Che si tratti di un libro, di un film o di una semplice osservazione della realtà, lo sguardo di Enrico Vanzina, celebre sceneggiatore, regista ed indiscusso punto di riferimento della commedia all’italiana, non si ferma mai in superfice ma scava nel profondo per esaminarla e rappresentarla in maniera precisa e talvolta caustica, offrendoci un angolazione privilegiata e preziosa al pari di un breviario contenete le descrizioni delle tipologie umane dei nostri tempi. Lo testimoniano gli oltre cento film prodotti insieme al fratello Carlo, Cult indiscussi che hanno raccontato il nostro Paese meglio di qualunque altro medium tratteggiando le contraddizioni italiane attraverso tanti personaggi talvolta ingenui, talvolta cinici, diventati la fortuna di molti interpreti, da Christian De Sica a Massimo Ghini, da Massimo Boldi a Jerry Calà, e Virna Lisi ereditando dal padre Steno, regista dei grandi classici di Alberto Sordi e di Totò, la capacità di farci sorridere delle nostre manie e difetti, regalandoci spensieratezza e spunti di riflessione. Questa volta la sua indagine parte dalla forma del romanzo giallo edito da HarperCollins intitolato “Una giornata di nebbia a Milano“, un nuovo racconto che parte dall’indagine del giornalista Luca Restrelli alla ricerca dell’assassino di suo padre, sviluppata con un’inedita ricerca costituita da riferimenti letterari e cinematografici che tra insicurezze e un po’ di superbo disprezzo per il mondo indolente e arrivista, conducono il protagonista al dipanarsi della matassa interiore. Noi di Domanipress abbiamo avuto l’onore di ospitare Enrico Vanzina per ripercorrere con lui in questa Video Intervista Esclusiva oltre 40 anni di storia del cinema italiano che ha segnato le vite di più di una generazione, di trasformazione digitale e di futuro tra nuove prospettive e ricordi preziosi, forieri delle contraddizioni del presente.


* È possibile ascoltare e guardare l’intervista sul canale Live del Salotto di Domanipress, su Youtube e sul Podcast in calce all’intervista disponibile su Spotify, Google ed Apple Podcast.

Sei in libreria con il romanzo “Una giornata di nebbia a Milano”, racconto giallo con una trama ben lontana dalla comune linearità del genere… Come è nata l’esigenza di scrivere questa storia?

«Sì, modestia a parte, credo che “Una giornata di nebbia a Milano” sia un romanzo molto sorprendente. È un giallo che ho voluto ambientare a Milano dopo aver scritto tre anni fa un altro racconto che si intitolava “Una sera a Roma”. Nel momento in cui ho scritto l’ultima parola del libro, ricordo che mi dissi “Ne devo scrivere assolutamente un altro, un giallo ambientato a Milano”. Poi in realtà non è andata così perché la morte di mio fratello ha scombinato i piani e tra queste due pubblicazioni ho scritto un libro molto doloroso e personale che si intitola “Mio fratello Carlo” edito da HarperCollins, ma quella è un’altra storia».

Non deve essere stato facile affrontare una perdita così improvvisa…

«Perdere un fratello più giovane col quale lavori da tutta la vita insieme, tutti i giorni, dodici ore al giorno è stato un evento inaspettato e rapidissimo. Mi ha veramente scombussolato l’esistenza, le abitudini e le prospettive. Adesso per riprendere la vita in mano ho ricominciato a scrivere…dicono sia terapeutico».

Anche Milano, così come il romanzo, è una città poco lineare perché vive in equilibrio tra due variabili dicotomiche, da una parte c’è la nebbia e la solitudine e dall’altra i grandi eventi culturali e le relazioni pubbliche…Cosa ti ha ispirato nella scelta di questa ambientazione?

«Questo giallo è ambientato a Milano perché è una città a cui tengo molto pur essendo romano, anzi romanista, figlio del regista di “Un americano a Roma”. Ovviamente è noto che più romano di me è difficile esserlo! (ride). Non nego che però la mia parte più intima e sentimentale è emotivamente legata a Milano, una città che adoro, in cui ho avuto modo di ambientare anche diciotto film passandoci lunghi periodi della mia vita iniziando a collaborare come editorialista del Corriere della Sera. Ora sono al Messaggero, a Roma, ma conservo sempre un buon ricordo di Milano e con il romanzo volevo dare a questa città così importante un ritratto differente dal solito, quello dipinto con gli occhi di un forestiero che la osserva e la vive in tutte le sue sfumature».

D’altronde anche Roma è una città che è stata descritta da molti scrittori “forestieri” che hanno colto peculiarità invisibili agli occhi di chi ci abitava…

«Io credo che i migliori sguardi su Roma li abbiano dati Gadda, Flaiano che era di Pescara, Pasolini, Fellini, ed altri scrittori non romani che ci hanno svelato molte cose. In punta di piedi, con grande tenerezza e anche modestia, con il mio nuovo romanzo, ho lanciato uno sguardo a Milano, una città che porto nel mio cuore e anche nella memoria».

A proposito di memoria com’è il confronto tra passato e presente?

«Questa di oggi è la Milano che si è votata al bosco verticale, al contemporaneo che passa di moda ogni cinque minuti e purtroppo si sta dimenticando invece la Milano di Simonetta di Gadda, di Iannacci, del Derby, di Bianciardi e di tutta una generazione che ho avuto il piacere di sfiorare e di conoscere e che per me rimane un punto di riferimento. Nel libro precedente avevo dipinto Roma un po’ rosso Valentino, decadente, Milano invece è decisamente grigio Armani. Ho utilizzato nel titolo la metafora della nebbia, che non c’è più a livello meteorologico, ma che continua a esserci metaforicamente. Milano è una città che nasconde i cortili e i sentimenti anche se è il fulcro della public relation e della comunicazione. Mi piaceva ambientare un giallo nella nebbia per far emergere fuori questa riservatezza nascosta di Milano attraverso una storia divertente e avvincente».

Anche il romanzo sotto la nebbia nasconde una una struttura molto particolare. In questo giallo non c’è un detective, ma uno scrittore che aiuta a svelare il caso attraverso l’ influsso della letteratura che entra nel testo. Esaminando il testo filologicamente potremmo dire che ci sono un testo e un mèta testo con un  flusso di coscienza alla Joyce…

«La trovata secondo me sorprendente è proprio quella che hai colto. Ho cercato di mettere da parte i soliti RIS, gli investigatori, la polizia. Il protagonista è un giovane giornalista milanese che si occupa di cultura in un giornale della tradizione non bene identificato. All’inizio del romanzo gli ammazzano il padre nella nebbia e lui dovrà svolgere un’indagine parallela. Non si assiste mai all’indagine della polizia, ma si legge solo dell‘indagine che conduce lui affidandosi ad amico scrittore stravolgendo i sistemi del giallo classico e scavando nel mondo della letteratura, tra i grandi topos  letterari per cercare di capire attraverso le trame che sono state raccontate nel corso dei secoli dove ci potrebbe essere un appiglio per risolvere questo mistero».

Tutto sembra condurre verso un realismo magico…

«Si, questo è abbastanza curioso, nel momento in cui si entra nella letteratura è chiaro che il libro prende una dimensione quasi borgesiana. Non voglio esagerare con questo paragone, però si tratta di un divertissement nel quale attraverso la cultura affrontiamo uno dei problemi più importanti della scrittura e dei romanzi: è più vera la realtà o è più vero quello che i romanzi, guardando la realtà, raccontano?».

Un interrogativo non da poco…

«Questo tema è molto interessante e spero di averlo svolto con leggerezza. Si parla di tanti scrittori e di tanti libri e correnti letterarie diverse della letteratura, ma è un divertimento che secondo me piacerà ai lettori perché mi sono accorto, negli ultimi anni, soprattutto in provincia, che i lettori che incontro sono molto più colti degli scrittori stessi. I lettori sono formidabili, hanno una cultura immensa e spero possano apprezzare un libro che stuzzica la loro cultura in maniera divertente. Nello stesso tempo è un giallo che si può leggere dall’inizio alla fine senza smettere perché sorretto una trama avvincente sviluppato con questa commistione tra letteratura e trama popolare. L’ho voluto scrivere proprio per questo, per cercare di  coniugare alto e basso, pop e cultura, ricerca e fruibilità immediata. Le contaminazioni in letteratura, al cinema e nell’arte in genere, come nella vita, sono sempre utili così come le emozioni. Più vado avanti con l’età e più mi accorgo che scrivo meglio quando ci metto i sentimenti».

Lo scrittore che guida il protagonista è ospitato dal tuo amico Andrea G. Pinketts un’ icona della cultura meneghina, riconoscibile con i suoi cappelli, il bastone da passeggio e l’immancabile sigaro…

«Nel momento in cui  ho scelto di ispirarmi alla figura di Andrea l’ ho fatto in punta di piedi. Ho avuto la fortuna di conoscerlo per una piccola parte in un mio film tanti anni fa e poi siamo diventati grandi amici. Pinchetti aveva una personalità strepitosa, era un uomo colto però anticonformista, che prendeva a calci la vita pur amandola. Faceva tardi la notte, beveva e amava le donne e il rischio. Ho cercato di evocarlo nel libro con grande affetto».

Il sentimento dell’amicizia è la miglior ispirazione…

«Ieri ho avuto una soddisfazione enorme che per me vale come il premio Strega: mi ha telefonato la mamma novantenne di Andrea dopo aver letto il libro e mi ha detto delle frasi che non dimenticherò mai. Era così felice, ci siamo parlati come se l’avessi conosciuta da sempre. Queste sono le più grandi soddisfazioni che ti puoi concedere quando prendi il rischio di mettere una persona vera in un libro anche se coperto dall’anonimato. Attraverso di lui il libro offre tanti spunti perché sì tratta di un flusso di coscienza, ma certamente non è joyciano, è tutto abbastanza semplice. Quel riferimento costituisce lo sfogo di un uomo di oggi, giovane, che non comprende più quello che sta accadendo e che ha un passato che gli pesa addosso: quello della cultura. Può essere un peso terribile, però c’era uno scrittore francese che diceva che in fondo è proprio la cultura quello che resta quando si è dimenticato tutto. Se si riesce in questo dedalo, a trovare i fondamentali si può comprendere la nostra realtà così complessa».

Da lettore c’è uno scrittore che preferisci?

«Riguardo gli scrittori di riferimento sarebbe stato molto limitativo tirarne fuori uno o due, ma devo dire che quello che mi sta più vicino, non tanto nella scrittura di questo libro ma perché lo considero la persona che mi ispira tutte le volte che penso a lui e che ho anche avuto il piacere di conoscere è Ennio Flaiano».

Ovviamente non possiamo non parlare anche di cinema, tu sei un rappresentante massimo della commedia all’italiana che racconta, senza troppe remore, i vizi e le virtù del nostro paese. Secondo Nietzsche non con l’ira, ma col riso si uccide…Sei d’accordo?

«C’è tutta una generazione che ho conosciuto che ho frequentato e con la quale ho anche lavorato ed è quella della grande commedia all’italiana. Io penso, che dal dopoguerra ad oggi la commedia ha raccontato questo paese forse meglio della letteratura, del teatro e di molti film drammatici. La commedia all’italiana andrebbe studiata a scuola: ci dovrebbe essere un corso per far comprendere ai nostri ragazzi che forse non conoscono molto della storia del nostro paese. Lo si potrebbe fare attraverso una decina di film importanti come “C’eravamo tanto amati”, i “Soliti ignoti”, “Il Sorpasso” e “Una vita difficile”, giusto per citartene alcuni. Ci sono una serie di film italiani che messi in fila restituiscono l’idea di cosa è stato questo paese e di come è cambiato. Molto spesso i messaggi trasversali che sono contenuti nella commedia arrivano in maniera prepotente, ci fanno pensare e capire tante cose. C’è una frase buffa proprio di Flaiano che diceva che con il tempo quasi tutti i film drammatici arrivano a diventare comici, ed è verissimo perché il film drammatico se non è un capolavoro, col passare del tempo invecchia, mentre la commedia non passa mai di moda. Prendi un film di mio padre e Monicelli, “Guardie e ladri”, lo rivedi oggi ed è un capolavoro assoluto, ma non tanto per il focus sul cos’era quel paese in quel determinato momento, ma sull’umanità delle persone».

In Italia possiamo dire di essere maestri indiscussi per quanto riguarda il cinema…

«Certo, abbiamo avuto dei grandissimi registi e dei grandissimi scrittori soprattutto, pensa che mio padre Steno ha avuto modo di lavorare insieme a Brancati e Flaiano, Moravia, Pratolini, tutti grandi scrittori italiani che si sono avvicinati al cinema e che hanno partecipato all’epopea di quel momento glorioso che ancora oggi fa invidia a tutto il mondo».

Poi è arrivato il turno dei leggendari fratelli Vanzina…

«Con mio fratello Carlo siamo stati gli ultimi a proseguire, il livello è cambiato e questo è chiaro: è arrivata la televisione, ci sono state contaminazioni di vario tipo, gli attori non erano più quelli che avevamo una volta, noi stessi non eravamo forse all’altezza dei nostri predecessori, ma abbiamo cercato nel corso degli anni di raccontare questo paese guardandolo con affetto, mai assolvendolo, ma cercando sempre di capire le ragioni degli altri».

Le ultime produzioni cinematografiche sono sicuramente meno caratterizzate…

«Ultimamente si realizzano delle commedie un po’ ideologiche in cui il buono è buono, il cattivo è cattivo, la commedia invece è qualcosa di più complesso: i personaggi negativi che hanno costruito la fortuna, di Sordi ad esempio, sono dei personaggi per cui non devi essere dalla loro parte ma devi capire perché esistono. Questo specchio è formidabile secondo me».

Le tue produzioni così come quelle di tuo padre sono entrati a far parte della memoria collettiva, ma cosa rende un film eterno?

«È una domanda molto complicata perché per rispondere ci vorrebbe la psicanalisi di chi li scrive e chi li produce (ride)».

C’è ancora chi prenota le proprie vacanze estive sognando i luoghi della Versilia di “Sapore di Mare”.

«“Sapore di mare” era un film sincero, che mescolava una generazione, un’epoca, una musica con dei sentimenti. Quando tocchi lo spettatore e racconti un’emozione, poi quel ricordo non passa più perché entra a far parte della tua vita. Il personaggio di Virna Lisi di “Sapore di mare” è meraviglioso. Lei stessa che ha una carriera immensa ne era fiera perché entrare nell’immaginario raccontando qualcosa che era alla portata di tutti, che tutti hanno sottomano, centrandola, ti rende di famiglia».

Questo aspetto del tuo lavoro sembra esserti particolarmente caro…

«Far riscoprire allo spettatore qualcosa che aveva dentro che neanche lui conosceva e che neanche tu sapevi che avresti suscitato in lui è bellissimo. Il mio amico Carlo Verdone mi disse che quando ha girato “Compagni di scuola” ha avuto la stessa sensazione. C’era questo latente rapporto tra ex compagni di scuola che hanno tutti ma che non era stato ancora tirato fuori così bene come ha fatto lui. Questi accadimenti sono anche un po’ magici, è la forza delle immagini, dei luoghi e della musica che passano dalla sala cinematografica».

Oggi le immagini viaggiano sul digitale sulle piattaforme streaming, ultimamente hai anche realizzato un film per Netflix che rappresenta e fotografa la nuova generazione. Lo streaming toglie o aggiunge qualcosa al cinema? La magia della sala è fondamentale oppure se ne può fare a meno?

«Io sono ancorato, cresciuto e innamorato della sala perché penso che lo spettacolo cinematografico oltre a essere quello che tu vedi sullo schermo sia la condivisione di un momento preciso. In sala hai i più bei ricordi della tua vita, la prima volta che ti sei innamorato, che hai preso la mano di qualcuno, che hai pianto al cinema, la prima volta che hai riso sul serio, che hai avuto paura. Tutto questo insieme ad altri: un’esperienza che non si potrà mai abolire. Io mi ritengo fortunato perché alla mia età sono entrato nel mondo di Netflix e ho realizzato un film che si è rivelato come il più grande successo di Netflix da quando è disponibile in Italia. Mi entusiasma l’aspetto universale di queste piattaforme che sono disponibili in tutto il mondo. Questo però può trasformarsi in un limite perché i grandi colossi globali ti obbligano pretendendo in parte in maniera più o meno feroce di far sparire tutto ciò che è locale perché bisogna essere apprezzati e compresi in Afghanistan, in Canada, in Argentina e in Sudafrica e non è facile. Invece secondo me la forza è nel locale perché possiamo far vedere chi siamo. Se iniziamo a cedere ai compromessi sul dialogo, sugli accenti e sui temi, questo alla fine porterà a dei prodotti da supermercato. È per questo che il cinema non morirà mai: quando tu lo fai per il cinema è specifico e racconti un’identità tua che non deve morire. Secondo me il cinema serve a far capire agli altri chi siamo noi e a cercare di capire chi sono gli atrii, una serie globale invece è un prodotto da supermercato, anche se ultimamente ci sono anche delle dovute eccezioni».

Sei cresciuto in una famiglia dove le differenze culturali sono sempre state ritenute una ricchezza…Cosa hai imparato da tuo padre?

«Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia che aveva le idee chiare, papà se l’era chiarite molto bene. Lui era nato per fare spettacolo, per disegnare, scrivere e realizzare film. Non ci ha spinti, a Carlo e a me, a fare questo lavoro, anzi ci metteva in guardia, ci diceva che questo è un lavoro precario, sbagli due film e non lavori più. C’è un’insegna sopra al nostro ufficio come quella di un ristorante dove c’è scritto “Steno Carlo e Enrico Vanzina. Tutti noi abbiamo sempre fatto cinema, lui per noi, noi per lui. Adesso vivo l’eredita come una  missione: questo “ristorante” deve continuare ad essere aperto con la stessa carta del menù, con gli stessi ingredienti, gli stessi sapori, per cui loro non ci sono più ma ci sono ancora i loro ideali. Perché io lavoro per loro».

Anche avere la possibilità di lavorare con un fratello può essere una fortuna

«Con Carlo era molto facile lavorare perché siamo cresciuti insieme e avevamo gli stessi gusti, gli stessi riferimenti cinematografici, letterari soprattutto e musicali, anche se io sono un pianista e lui no,in compenso era un fenomeno anche sulla musica».

Oltre al cinema, la letteratura anche la musica, un’aspetto che non tutti conoscono…

«Il primo lavoro che ho fatto nella mia vita era il pianista di piano bar, poi ho smesso e adesso ho ricominciato a suonare durante il lockdown . Forse la più grande emozione che ho avuto nella mia vita sul lavoro è stata quando ho curato la regia della Tosca. Ho aperto il festival pucciniano a Torre del Lago. Credo di non aver mai avuto un’emozione così intensa come la sera della prima, quando è partita l’orchestra in questo teatro con 3000 posti all’aperto, con Puccini, mio idolo».

Passioni comuni, stesso lavoro e voglia di collaborare…

«Tornando a Carlo è stato tanto facile perché andavamo d’accordo. Non abbiamo mai litigato, non abbiamo mai discusso, eravamo veramente molto complementari: lui era il regista, io scrivevo, facevo il produttore ed ero sul set, montavo insieme a lui, più di lui addirittura, sceglievamo il cast insieme. È molto raro, anche mio padre, che all’inizio ha fatto dei film insieme a Monicelli  mi diceva che loro andavano d’accordissimo. Non erano fratelli naturalmente ma era facile anche per loro. Era un rapporto di complementarità, due persone che si mettono insieme come un duo comico, come un Jerry Lewis e Dean Martin, Come Totò e Fabrizi. Ci sono dei momenti voluti dal cielo, che non si possono spiegare, non si possono capire, ma è stato veramente molto facile».

All’inizio del tuo ultimo romanzo c’è una dedica a Carlo…

«Lui è sempre ancora con me, perché come diceva Billi Wilder quando non riusciva a scrivere una scena, si chiedeva come l’avrebbe fatta Rubik che era stato il suo grande maestro. Io quando lavoro senza Carlo mi chiedo “Come la farebbe Carlo?” e spesso lui mi risponde».

Sei un giovane del ’68, una generazione che ha cambiato il nostro paese e che ha vissuto un periodo particolarmente fortunato. Le nuove generazioni di oggi lottano contro la pandemia e hanno un futuro da ricostruire. Come li reputi?

«Ho  sempre avuto un grande interesse verso i giovani . Con i film abbiamo lanciato moltissimi attori, scrittori e tecnici anche molto giovani. Devo dire che negli ultimi anni è successo qualcosa, c’è stata una frattura. Oggi mi sembra che questa generazione abbia paura della diversità. Vogliono essere tutti uguali, i ragazzi hanno paura di sbagliare, di essere giudicati e si trincerano in un consenso globale interno. Questo è un errore clamoroso. Io ogni tanto insegno nelle università, nei corsi e cerco di dire che la forza di una generazione si costruisce quando dall’interno si decide  di uscire per trascinare gli altri in una linea nuova. Bisogna ammirare le diversità, tutto quello che è differente da noi nella vita è fondamentale. Mi ricordo che quando vidi la prima volta Elsa Martinelli, che era molto più grande di me, così diversa dalle altre, era la più bella di tutte. Quando mio fratello ed io da piccoli vedemmo Brigitte Bardot sul set di nostro padre “Mio figlio Nerone” capimmo che ci trovavamo difronte ad un’attrice rivoluzionaria. Bisogna sempre cercare di avere la forza di uscire dai cliché per trovare una strada personale».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Enrico Vanzina , quali sono le tue speranze e le tue paure?

«In questo momento la pandemia ci ha bloccato in un eterno presente ed è come se fossero in lockdown anche i nostri sentimenti. Nel Domani mi auguro che si riacquisti la forza di dire “Ti amo”, di scrivere una lettera d’amore, di comunicare e di abbracciarci senza confinarci nella rassegnazione. Facciamoli esplodere senza pudore i sentimenti, sono loro il vero motore del mondo».

Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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