Letteratura e musica sono sempre state muse figlie di uno stesso dio ed è un dato innegabile che  questo rapporto si sia intensificato nei tempi recenti come ipotizzavano qualche lustro fa James Joyce Italo Svevo. Levante, cantautrice siciliana, trapiantata a Torino da sempre proficua di immagini poetiche ed evocative trasformate in musica, questo rapporto lo indaga spesso e con rinnovato interesse utilizzando la scrittura come una lente d’ ingrandimento sul suo sentire personale che diventa paradigma ed insieme inconsapevole guida universale di una generazione in cerca dell’amore e di se stessa. Il suo ultimo romanzo edito da RizzoliE questo cuore non mente” riprendendo il titolo di una sua canzone racconta il coraggio di guardarsi dentro e di seguire senza riserve il filo caotico dei nostri pensieri. Protagonista è Anita: una donna come tante che somiglia solo a se stessa e che a seguito di una delusione si ritrova a recuperare “la scatola nera” delle sue emozioni per ricomporre i pezzi della sua vita. Ma non è tutto la cantante di “Andrà tutto bene” e “Tikibombom” oltre al suo rinnovato impegno in veste di scrittrice è in giro per l’Italia con il tour estivo ed in radio con il singolo  “Dall’alba al tramonto”, una ballad ipnotica che ruota intorno ai  “poli opposti” per ritrovare nella  fine delle cose la  potenza di una nuova rinascita espressa nel videoclip con un’atmosfera essenziale ispirato programmaticamente agli anni 60 per omaggiare l’ estetica di quel periodo di  trasformazione socio-economica e di cambiamento accostandolo al nostro tempo in veloce e necessaria evoluzione. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro Salotto virtuale Levante per parlare con lei di musica e di crisi come occasione di crescita personale ed emotiva con lo sguardo rivolto verso il futuro.

Sei tornata in libreria con il tuo terzo romanzo “E questo cuore non mente”, la scrittura oltre la musica sembra essere diventata per te un’esigenza imprescindibile…

«Hai centrato perfettamente il punto, la scrittura è sempre stata per me un’esigenza imprescindibile. Essendo autrice e compositrice di tutti i miei brani, non potrei, non saprei e non vorrei nemmeno rinunciare alla scrittura. Negli ultimi anni, però, si è fatta spazio con prepotenza la sottovalutata (da me) capacità di dilungarmi oltre la forma canzone. Così scrivere romanzi è diventata una vera scoperta, mondo parallelo in cui posso decidere di essere chi voglio, inventare luoghi, eventi, persone».

Nei tuoi romanzi, così come anche nelle tue canzoni, le anime fragili diventano protagoniste e anche Anita è una di quelle e sembra essere anche molto simile a te…

«Ho sempre avuto un naturale interesse nei confronti delle vite spezzate. Le storie lineari non mi interessano, mi annoiano. Credo nell’imperfezione, negli errori, nella verità delle cose poco rassicuranti. Le anime fragili di cui parlo sono forti ma estremamente sole. C’è una grande solitudine in loro esattamente come in me. Indubbiamente raccontare di un determinato tipo di persone significa somigliarci un po’ o, quanto meno, sapersi calare nel loro sentire. Al di là dell’identificazione esiste il mondo dell’arte che ti concede di inventare e immaginare tutto quello che vuoi».

Il testo si apre con una dedica: “A tutti i bambini del mondo. A quelli che sono guariti e a quelli che scopriranno di dover guarire”. Ognuno di noi ha un “fanciullino interiore”di pascoliana memoria che chiede di essere ascoltato e guarito…La tua voce interiore come sta?

«Pascoli c’era andato molto vicino. Ognuno di noi ha certamente qualcosa da cui guarire (se leggendo questa frase non vi trovaste verità allora beati voi!). Abitati dal nostro tempo passato, sedimentato dove non risiede la memoria, ci lasciamo muovere come burattini dagli eventi irrisolti, dai bambini arrabbiati, tristi, incompresi, soli, dimenticati. La mia bambina, ad esempio, adesso sa che l’ascolto e che l’adulta sono io e quindi decido da me».

Recentemente hai confessato di aver seguito un percorso di aiuto psicologico…Quella della salute mentale è un aspetto ancora tabù nella nostra società, come mai?

«Io ho intrapreso un percorso di psicoterapia e non c’è stata scelta migliore che potessi fare per me. Nella nostra società non è più un tabù, in molti ne parlano senza fatica ma di certo non è ancora vista come una cosa “normale”. Questo è un errore. Un individuo impegnato a tenere in forma il corpo, per quale motivo non dovrebbe impegnarsi ad aiutare la mente dalla quale tutto dipende? Una persona in equilibrio accanto ad altri individui in equilibrio… formano una comunità sana.

Nel tuo ultimo singolo “Dall’Alba al tramonto canti: “Fuggi a chi guarda, fuggi agli addii”, oggi da cosa ti senti in fuga?

«Io ho sempre provato a fuggire dalle cose meschine, continuo a farlo. La mediocrità, il pensiero che non sa volare, un corpo che non sa sentire… me ne tengo lontana.

 Nel videoclip prodotto da Matteo Stefani l’estetica rimanda alla classicità degli anni 60 per la sua grana fotografica ed essenzialità. I tuoi video sono sempre molto ispirati, mescolano universi temporali e spaziali diversi dalla lunare “Sirene” alla colorata “Tikibombom” passando per l’ipnotica “Non me ne frega niente” e l’esplosiva “Andra tutto bene”. Come nascono queste suggestioni visive?

«Spesso parte tutto da me, da una inevitabile connessione col testo, col suo significato. A volte racconto al regista semplicemente il modo in cui vorrei vedermi. Nel caso di “dall’alba al tramonto” volevo che l’estetica rimandasse agli anni sessanta, e ne è venuto fuori un momento di preparazione di una diva in procinto di tornare in scena, ispirandomi all’immagine di donne incantevoli come Priscilla Presley».

La tua produzione artistica è partita da un percorso indipendente per poi raggiungere il grande pubblico…Quanto è stato importante per te l’utilizzo dei social per raggiungere il pubblico?

«Ha certamente avuto un peso notevole il fatto che li utilizzassi nel mio modo. Quando ho iniziato a comunicare tramite Facebook e Instagram nessuno chiacchierava così tanto quanto me. L’immagine, sempre da me curata (spesso attraverso autoscatti), era seguita da un racconto, da un pensiero. Ho sempre avuto una grammatica estetica ben precisa, che si è sviluppata nel tempo sempre e soltanto attraverso la mia crescita. Nessuno ha dovuto trovarmi una direzione. Questa verità ha amplificato le cose che stavo facendo, la musica che scrivevo e cantavo. È stato importante comunicare attraverso i social, lo è ancora… ma senza arte alle spalle, i social rimangono dei numeri intangibili.

Ultimamente sei stata inserita nella playlist “Equal” che celebra il contributo mondiale delle donne nel mondo della musica e promuove la parità di genere…In Italia a che punto siamo?

«In Italia ci stiamo muovendo nella direzione giusta ma a volte ho la sensazione che si ragioni soltanto attraverso una ristretta cerchia di fortunati. Uno dei motivi per cui non è mai abbastanza parlare di parità di genere risiede nel fatto che certi argomenti sembra rimangano elitari, avvertiti soltanto in alcuni ambienti. Bisogna fare ancora tanto affinché siano in molti a sentirsi parte di questo cambiamento ma perché sia possibile è necessario lavorare quotidianamente individuando la disparità ovunque si insinui».

Durante il primo lockdown hai postato su Instagram una foto in cui provavi ad attaccarti al muro con uno scotch dalla stampa “fragile”. Cosa hai avuto modo di capire di te stessa da quei giorni?

«In quei due mesi da sola in casa ho pensato a tantissime cose. Ho pensato a tutte le volte che avevo dato per scontate delle dinamiche, delle persone e poi improvvisamente è sparito tutto, inghiottito nel silenzio della pandemia. Ho ricordato che siamo in bilico sempre e che tutto quello che hai può scomparire in un istante senza il potere di recuperarlo. Ogni cosa, anche la più semplice, si fa preziosa. Io, in quel momento, ho capito che volevo guarire dalle mie vecchie ferite. È così che ho iniziato psicoterapia».

 In questo periodo di cambiamento ti sei anche trasferita da Torino a Milano, qualche tempo fa proprio su Domanipress avevi rivelato affetto per la tua città adottiva…

«Non mi sono fatta mancare nulla in questi anni di trambusto, ho messo in mezzo anche un trasloco epocale. A Maggio sono arrivata a Milano, dopo diciannove anni di vita a Torino, cercando di voltare pagina ancora. Ho scelto Milano perché negli ultimi anni l’ho frequentata molto e me ne sono innamorata, ma di un amore adulto, di quelli in cui non perdi la testa, anzi la usi, la usi bene. Io amo il caos, il rumore della città, la possibilità di uscire di casa e trovare quello che desidero a pochi passi o a pochi chilometri di distanza. Qui mi è parso fosse possibile con la differenza che se impari a scoprirla, riesci a ritrovare anche un contesto più familiare, meno dispersivo. Ogni zona ha i suoi punti di riferimento, le sue caratteristiche, le sue stelle. Milano mi fa proprio sognare».

 Sempre in quell’intervista ci hai detto: “Mi piace andare controcorrente, quando una cosa inizia a essere troppo di moda, io mi dirigo da un’altra parte, totalmente opposta” Dove si dirige oggi la tua direzione ostinata e contraria, conservi ancora il “desiderio di rivoluzione”?

«Il desiderio di rivoluzione me lo porto ovunque. È un modo di essere. Anche la scelta di non fare quello che fanno gli altri non me la impongo, mi viene naturale. Oggi mi dirigo sempre di più verso l’approfondimento, mentre il mondo continua a non imparare che la superficie non suggerisce nulla all’uomo se non la risposta sbagliata».

Finalmente dopo molti mesi è possibile godere della musica dal vivo. Tu sei stata protagonista su molti palchi importanti italiani…Qual è il luogo dove oggi ti piacerebbe esibirti?

«Mi emoziono al solo pensiero. Dopo due anni di fermo, torniamo sul palco. Torniamo come musicisti, torniamo come lavoratori. È stupendo! Sono tantissimi i luoghi magici che ho avuto l’onore di riempire con la mia musica ma adesso guardo avanti e non vedo l’ora di fare il mio primo concerto all’alba, ad Arco l’11 luglio. Sarà l’alba del mio ritorno dal vivo. Mi esplode il cuore di gioia».

Recentemente hai pubblicato anche il singolo “Vertigine “per la stagione finale di Baby, la serie originale italiana Netflix. Quali sono i tuoi prossimi obiettivi musicali? Dobbiamo aspettarci a breve un nuovo album? Il quinto album si dice che sia quello della maturità…

«Sto per affrontare un lavoro molto ambizioso sul quale mi dedicherò tra l’estate e l’autunno, in mezzo alle date. Un quinto album che mi spaventa perché ho deciso di intraprendere un percorso impegnativo ma necessario per me. Non so se raggiungiamo mai la maturità… non credo esista una fine alla crescita personale finché non abbiamo finito su questa terra. Sarò matura quando mi sarò staccata dall’albero».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Levante quali sono le tue speranze e le tue paure? 

«Il Domani non esiste, è per questo che è bellissimo poterne scrivere. Immaginarlo è un grandissimo slancio di creatività».

Intervista Esclusiva a cura di Simone Intermite