Senza ambizione non c’è talento. Lo sa bene Claudio Cecchetto, produttore discografico, voce nazionale della radio italiana e talent scout di numerosi artisti musicali e televisivi del nostro tempo: da Fiorello a Gerry Scotti, Jovanotti, Amadeus, Marco Baldini, gli 883, Sabrina Salerno, Luca Laurenti, Marco Mazzoli, Fabio Volo, Leonardo Pieraccioni, Dj Francesco Facchinetti; tutti hanno come comun denominatore l’essere stati scoperti dal fondatore di Radio Deejay e Radio Capital, vero punto di riferimento della musica e della cultura Pop. Oggi l’autore del Joca Jouer forte della sua esperienza per le più importanti kermesse canore italiane da Sanremo al Festivalbar, e di numerose trasmissioni musicali, è pronto a lanciare una nuova sfida chiamata ” Cecchetto Festival Web“, un’attività collaterale rispetto alla settimana della canzone italiana targata Rai, che nasce dall’universo digitale per cogliere l’immediatezza e l’orizzontalità tipica del web, lanciare nuovi talenti ed abbattere le barriere sperimentando un nuovo linguaggio indipendente e multicanale. Il Cecchetto Festival Web andrà in onda in streaming il 3, 4 e 5 marzo e vedrà la partecipazione di diversi giovani artisti under 33 in gara e di influencer che animeranno le serate Festival. Quella di Claudio Cecchetto si rivela ancora una volta come un’intuizione moderna e visionaria capace di coinvolgere la generazione dei millennials utilizzando il suo linguaggio senza filtri e censure. Noi di Domanipress, da sempre promotori di nuove tendenze, abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale Claudio Cecchetto per parlare con lui di musica, delle opportunità offerte dalla rete e di sogni da realizzare con tenacia e determinazione.
* È possibile ascoltare e guardare l’intervista sul canale Live del Salotto di Domanipress, su Youtube e sul Podcast in calce all’intervista disponibile su Spotify, Google ed Apple Podcast.

Sei l’ideatore e l’organizzatore del primo Festival web italiano, cosa ci puoi raccontare di questa tua nuova esperienza?

«Il periodo che stiamo attraversando è particolarmente complesso, uno dei pochi lati positivi è che il web finalmente sta iniziando ad essere protagonista non solo come media del futuro ma come strumento necessario del presente. L’utilizzo delle piattaforme social ormai è diventato di largo uso e consumo non solo tra i giovani. L’altro giorno ho assistito alla scena di un nonno che diceva al nipote: “ Non chiamarmi al telefono, videochiamami su WhatsApp”. I tempi sono radicalmente cambiati, così come è avvenuto per la radio e per la televisione oggi siamo ad punto di svolta, è possibile lavorare anche da casa e raggiungere un pubblico specifico da parti diverse del mondo, i nostri device sono sempre più interconnessi tra di loro ed è facile passare dallo schermo di un pc allo smartphone alla tv, questo comporta una serie infinita di possibilità. La sfida del momento è saper cogliere tutte le opportunità offerte dalla rete».

Quando si organizza un Festival è necessario operare una scelta dei partecipanti attenta e variegata…Nel corso degli anni tu hai dimostrato di essere uno dei talent scout più importanti d’Italia. Per il Festival web quali sono stati i parametri con cui hai selezionato gli artisti?

«Da sempre il mio modus operandi è quello di andare a cercare le cose interessanti…non attendo che qualcuno me le presenti. Ho cercato i nuovi artisti direttamente nel web su youtube,instagram e tik tok e osservando questo universo ricco di nuovi spunti interessanti ho contattato quelli che per me potevano esprimere qualcosa di nuovo. Ho creato una rosa di sessanta artisti da cui poi saranno selezionati ventiquattro partecipanti. Mi piacciono le sfide non mi interessano i talenti che già registrano grandi numeri, preferisco dare una mano a chi non ha avuto modo di emergere e che godono della propria fan base sul web. I ragazzi del Festivalweb non sono esordienti ma artisti nati dal web che hanno spesso alle spalle diversi anni di gavetta, che ritengo essere sempre fondamentale. Le nostre date coincideranno con il Festival di Sanremo ma tengo a precisare che questa scelta è nata non per porci in contrapposizione ad un macchina faraonica come quella della Rai ma per ampliare l’offerta musicale che si svilupperà in quei giorni. Quella del 3 Marzo è l’unica settimana in cui i media abbandonano la cronaca giornaliera per dedicarsi alla musica e alla cultura. Quest’anno più che mai abbiamo bisogno di staccare la spina dai problemi che ci attanagliano e di dare voce agli artisti che stanno vivendo un momento difficile…».

Sei stato presentatore sia del Festival di Sanremo che del Festivalbar, quest’anno a condurre ci sono ancora Amadeus e Fiorello, entrambi sono una tua scoperta…Hai avuto modo di dare qualche consiglio ai tuoi ex assistiti?

«Sono molto fiero, di aver creduto in loro, assistere al loro percorso artistico ed umano dagli esordi fino ad oggi mi rende orgoglioso. Amadeus non ha bisogno di consigli è un grande professionista poi per Sanremo c’è Lucio Presta che cura tutta la manifestazione e tanti collaboratori che lo affiancano…Certo se avesse bisogno di un parere io per lui ci sono sempre…Tutti gli artisti che ho seguito mi hanno permesso di realizzare il sogno di creare qualcosa che resista al tempo e devo dire che i risultati mi hanno dato ragione».

Anche il cast del Festival di Sanremo quest’anno è orientato verso i talenti del web e alle playlist di Spotify…

«Si, ed è giusto che sia così… Il Festival deve guardare il presente ed essere figlio del suo tempo, non possiamo sempre riferirci ai modelli del “bel canto” dei tempi andati. Sono totalmente d’accordo con la scelta artistica di Amadeus e con la sua voglia di innovare. Per fortuna di artisti validi in questi ultimi anni ce ne sono diversi, quindi c’è spazio per tutti. Il mio Festivalweb è dedicato agli under 33, mi sono dedicato ad un segmento specifico che ha molto da raccontare e che ha voglia di farlo in una maniera nuova, scavalcando i vecchi modelli ormai logori».

Qualcuno però ha polemizzato per l’organizzazione del Festival in tempi di pandemia…

«Siamo sommersi tutti i giorni da notizie sconfortanti e siamo relegati in casa a causa delle misure restrittive che questo virus ha comportato, dedicare qualche ora all’evasione e all’ascolto della buona musica non può che essere utile per distrarre il pubblico dai recenti bollettini di guerra…».

Nel corso della tua carriera hai scoperto artisti musicali come Jovanotti e Max Pezzali, televisivi come Jerry Scotti, Fiorello ed Amadeus e cinematografici come Leonardo Pieraccioni…Sono tutti figli grati?

«Mi ritengo fortunato di aver collaborato con tutti loro, ognuno a loro modo ha avuto modo di dimostrarmi affetto e stima professionale ma nessuno si dovrebbe mai sentire in dovere di manifestare gratitudine. Con qualcuno di loro è capitato qualche volta di perdersi anche per molti anni ma quando ci si incontra è sempre una festa e si ritrova subito lo spirito di amicizia, quello vero, che non subisce lo scorrere del tempo…proprio come accade in una grande famiglia».

Nella tua biografia si legge una frase di Sandy Marton che disse “Nella vita puoi nascere bello, intelligente e con talento, ma quello che veramente fa la differenza è avere culo, io l’ho avuto incontrando Claudio Cecchetto”. Tu credi nella fortuna?

«Penso che sia importante l’impegno che puoi dedicare ad un progetto che sia artistico o di vita in generale. Io sono stato fortunato nell’avere un buon gusto musicale che mi ha permesso di capire prima degli altri alcune tendenze che poi sono diventate di moda. Ho avuto fortuna a collaborare con Mike Bongiorno che mi ha lanciato a tele Milano e successivamente incontrare due direttori artistici importanti come Gianni Ravera per il Festival di Sanremo e Dario Salvetti per il Festivalbar. Lavorare con i grandi mi ha dato la possibilità di imparare sul campo e di confrontarmi con sfide importanti. Anche aver avuto la possibilità di produrre talenti come Jovanotti e Max Pezzali è stata una fortuna, molti credono che basti avere un produttore potente alle spalle per emergere ma la verità è che servono talento, creatività e tanto impegno. Ovviamente è necessario che qualcuno ti sappia guidare nelle scelte, il successo è anche un lavoro di squadra, non è solo fortuna».

Citando Machiavelli homo faber fortunae suae…

«Ciò che conta è avere l’intelligenza di capire di essere fortunati…molti si avvicinano alle proprie fortune senza accorgersene…Bisogna essere sempre pronti a saper cogliere l’occasione giusta. Una gran quantità di talento viene sprecata nel mondo per mancanza di un po’ di coraggio».

Hai lanciato alla fine degli anni ottanta due emittenti radiofoniche di successo come Radio Deejay e Radio Capital…Oggi ai tempi della musica fruita in streaming qual è lo stato di salute della radio?

«Negli anni passati la radio non ha avuto una concorrente diretta, oltre la televisione, per questo non ha sperimentato ed oggi ne paga le conseguenze. Non è più il tempo delle reti libere, i network radiofonici sono molto costosi da mantenere quindi devono necessariamente ragionare come un’industria e questo è limitante perché il bilancio ha la priorità sul progetto artistico.
Sul web è più semplice ritrovare dei progetti nuovi, culturalmente più ambiziosi e liberi che non sottendono alle mere logiche commerciali. La fortuna è che oggi il pubblico riesce a scegliere con autonomia cosa seguire e chi premiare».

Personalmente come fruisci la musica: meglio le piattaforme streaming o la radio?

«In realtà è tutto complementare. Sono da sempre un ascoltatore curioso, in quest’ultimo periodo preferisco utilizzare Spotify perché riesce a darmi la possibilità di ascoltare nuovi talenti…Dico spesso che mi piace anche la “musica brutta” perché è solo dopo averla ascoltata che riesco a capire se mi appartiene o meno…».

A proposito di musica che ti appartiene, il tuo nome è legato al famoso tormentone del Joca Jouer un evergreen che ha superato limiti territoriali e generazionali…Ti saresti mai aspettato un successo così longevo?

«Abbiamo parlato prima di fortuna, nel caso del Joca Jouer tutto è nato da un divertissement musicale. Quando ho inciso il pezzo l’ho subito trovato geniale; il suo successo lo devo al Festival di Sanremo del 1981 quando fu scelto come sigla. Da quel momento dopo aver coinvolto venticinque milioni di spettatori è iniziato un viaggio inarrestabile che ha portato il brano in tutto il mondo. Devo ringraziare tutti gli animatori turistici che hanno reso questo “gioco” musicale internazionale. Viaggiando ho sentito versioni diverse in cinese, in arabo e questo aspetto mi diverte».

L’età anagrafica spesso è solamente un numero, tu sei sempre stato particolarmente innovativo e “giovane”, oggi sei anche padre di due ragazzi…I tuoi figli ti hanno aiutato ad ampliare la visione sulle nuove tecnologie ed i nuovi media?

«Assolutamente si, imparo molto da loro. Devo dire che li vedo poco davanti alla televisione e come tutti i ragazzi della loro età preferiscono fruire i contenuti attraverso lo smartphone. Vivendo a stretto contatto con loro anch’io ho modificato le abitudini. Hanno ereditato anche loro entrambi la passione per la musica. Il più piccolo, Leonardo, scrive e vive di trap, ha allestito uno studio di produzione e recentemente ha pubblicato la canzone “Le focaccine del Esselunga” che ha auto un buon riscontro di pubblico mentre Jodi oltre ad essere presentatore ama spaziare in campi artistici diversi. Entrami hanno voglia di divertirsi, da genitore non voglio fare pressione ma preferisco lasciarli liberi di seguire le proprie passioni».

I linguaggi musicali ed artistici mutano con il tempo…

«Si, dico sempre che un giorno saranno contestati anche loro dai loro figli, ma è un ciclo normale ed è giusto che loro non seguano i modelli dei loro genitori…Capisco che preferiscano ascoltare maggiormente la trap invece dei Genesis e gli AC/DC».

I tuoi genitori invece cosa ti hanno tramandato?

«Sicuramente la possibilità di poter credere nei sogni ma mi hanno anche insegnato che alla base di tutto deve esserci il sacrificio e la voglia di riscatto. I miei genitori provenivano da Gaggia, un paesino veneto di seimila anime e quando ero molto piccolo si sono trasferiti a Milano… Mio padre era riuscito a trovare lavoro come camionista nella grande città. Ricordo che quando arrivammo a Milano, all’asilo parlavo in veneto e gli altri bambini mi prendevano in giro per il mio accento. Sono d’accordo con chi dice che la provincia spesso può darti una marcia in più perché ti insegna dei valori importanti che è difficile ritrovare nella grande metropoli…».

Oltre la crisi sanitaria che ha attanagliato tutto il paese ed in particolar modo la Lombardia, cosa ne pensi della Milano di oggi?

«Penso che Milano sia l’unica città italiana che può dirsi veramente europea. Probabilmente anche per il covid si è ammalata di più perché produce di più, è un luogo dinamico che non dorme mai e mi auguro che possa tornare presto alla normalità. Oggi è una citta triste, in ginocchio ma con tanta voglia di rimettersi in piedi».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Claudio Cecchetto quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Il Domani in questo periodo lo immagino migliore rispetto al presente, superata questa pandemia sono sicuro che ci sarà un miglioramento. Penso positivo e credo che dai grandi dolori possano nascere nuove possibilità. La mancanza dei rapporti umani ce li ha fatti riscoprire e apprezzare maggiormente, spero che questa lezione sia utile alle nuove generazioni».

Intervista Esclusiva a cura di Simone Intermite

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