Per Frankie hi-nrg mc, al secolo Francesco di Gesù, scrivere una canzone non è solo un atto fine a stesso ma una puntuale urgenza comunicativa che come un megafono lontano dal dettame borghese e conformista denuncia le contraddizioni del presente toccando temi spesso invisi a quelli che ben pensano” che non trovano spazio sulle cronache dei giornali e dei talk show televisivi di maniera. L’autore di “Fight da faida“, “Potere alla parola“, “Libri di sangue“, definito a ragione padre del rap italiano per essere stato uno dei primi a portare nel bel paese un nuovo linguaggio musicale nato dalla strada, è recentemente ritornato con il singolo “Nuvole” un brano personale ed intimo, in cui l’artista racconta le complesse sensazioni di quest’epoca di grandi cambiamenti e dinamiche nuove imposte dal covid-19. Da vero autore e artista, Frankie hi-nrg mc ha inoltre scritto e diretto anche un videoclip, realizzando le riprese in completa autonomia all’interno della propria casa, indossando un’attrezzatura utilizzata per filmare gli sport estremi, modificata con l’aggiunta di luci ed accessori. Le immagini iper-accelerate in interno, che aumentano il senso di claustrofobia delle strofe, trovano il loro contrappunto in quelle in esterno che accompagnano il refrain, realizzate con la collaborazione del prezioso team di Gaetano Morbioli. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale Frankie hi-nrg mc per parlare con lui di musica, di speranze oltre le nuvole e della necessità di ripartire dalla cultura come antidoto al pensiero unico, in questa videointervista esclusiva da leggere ed ascoltare.

* È possibile ascoltare e guardare l’intervista sul canale Live del Salotto di Domanipress, su Youtube e sul Podcast in calce all’intervista disponibile su Spotify, Google ed Apple Podcast.


Il tuo ultimo singolo “Nuvole” descrive in maniera lucida le dinamiche dettate dalla pandemia e da questo momento particolarmente difficile che stiamo vivendo…qual è la sua genesi?

«“Nuvole” è come se fosse l’ennesimo documentario che ho realizzato scrivendo una canzone, questa volta si tratta di un viaggio verso l’interno in quell’universo così limitato che le costrizioni del momento hanno comportato. Nel raccontare questa questa mia esperienza ho cercato di poterlo fare con dei termini che potessero sovrapporsi all’ esperienza collettiva, scrivendo un testo dove tutti potessero ritrovare la anomala ed amara quotidianità di questi giorni.

Anche il videoclip è molto particolare perché pone in contrasto le riprese veloci e claustrofobiche che hai realizzato in casa con la GoPro e quelle dell’ambiente esterno girate dal regista Gaetano Morbioli. Questo è un periodo in cui lo spazio domestico ha assunto un ruolo fondamentale…Tu come vivi il rapporto con la tua casa?

«Per me è cambiato poco, ho sempre apprezzato le mura domestiche, da artista non avendo esigenze di restare necessariamente in un un luogo fisso come un ufficio, una fabbrica o un negozio, l’ho vissuta bene, ma anche se sei una persona che non ama particolarmente uscire di casa durante la settimana dover seguire delle regole che ti vietano di farlo non è facile da affrontare a livello psicologico…è una costrizione che si avverte in maniera inconscia».

Nel testo del tuo ultimo singolo canti di poter “essere fuori dal comune senza uscire dal comune”…Questa condizione sembra appartenerti, tu sei stato uno dei primi a far conoscere al grande pubblico italiano il linguaggio del rap declinandolo su temi sociali importanti. Oggi Il rap moderno invece sembra prediligere altri temi decisamente meno impegnati…Cosa ne pensi di questo cambiamento?

«I linguaggi inevitabilmente con lo scorrere del tempo si evolvono e questo comporta il dover parlare di temi differenti in un modo molto diverso dal passato…Quando il rap è emerso in Italia l’ha fatto con contenuti diversi rispetto a quella attuale…Ma a ben guardare la storia della musica solo in minima parte i rapper hanno raccontato di contenuti sociali. In America il rap racconta principalmente di gangster pieni di donne e soldi e di cronaca legata a questi ambienti. Il rap puoi considerarlo se vuoi come la scrittura: puoi scrivere un racconto di cronaca giornalistica, di satira, oppure un romanzo d’amore. La scelta è sempre del singolo non del genere musicale che si utilizza. In questo momento la palette espressiva è incentrata su temi riguardanti temi egoistici e leggeri e questo incontra al momento un grande favore del pubblico».

L’impegno sociale è un’aspetto caratterizzante della tua produzione, anche in quest’ultimo videoclip indossi una felpa con una serie di personaggi politici da Craxi a Berlinguer…un tuo vecchio successo cantava: “Quando sei in cabina e giochi da schedina ricordati che sei colonna di un sistema”…è davvero così?

«Si, sono ancora convinto di quello che ho cantato in Rap Lamento… Questa volta la scelta di avere utilizzato una felpa colorata con il volto dei politici è stato un atto di liberazione che li ha voluti rendere come delle icone pop. Se noti sono tutti dello stesso colore e questo perché non mi interessava scendere nel giudizio di merito nel confronto delle cose orrende che ha fatto tizio rispetto alle meraviglie raccontate da caio. Ho voluto semplicemente racchiudere nella sfondo colorato l’immaginario di tutti i personaggi che hanno popolato la mia infanzia e la mia gioventù e che gestivano la cosa pubblica; erano anni in cui con una progressiva presa di coscienza, cominciavo a capirne qualcosa ed in cui mi sono formato come cittadino italiano oltre che come persona…Oggi li guardo da lontano e li ho incasellati in un alveare di memorie che tinto in uno stesso colore restituisce una bella decorazione».

Qualche tempo fa hai pubblicato un libro che racconta la storia del rap e che restituisce suggestioni ed aneddoti anche del tuo percorso… La tua propensione ad essere un cronista del reale ti è costata, in termini di carriera nel corso degli anni?

«Nella vita così come nella musica credo che tutto dipenda dagli obiettivi che ci si pone. Il mio non è mai stato quello di diventare diventare una famosa rockstar, non mi interessa riempire a tutti i costi gli stadi e fare qualunque cosa possibile pur di registrare il sold out. Ho sempre preferito percorrere la strada più difficile ed onesta di dire quello che penso e godere del approvazione, se c’è, che questo può comportare. Non ho mai pensato di vendere un milione di dischi, preferisco avere un seguito di pubblico che si riconosce in quello che dico. Ho sempre ritenuto che la vera arte non debba intrattenere ma far riflettere. Nella mia scrittura non utilizzo parole che non mi appartengono e non racconto quello che il pubblico vuol sentirsi dire per compiacerlo. Il fine ultimo non è ottenere il favore del pubblico a tutti i costi, ma generare delle emozioni ed a volte per farlo è necessario anche toccare dei nervi scoperti per poter essere pienamente sinceri e coerenti. Ci sono molte canzoni di plastica che mirano al compiacimento, in quel caso l’intento non è scavare in profondità ma galleggiare in superfice. Questa è una modalità di approccio che rispetto, di cui posso anche essere inconsciamente fruitore ma che come artista non mi appartiene».

A ben guardare le “canzoni di plastica” sono quelle che non resistono oltre una stagione, invece quelle che emozionano senza artifici retorici restano nell’immaginario collettivo superando anche i limiti generazionali…”Quelli che ben pensano” ne è un esempio lampante per la sua attualità e per la sua trasversalità. Ventitrè anni dopo: chi sono oggi “Quelli che ben pensano”?

«Quella visone esageratamente catastrofica di “Quelli che ben pensano” nella realtà dei fatti non solo si è confermata ma si è anche amplificata. Il vero problema attuale è la sciatteria con la quale si affrontano le responsabilità del Paese su tutti i livelli. Si utilizza la burocrazia per trincerarsi dietro un muro e per non ammettere i propri errori. Nessuno ha mai il coraggio di dire: “Scusate, ho fatto una cazzata, ne pagherò le conseguenze” e questa modalità si è ancora più acuita in tempi di pandemia. C’è chi è morto per aver indossato delle maschere non a norma… Quest’attitudine quando arriva alle alte posizioni di potere diventa molto pericoloso».

Citando Goya “Il sonno della ragione genera mostri”, l’arte e la cultura spesso non sono state una priorità per i nostri governi…Attualmente molti tuoi colleghi stanno firmando appelli affinché non si dimentichi la situazione di crisi dei lavoratori dello spettacolo…Qual è la tua posizione in merito?

Ci sono delle ottime idee di molte associazioni riunite sotto diverse sigle, prime fra tutte la DOC Servizi, forse ci sono troppe associazioni di categorie che confondono la situazione. In Italia dovremmo vivere di turismo e di cultura per le nostre bellezze».

Ultimamente la scelta di trasmettere su Rai1 la Prima della Scala è stata programmatica nel voler ridare attenzione anche alla tradizione culturale italiana…

«Si è parlato molto della Prima della Scala incensata dal nostro Ministro come se fosse stata la panacea di tutti i mali, ma in pochi hanno sottolineato la ripresa superficiale, noiosa e poco consona ad un’opera classica incentrata sull’unico punto di vista del pubblico… Poi mi chiedo perché non far conoscere al grande pubblico anche tante altre prime teatrali che possono avere una rilevanza nazionale e perché, sempre sulla Rai o in tv non ci sia spazio per gli artisti indipendenti che meriterebbero maggior attenzione. Ci vogliono regie illuminate, tecnici competenti e compagnie di qualità che esistono, oggi abbiamo il know how per farlo ma è necessario investire nel teatro, nella cultura e nella musica».

Anche tu a teatro hai avuto esperienze importanti…

«Si, ho lavorato con Marco Paolini e Mario Brunello per lo spettacolo “#ANTROPOCENE”, per cui ho scritto tutte le parti poetiche, recitando al fianco di Marco Paolini e di Mario Brunello. Il debutto è avvenuto Teatro Massimo di Palermo ed abbiamo proseguito all’Auditorium Parco della Musica di Roma, al Teatro Regio di Torino e Teatro San Carlo di Napoli. Non siamo arrivati alla Scala ma questa esperienza mi ha fatto capire quali siano i problemi endemici del teatro, che andrebbe completamente riformato».

Oltre alla scrittura per la musica hai annunciato di essere a lavoro per un romanzo. Recentemente per Sky Arte hai realizzato un film documentario di successo “Rodari 2.0 – Spazio alla parola”. Cosa hai imparato dall’analisi di questo grande scrittore?

«Amo particolarmente Rodari, mia madre ne è stata da sempre una sua accanita lettrice ed io ho letto sin da piccolo i testi di questo scrittore che poi ho avuto modo di approfondire anche grazie a Sky Arte. Il documentario era ricco di contributi da repertorio d’archivio e riletture come quella di Stefano Accorsi, nella lettura di “Favole al telefono”. In questo viaggio ho scoperto che Rodari era molto apprezzato anche nella Repubblica Sovietica ed è considerato come un eroe della patria anche oggi. Grazie al poeta russo Samuil Marshak e alla linguista russa Yulia Dobrovolskaya, i racconti, le fiabe e le filastrocche sono state tradotte in russo, a tal punto che la fama in Italia deriva proprio dalla notorietà che aveva ormai acquisito nei paesi dell’est…Come si suol dire nessuno è profeta in patria! Rileggendolo ed esaminando la sua biografia ho riscoperto un detentore assoluto del potere della parola che sapeva essere anche molto generoso ed umile, come tutti i più grandi maestri».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Frankie hi-nrg mc quali sono le sue speranze e le sue paure?

«Nel Domani bisogna tenersi tutti per mano e non avere paura di uscire dal buio insieme. Come canto nel mio ultimo brano: Anche se dentro vedi solo nuvole non dimenticare che fuori splende ancora il sole».

Intervista Esclusiva a cura di Simone Intermite

ASCOLTA IL DOMANI DI FRANKIE -HI NRG MC SUL PODCAST DI DOMANIPRESS

 

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.