Natale è tempo di tradizioni, accanto ai biglietti di auguri, l’albero acceso dalle lampadine colorate, i regali dell’ultimo minuto, le domande impertinenti della vecchia zia la sera del cenone e l’interrogativo amletico del “Cosa facciamo per Capodanno?” si colloca anche il film di Natale, il Cinepanettone, quel dolce reputato sempre squisitamente trash dalla critica, che ricalca lo stereotipo dell’ italiano in vacanza stile anni 80 in località esotiche e sognanti, intento a conquistare il flirt della stagione, alle spalle della moglie o del marito. Una trama ciclica e rassicurante nella sua prevedibilissima struttura, un clichè ribaltato e riproposto in diverse declinazioni come un classico canovaccio della commedia dell’arte, che nonostante tutto merita una menzione d’onore di tutto rispetto per il più alto record d’incassi dell’anno capace di portare puntualmente una boccata d’ossigeno alle casse di un’ industria in crisi schiacciata spesso dalla concorrenza estera. Quest’anno però il meccanismo che da vent’anni ci tiene compagnia al cinema durante le feste, si è inevitabilmente rotto. La pandemia ha costretto la chiusura di tutte le sale cinematografiche estinguendo anche il rito pagano della risata estemporanea tra popcorn e file interminabili, adesso protagonista è lo streaming, così dopo aver trascorso un anno perennemente collegati on-line tra Smart working, riunioni di lavoro e Natale in webcam anche il cinepanettone diventa digitale e la classica coppia formata dai simpatici giullari storici Massimo Boldi e Christian De Sica ritorna, in pompa magna come il rintocco delle campane nei giorni di festa, con un nuovo lavoro intitolato ” Natale su Marte” approdando sulle più importanti piattaforme on the mand. Accanto ai loro nomi capeggia come tradizione vuole, quello del regista natalizio per eccellenza, Neri Parenti, che come un saggio burattinaio fieramente cosciente delle dinamiche dell’universo natalizio, oltre a dirigere il nuovo cinepanettone ha anche svelato i segreti che si celano dietro la risata con un libro intitolato ironicamente “Due palle di Natale ” edito da Gremese contenente le piccole e grandi disavventure che, puntualmente, lo hanno fatto tribolare durante la lavorazione dei suoi film: rapporti difficili sul set, troupes improvvisate capricci di attori, vip e molto altro. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale il regista di Fantozzi e dei film di natale per discutere con lui del futuro della commedia all’italiana tra divertenti aneddoti e ricordi inediti.


* È possibile ascoltare l’Intervista Esclusiva sul Podcast disponibile in calce su Spotify, Google ed Apple Podcast.

Oltre a essere stato il regista storico dei film di Fantozzi, Il tuo nome è indissolubilmente legato ai cinepanettoni che tu nel libro reputi una spada di Damocle sulla tua testa, come si è soliti dire croce e delizia?

«Sì, tengo a specificare che non reputo questo mio impegno come un un peso, ma la data di un film di Natale non si può prorogare, non si può ripensare ad un dettaglio e non si possono avere guai, perché la consegna è sempre obbligata, proprio come una spada di Damocle! Essendo i tempi molto stretti è necessario non incontare imprevisti sul set, come dico nel titolo non bisogna inventarsi “palle”. Ho voluto raccontare al pubblico che segue con rinnovato affetto ogni anno i miei cinepanettoni, tutti i retroscena sugli attori, i bambini, gli animali coinvolti in questo lavoro che come per magia si ripete e che porta con sé anche tanti problemi da risolvere. Ovviamente ho cercato di scegliere gli aneddoti più divertenti per lascarli a futura memoria».

Ricordi il momento in cui hai deciso che il cinema sarebbe stata la giusta strada percorrere? La tua è una famiglia dall’estrazione sociale elevata, tuo padre è un noto statista ed ex Rettore dell’Università di Firenze, non c’era effettivamente il cinema nelle tue corde familiari…com’ è avvenuta questa scelta?

«Noi siamo quattro fratelli, la figura di mio padre è stata sicuramente ingombrante dal punto di vista del confronto perché oltre quello che hai appena citato tu ha anche realizzato il piano Marshall e altre azioni molto importanti per il nostro Paese. Tutti quanti in famiglia abbiamo cercato di seguire strade parallele e lontane dalla sua, nessuno di noi ha seguito la carriera scientifica. Mio fratello possiede un allevamento di cavalli, mia sorella invece gestisce un agriturismo, siamo scappati tutti dal confronto diretto. Io volevo diventare un critico cinematografico ma vivendo a Firenze, tantissimi anni fa, quando non c’era ancora la possibilità di comunicare velocemente come può succedere adesso sui social non c’erano molti sbocchi lavorativi».

Da dove è partita la tua carriera?

«Ho partecipato e vinto un concorso per una testata giornalistica della Rai regionale e sono approdato per otto mesi di apprendistato a Roma, con una paga modesta, arrivai solo terzo ma non mi lasciai abbattere e feci fronte all’impegno. Dopo un periodo in cui ero relegato in una stanza buia a non far niente mi fu affidato l’incarico di seguire un film liberamente tratto dalla tragedia di John Ford: “Dio Fratello crudele” di Giuseppe Patroni Griffi con attori internazionali dal calibro di Charlotte Rampling e Oliver Tobis; in quell’occasione vagavo sul set per realizzare un resoconto giornaliero in cui raccontavo cosa succedeva e durante questa esperienza mi sono innamorato follemente del mondo del cinema».

Cosa ti hanno insegnato i tuoi genitori, c’è qualche elemento che hai trasfigurato anche nel tuo lavoro sul set?

«Certo, sono stato molto avvantaggiato ad arrivare su quei set con un background culturale differente dalla norma. La possibilità di saper parlare lingue, di saper di scrivere in inglese in maniera fluente mi ha molto aiutato; quindi finito l’ apprendistato l’organizzatore di quel primo film mi ha proposto di lavorare con lui. Quello è stato il punto di partenza della mia carriera».

Il settantanove è stato un anno cruciale per te…Nel libro uno dei primi attori che racconti è Paolo Villaggio, una figura molto particolare, quando si parla di lui spesso emerge una personalità borderline in bilico tra ironia e leggerezza…Com’è stato il tuo rapporto con lui?

«Il nostro è stato un bellissimo rapporto d’amicizia, siamo stati insieme per vent’anni, hai ragione, Paolo era difficile da capire per gli altri attori perché non era un attore ma era un cinico appassionato della bella vita e dei lussi, prestato al cinema, lui i film li realizzava per denaro, non aveva nessun problema se alla critica qualcosa non andava bene o sei film potevano sbancare o meno il botteghino. Gli attori invece giustamente hanno dentro il fuoco dell’arte e questo li condiziona nelle scelte, invece per Paolo tutto questo non c’era ed essendo anch’io un cinico come lui andavamo molto d’accordo e c’era un forte intendimento tra noi. Infatti ci hanno separato ma solo per una ragione contrattuale…».

Diciamo che la sua ironia era piuttosto amara e si prestava ad essere talvolta fraintesa…

«Era così con tutti, Il primo giorno che lavorai con Paolo Villagio lui mi guardò con disprezzo, e senza pietà mi disse “Ah! Neri Parenti è lei? Ma io pensavo che lei fosse un altro, mi sono sbagliato”, ma poi siamo diventati grandi amici».

Quest’anno abbiamo perso Diego Armando Maradona una delle leggende del calcio con cui hai avuto la fortuna di collaborare…

«Te lo dico sinceramente, gli ospiti internazionali spesso sono molto difficili da conquistare e non è sempre semplice lavorare con loro. Diego non aveva vincoli d’orario essendo molto impegnato e appena poteva venire sul set noi dovevamo essere pronti a girare. Il ricordo che ho di lui è una maglia bianco celeste e la dedica personalizzata: “Al mio regista preferito”…L’ho apprezzato molto».

Nel libro si parla anche di altri attori da Lino Banfi a Christian De Sica, da Renato Pozzetto a Massimo Boldi e Massimo Ghini…ma tra tutti qual è quello con cui ti sei trovato maggiormente a tuo agio e con cui sei riuscito ad avere un dialogo anche oltre il mondo del cinema?

«Sicuramente con Paolo mi sono trovato benissimo anche se con lui in effetti il mio rapporto era molto cordiale, ma strettamente professionale. In vent’anni sono andato a cena con Paolo solo una ventina di volte, il nostro era un dialogo unicamente professionale. Credo che l’attore più vicino al mio background culturale sicuramente sia Christian De Sica perché anche lui proviene da un’estrazione culturalmente elevata, ci capiamo subito, siamo più affini rispetto ad altri attori che magari appartengono una gavetta un po’ più perigliosa. Con Christian si poteva anche parlare di Goethe per altri invece la filosofia e la letteratura era un argomento impraticabile».

A proposito di livello culturale, i cinepanettoni sono divisivi rispetto alla critica, c’è una parte che li stronca definitivamente e c’è il pubblico che li ama e chi li guarda regolarmente al cinema o che ne fruisce anche in via digitale…. Come mai persiste questo dualismo così forte?

«Sai, la spiegazione è abbastanza semplice, anch’io da ex aspirante critico cinematografico capisco la difficoltà del recensore che, dopo aver parlato di grandi maestri e dopo aver maturato una preparazione di un certo tipo, si ritrova difronte ad una simpatica buffonata natalizia che incassa milioni; è quasi doveroso per lui doverne parlare male per forza, lo comprendo».

Effettivamente tu hai sempre reagito abbastanza bene alle critiche

«Si, in questo caso mi reputo assolutamente “impermaloso” (ride)».

I tuoi film ne hanno passate tante, perLe comiche” la pellicola ha subito persino la scomunica da parte della chiesa cattolica…Oggi che il linguaggio televisivo, politico e dei social è libero da ogni filtro, quali sono i tabù che è possibile abbattere?

«In realtà la scomunica fu molto lieve, ho imparato che in Vaticano hanno più gradi che stabiliscono determinati livelli di tollerabilità. Io, per mia caratteristica ,non ho mai avuto tabù, oltretutto nei miei film realizzo un genere del tutto privo di considerazioni morali, perché tratto argomenti futili; il tabù è importante se parli di temi importanti come la vita e la morte, invece nei film di Natale tutto questo non esiste».

La comicità oggi oltre al cinema è soprattutto praticata sul web dagli youtubers…

«Per quanto riguarda il linguaggio del web posso dirti che sicuramente lo reputo molto particolare sfrontato e divertente ma bisogna fare attenzione a paragonarlo al cinema perchè c’è una sintesi diversa. Gli sketch durano poco, al massimo un quarto d’ora o cinque minuti e spesso youtuber che mi piacciono anche molto e che registrano milioni di visualizzazioni sui social una volta portati al cinema purtroppo registrano dei pessimi risultati. Anche se questo ovviamente non vale per tutti, però lo reputo un monito per intendere che internet resta mondo parallelo diverso dal cinema, che ha un suo linguaggio specifico e che vive di dinamiche differenti».

A seguito dell’emergenza sanitaria i film che prima erano appannaggio solo della sala cinematografica li ritroviamo necessariamente in streaming; i tuoi film per ragioni contrattuali venivano giudicati dei famosi tre boati in sala… Se il pubblico rideva allora il film era sostanzialmente riuscito, oggi che invece tutto questo avviene tra le mura di casa domestiche ti pesa l’impossibilità di poter visionare in sala l’impatto degli spettatori?

«Si, mi dispiace perché il momento di maggior soddisfazione per un regista è entrare in una sala piena e vedere che il film che tu avevi realizzato fa veramente ridere, colpisce nel segno e riesce a raggiungere il target. In realtà quando c’era De Laurentis i boati erano contrattuali, se ce n’erano due rischiavi di non essere pagato, però oltre a questo ritengo essenziale esaminare da vicino la reazione del pubblico e studiarla, anche perché per i film comici si sviluppano spesso dinamiche misteriose. Ci sono particolari che tu non percepisci quando li realizzi ma che pubblico invece reputa divertenti e che registrano un grande successo e viceversa invece azioni che reputi divertenti per ragioni ignote non sortiscono alcun effetto sul pubblico. Tutto questo studio ti è utile per il film successivo, per questo è importante capire la reazione che il pubblico ha in sala per poter imparare dai propri errori e comprendere cosa diverte realmente e cosa funziona sul grande schermo».

Personalmente fruisci i film in streaming? Quali sono i tuoi gusti in fatto di serie tv?

«Io in realtà sono curioso, guardo un po’ tutto, sono appassionato dei film d’avventura, adesso su queste piattaforme tanto vituperate c’è una qualità di prodotto elevata che è quasi vicina se non superiore a quella del cinema. Anche a livello di suono e di immagine ci sono delle tecnologie molto efficaci che si possono accostare a quelle del cinema».

Da questa crisi il settore cinematografico può salvarsi attraverso lo streaming?

«Bisogna dividere in due questo ragionamento. Dal punto di vista del prodotto lo streaming aiuta perché queste piattaforme si cibano in maniera continuativa di cinema e quindi il lavoro in questo senso è triplicato anche in tempi di pandemia. Dal punto di vista della programmazione cinematografica nelle sale sicuramente c’è un inversione di tendenza: Cineworld, la seconda catena internazionale di sale al mondo, ha deciso di chiudere 127 cinema in Gran Bretagna e 536 negli Stati Uniti a causa del rinvio delle nuove uscite cinematografiche. Ciò che mi preoccupa è che questo giro di. vite interessa chiusure coinvolgeranno circa 45mila dipendenti…bisogna ripensare allo spazio del cinema con modalità nuove e bisogna farlo in fretta…».

Ogni anno i tuoi film di Natale ci proiettano in mete esotiche e lontane.. ce n’è stata una che hai preferito maggiormente?

«Si, sono stato rapito dall’Egitto di “Natale sul Nilo” perché mi hanno sempre appassionato i film di avventure e in quella esperienza ho potuto catapultare i miei buffoni tra piramidi, scorpioni magici, mummie ed inseguimenti all’ultimo minuto con aerei ed effetti speciali tra atterraggi di fortuna e polverose tombe, quindi sono riuscito, in parte a coronare il mio sogno».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Neri Parenti quali sono le sue speranze e le sue paure?

«Vedo il Domani roseo come quelle giornate che sembra che possa inziare a piovere invece poi dopo pochi minuti nasce una meravigliosa giornata di sole che illumina la strada e anche la vita».

Intervista Esclusiva a cura di Simone Intermite

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