresti?

«L’ ho fatto per 3 anni e credo di aver dato tanto al format; per ora ho scelto di concentrarmi sulla musica ma la televisione è un mondo che amo quindi potrei tranquillamente ritornare in tv e fare anche cose nuove, non mi precludo niente…».

In attesa di ascoltare il tuo prossimo lavoro inediti quale musica circola sulla tua playlist?

«Come ti dicevo sono tecnologicamente a terra, quindi te lo dico sottovoce ma io non ho una playlist (ride). Scherzi a parte la musica mi piace tutta e nell’ascolto seguo il mood della giornata, ogni giorno ha il suo».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Nina Zilli, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Cito un brano del mio carissimo amico Giuliano Palma e ti dico: “Domani potrai andar dove vuoi ma per stasera rimani vicino a me…”».

Simone Intermite

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