«Le mie canzoni parlano di me, sono fotografie della mia vita vissuta e delle immagini che hanno visto i miei occhi; la musica è uno strumento universale di aiuto e di comprensione per se stessi». Così Giulio Rappetti Mogol, autore e produttore discografico, che maggiormente ha segnato la storia della musica leggera italiana, racconta la scrittura dei brani iconici di artisti come Lucio Battisti, appena approdato su Spotify e le piattaforme on the demand, Mango, Riccardo Cocciante ed Eros Ramazzotti, solo per citarne alcuni, che portano la sua firma. Tutti successi intramontabili nati dall’alchimia tra musica e parole capaci, in appena quattro minuti di canzone, di emozionare dipingendo, su una tela immaginaria fatta di note e rime, la verità dei sentimenti e la consapevolezza di un uomo straordinariamente comune che ha saputo ricercare dentro di sé le verità, le paure e le fantasie che appartengono a tutti noi. Oggi Mogol oltre ad essere costantemente impegnato con il CET, eccellenza italiana nata per qualificare i nuovi professionisti della musica, e anche particolarmente attivo nell’organizzare iniziative culturali e sociali. Quest’anno nel giorno dedicato a San Francesco, in cui si celebra anche la giornata nazionale del dono, è stata organizzata la prima edizione del “Concerto per la vita“, evento benefico a favore dell’Istituto Serafico di Assisi, prestigioso centro d’eccellenza che si dedica ai ragazzi con disabilità plurime psichiche e sensoriali. Noi di Domanipress abbiamo avuto l’onore di ospitare nel nostro salotto virtuale il Maestro Giulio Rapetti Mogol e di parlare con lui dei suoi successi tra vita, musica e ricordi.

Maestro Mogol lei è uno degli autori più importanti della scena musicale italiana, oltre al suo impegno come presidente per la SIAE continua a utilizzare il messaggio musicale per iniziative benefiche; dopo la Nazionale Cantanti è il turno del “Concerto per la vita”. Le canzoni hanno il potere di aiutare gli altri?

«Certo, la musica da sempre è uno strumento di aiuto e di comprensione per se stessi e per gli altri. Tutti gli eventi benefici organizzati con la Nazionale Cantanti hanno portato alla realizzazione di opere concrete per la protezione e la tutela dei più deboli e bisognosi. Quest’anno, nel giorno dedicato a San Francesco, in cui si celebra anche la giornata del dono, ho organizzato con l’ lstituto Serafico di Assisi un concerto per far conoscere l’esistenza di questo centro di eccellenza internazionale nella ricerca medico-scientifica che cura i ragazzi colpiti da disabilità plurime».

Come si è avvicinato a questa realtà?

«Ho conosciuto l’Istituto Serafico grazie a mia moglie, particolarmente dedita all’impegno sociale. Ho visitato personalmente la loro sede ed ho subito pensato che se tutto il mondo fosse come il Serafico sarebbe un universo perfetto. Al suo interno ci sono medici ed esperti che lavorano per migliorare la qualità della vita di tanti bambini ciechi, sordomuti e autistici seguiti non solo nelle cure ma anche nelle opportunità di svago e di gioco, perché c’è un clima accogliente ed umano, non a caso il fondatore dell’associazione è diventato santo…è davvero un luogo straordinario. Con il concerto ho voluto accendere i riflettori su questa eccellenza Italiana; spesso si parla poco della parte buona del paese che bisognerebbe incentivare e riconoscere. Sono grato a tutti gli artisti che hanno partecipato e a Paolo Belli che mi ha aiutato a produrre questo evento, che spero di replicare in futuro, siamo alla ricerca di altri sponsor che ci aiutino nelle spese di realizzazione…Ho ipotizzato una modalità nuova di fruire il concerto, quello del Drive In, lo spazio non mancherebbe e sarebbe un’idea innovativa».

A proposito di fede, nelle sue canzoni ricorre spesso la parola “Dio”. Lei è credente?

«Si, sono credente e non nascondo di pregare tutti i giorni, perché credo che si debba ringraziare quotidianamente la vita ed essere grati di viverla ogni giorno. Sono stato un uomo fortunato e non trovo motivo per non ringraziare Dio, prego per me, per i miei affetti più cari e per chi è in un momento di difficoltà e necessita di un aiuto, anche solo morale. Tutti hanno bisogno di ricercare il senso della vita, perché non sappiamo cosa ci aspetta dopo la morte ed abbiamo necessità di trovare una risposta. Qualche tempo fa ho scritto e consegnato un piccolo aforisma al Papa dove c’era scritto, su un quadretto realizzato dalla pittrice Grazia Cucco, “Come due fratellini disegnano la stessa mamma, in due modi diversi, così gli uomini fanno con Dio” e io ne sono fermamente convinto».

Il cuore è un fattore fondamentale per comporre musica?

«Ci vuole anche anche tecnica ovviamente. Io scrivo testi sulla musica, nella composizione mi dedico a ricercare e a scrivere i termini adatti, ogni frase deve avere un senso musicale, il significato deve far andare d’accordo due universi distinti che si incontrano, quello del testo e delle note, è un’alchimia. Se parole e musica dicono la stessa cosa il messaggio è più convincente ed emozionante. Per il contenuto invece, mi attengo alla vita, la quotidianità ed il cuore. La maggior parte delle storie che ho scritto sono le mie e le ho vissute o immaginate realmente, sono principalmente un cronista del reale e mi piace fotografare con la penna ciò che vedo, ma il punto di partenza per me resta sempre la musica. Se le note crescono ci deve essere una ragione perché ciò accada, diversamente se la musica è più intima anche le parole devono esserlo».

Lei si ispira alla realtà…mi conferma quindi che la “Donna per amico” e il ”campo di grano” sono realmente esistiti?

«Si esistono per davvero (ride). Scrissi “Una donna per amico” per Adriana, una mia carissima amica che mi chiese di intitolarle una canzone. Il campo di grano invece era quello vicino a Lambrate, luogo della mia infanzia, dove da lontano si vedeva una vecchia ferrovia».

C’è un luogo eletto dove scrive?

«Non ho un luogo fisico dove dedicarmi alla scrittura, è accaduto di aver appuntato testi anche in auto e in situazioni improbabili; riesco a concentrarmi quando scrivo, a prescindere da dove mi trovo».

Il leggendario: “Non piangere salame/ dai capelli verde rame” ricorda a cosa si riferiva?

«Quel verso è nato da un lapsus, volevo scrivere rosso rame ed invece scrissi verde…Il verde rame altro non è che un fungicida per i vitigni! Ho inconsciamente utilizzato un termine tecnico che ho appreso sicuramente a Silvano D’Orba…».

 Quando ha percepito il suo potenziale di scrittore come autore di canzoni?

«Tutto è iniziato, quando ero molto giovane, negli anni cinquanta, quando fui assunto come impiegato di una casa discografica, la Ricordi; mi sono dedicato a scrivere le cifre dei diritti delle canzoni. Dopo questo lavoro, che trovavo troppo ripetitivo per me, mi sono avvicinato alle traduzioni dei testi dei brani stranieri. Per cinquemila lire a brano scrivevo le versioni italiane che spesso erano delle vere e proprie reinterpretazioni, perché ogni traduzione non è mai un calco, è necessario sostituire una realtà culturale o sociale del testo originario con la corrispondente realtà del testo tradotto. La scelta traduttoria era sempre consapevole e creativa ed è stata per me una palestra che mi ha consentito di acquisire gli strumenti per poter scrivere».

Quali furono i maggiori successi da traduttore che ricorda con orgoglio?

«Ce ne sono davvero tanti, penso a David Bowie e al brano “Ragazzo solo, ragazza sola” inciso proprio da lui in italiano e che aveva in realtà un significato diverso dall’originale, raccontava la storia di un ragazzo e una ragazza abbandonati dai rispettivi fidanzati».

Qual era il suo segreto per scrivere quelle parole in musica?

«Non esiste segreto, ma c’è esercizio costante, capacità di studiare le rime e la metrica; scrivendo le traduzioni mi sono reso conto che ogni due sillabe c’era un accento diverso, quindi era fondamentale che ogni parola dovesse corrispondere a quello giusto, a questo poi si deve aggiungere un’altra componente fondamentale, la sintesi. Un testo di una canzone è breve e in questo spazio è condensato il senso che si vuole comunicare. Tutto questo processo può diventare un automatismo e così, acquisendolo dopo tanti tentativi, mi sono sentito pronto di poter sviluppare il processo di scrittura liberamente…».

La scrittura è diventata quindi un’attitudine spontanea?

«La mia mente ha acquisito un meccanismo che ha funzionato e che si è consolidata giorno per giorno…ma non è una qualità solo mia. Tutti noi nella vita studiando sviluppiamo delle capacità che derivano dal seguire una giusta didattica e dall’automazione che si genera. Ha presente quando lei guida? Può farlo mentre sta parlando con qualcuno o sta pensando a qualcos’altro, ma le mani i piedi e gli occhi sanno cosa devono fare e quando farlo…».

Il talento, il genio e la predisposizione personale quindi non esistono?

«Al contrario, Il talento ed il genio esistono, ma non è necessario esserlo per riuscire a realizzarsi. Di geni veri ne ho conosciuti pochi, solo due nella mia vita. I geni sono coloro che, sin da giovanissimi, riescono a svolgere determinate azioni pur non avendo alle spalle lo studio e l’impegno, che sarebbe richiesto ad altri. La predisposizione ed il talento sono necessari perché quanto più si è predisposti a scrivere, ad esempio, tanto più facile risulterà farlo. Sia chi è genio che chi è predisposto per esprimere la creatività ha bisogno di applicarsi con costanza, è come raggiungere una vetta, bisogna farlo passo dopo passo. L’importante è capire che è possibile sviluppare le proprie capacità, bisognerebbe insegnare questo nelle scuole».

Chi ritiene “genio” della musica italiana?

«Ce ne sono davvero pochi, uno di questi per me è Gianni Bella, ha imparato a comporre musica da giovanissimo senza studi specifici. A lui bastava osservare di nascosto i musicisti per imparare a suonare seguendo l’istinto senza alcun pensiero che si appoggiasse alla logica. Accade molto raramente…».

Lei è presidente della Siae; ultimamente le classifiche FIMI mostrano un nuovo trend con gli artisti della scena rap in vetta a discapito della canzone d’autore e di quella pop e rock. Cosa ne pensa di questo cambiamento?

«La motivazione di questo mutamento è soprattutto tecnologica, il pubblico giovane è più incline all’utilizzo delle piattaforme di streaming e segue i personaggi nati sul web, ma questo è un discorso un po’ di nicchia. Anche andando ai concerti ci si può accorgere che questi artisti si rivolgono ad un pubblico ben preciso principalmente costituito dai teenagers. La musica di una volta invece era per tutti…perché l’arte è così, universale. I trapper utilizzano nei testi un linguaggio giovanilistico, parlano di instagram, sono strutturati sotto forma di slogan e si esprimono con uno slang nuovo ed incomprensibile per chi non è in quella fascia d’età, quindi questa non si può considerare musica popolare, che per sua definizione è adatta a tutti. Del resto è anche vero che al di là del mercato digitale oggi è sempre più difficile vendere i dischi».

Eppure ci sono brani ed interpreti che riescono a sopravvivere ai mutamenti del tempo, primo fra tutti il grande Lucio Battisti approdato da poco su Spotify e accolto da tutti con grande entusiasmo. Ha avuto modo di ascoltare la versione digitale dei brani firmati “Battisti – Mogol”?

«Si, per me è stata una bella notizia, sono felice che questi brani siano a disposizione di tutti, anche sulle piattaforme digitali. Per Lucio Battisti ho scritto circa sessanta successi…è stato un incontro di lavoro importante. Battisti era un’artista verticale sempre pronto a rinnovarsi, con una profonda cultura, amava ascoltare gli artisti internazionali e studiare in maniera meticolosa gli arrangiamenti, a pensarci bene aveva una mente matematica, mentre io ero più orizzontale. Nutrivamo una forte ammirazione reciproca…mi chiamava “Il poeta”».

Non è un caso che il binomio Battisti e Mogol sia il più grande connubio artistico della musica italiana…

«E non è il solo, ho scritto altrettanti successi con artisti come Gianni Bella, Mango, Riccardo Cocciante, Adriano Celentano, Eros Ramazzotti…».

Cosa accomuna tutti questi grandi nomi della musica?

«La qualità, si parla di artisti che sono su un livello alto e che oltre a seguire l’istinto ed il talento possiedono curiosità e volontà di applicarsi. Quando scrivo i miei testi però non penso mai all’interprete, lo faccio come un attore, come se dovessi cantarli io. Poi ovviamente mi fa piacere ascoltarli interpretati da voci bellissime nelle loro versioni originali».

Rimanendo in tema di nomi…lo pseudonimo Mogol è diventato cognome e dal 2006 compare ufficialmente anche sulla sua carta d’identità…ci tiene molto vero?

«Si, mi ha portato molta fortuna ed è frutto della casualità. Quando mi iscrissi la prima volta nella Siae non ne avevo uno in particolare così inviai ben 120 nomi diversi scritti con amici e parenti…».

E alla fine la Siae scelse per lei “Mogol”

«Lo ricordo come se fosse ieri, quando arrivò la lettera con scritto il nome scelto dai funzionari della Siae “Mogol”. Mi chiesi: ma perché tra tutti proprio un nome cinese? Ma dopo un primo momento di smarrimento archiviai il tutto pensando che nessuno l’avrebbe mai saputo…Chi si interessa al nome di un autore? E invece…fortunatamente mi sbagliai ed oggi ne sono orgoglioso tanto da averne richiesto riconoscimento come cognome. Mogol sono io, è la mia fortuna».

Nel ’92 ha fondato nelle campagne dell’Umbria il CET, una scuola per autori, musicisti e cantanti mettendo a disposizione il suo know-how in fatto di musica…Qual è la caratterista necessaria ad un’artista?

«Il motto della nostra scuola è “Prima l’uomo e poi l’artista”. Sono orgoglioso dei nostri allievi. Teniamo al valore umano, i nostri corsi hanno come punto focale lo sviluppo del senso di responsabilità dell’artista che riteniamo fondamentale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, abbiamo diplomato oltre tremila ragazzi e abbiamo ricevuto apprezzamenti anche dall’Università di Berkeley».

Ritornando alle collaborazioni con Gianni Bella ha recentemente realizzato un’ opera musicale “Storia di una Capinera”. Com’è stato interfacciarsi con un testo importante come quello di Giovanni Verga?

«Giovanni Verga ha scritto un grande classico, il secondo romanzo italiano più letto dopo i Promessi Sposi, ambientandolo durante l’epidemia di colera che colpì la Sicilia a metà dell”800. Grazie a Roberto Grossi, ex presidente dell’accademia Santa Cecilia, siamo riusciti a realizzare un’opera che è stata definita un capolavoro da critici importanti come Gustav Kuhn e che ha registrato al Bellini soldout per sette serate di seguito. Sono orgoglioso di questa produzione e spero che si possano realizzare delle repliche».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Giulio Rapetti Mogol, quali sono le sue speranze e le sue paure?

«Il Domani è preoccupante per ciò che potrà accadere all’ambiente, un disastro che tutti hanno fatto finta di non vedere, annunciato da una bambina coraggiosa ed ostinata come Greta Thunberg a cui dobbiamo riconoscere il merito di aver aperto gli occhi ad una generazione grazie al suo esempio. Questo ci restituisce la misura dei limiti della mente umana ad immaginare il futuro e la miopia dei potenti, troppo incapaci di guardare lontano».

Grazie di tutto Maestro.

Intervista a cura di Simone Intermite

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