Chiara Francini volto noto del cinema, della tv e del teatro è proprio come la si vede e la si immagina: trasparente, semplice, sincera ed inconsapevolmente magnetica. «Il vero amore non ti mette in ginocchio, ti sprona a non annullarti e a cercare la parte migliore di te» ribadisce stringendo i pugni al petto quasi a voler aprire gli occhi a chi è vittima inconsapevole di una relazione tossica. Il punto di partenza per questa riflessione è il suo terzo romanzo “Un anno felice” edito da Rizzoli che l’ha definitivamente consacrata nel olimpo delle scrittrici di letteratura moderna tra le più apprezzate con due besteller all’attivo con più di 60mila copie vendute. Nell’ ultimo romanzo Chiara Francini si cimenta in una prova narrativa ambiziosa e complessa, percorrendo l’evoluzione di un amore che prende una piega sbagliata, una trappola spietata in cui tante donne cadono accecate da sentimenti sinceri e dai veli dell’autoillusione. Ne scaturisce un racconto con un intenso crescendo drammatico caratterizzato da personaggi convincenti e una prosa originale che la definiscono come una scrittrice vera e matura. Ma non è tutto l’attrice toscana impegnata in format televisivi come “Love me gender” e “Love me stranger” sarà protagonista a teatro con il testo di Dario Fo e Franca Rame intitolato “Coppia aperta quasi spalancata” portando in scena la psicologia maschile e la relativa insofferenza al concetto di monogamia, continuando così ad indagare le dinamiche di coppia sotto una diversa prospettiva. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale Chiara Francini e di parlare con lei di letteratura, successo e sentimenti da vivere a testa alta.

Con “Un anno felice” sei giunta al tuo terzo romanzo; dopo il successo dei precedenti qual è stata la motivazione che ti ha spinto a raccontare una nuova storia?

«Volevo parlare di una storia d’amore, delle luci e delle ombre che accompagno le fasi dell’innamoramento che ti porta in cielo e ti ributta giù per terra senza chiedere permesso…».

L’ispirazione da dove arriva?

«Il veicolo della mia scrittura è sempre la verità; quella del romanzo non è una storia autobiografica, ma ho avuto il piacere di notare come molti lettori che mi hanno scritto e che ho incontrato durante i firma copie si siano identificati nella storia e nelle scelte della protagonista, questo mi ha fatto capire che ciò che anche io ho vissuto in amore e nella vita è in realtà molto comune».

La protagonista del romanzo, Melania, la descrivi come una donna passionale, una studentessa amante della letteratura che sembra quasi essere il tuo alter ego…

«Tutte le sensazioni che la protagonista, Melania, prova all’interno del romanzo le ho provate davvero sulla mia pelle. Spesso anche se una ragazza è vincente, brillante sul lavoro e nella vita, si sviluppa nei rapporti di coppia una discrasia che porta in genere la donna a sentirsi dieci scalini sotto rispetto al proprio partner. Non è un meccanismo razionale è come se la relazione, che si trasforma in devozione, ti porta a sentirti inferiore intellettualmente e sentimentalmente; questo ovviamente è un modo totalmente malsano di vivere l’amore, è un prezzo troppo alto da pagare che porta all’annullamento di se stessi».

Le analogie tra te e Melania continuano anche con il personaggio di Axel, un ragazzo svedese con il volto da etrusco.

«Come ti dicevo scrivo sempre prendendo spunto dalla quotidianità e da ciò che conosco bene, non mi piace inventare e raccontare qualcosa che non conosco. Sono stata tredici anni insieme a Frederick Lundqvist , spesso sono stata in Svezia con lui quindi so di cosa parlo…Volevo dimostrare con questa storia che non è sempre vero che quando ci sono delle dinamiche di coppia dove la donna si sente in minoranza l’uomo appartiene unicamente alla parte meridionale dell’emisfero…non è una condizione che dipende dalla latitudine ma da un modello educativo sbagliato e spesso dalla poca autostima di noi donne che dovremmo sviluppare maggiormente per farci trovare pronte ad affrontare i sentimenti. Ovviamente con questo non si deve generalizzare, sicuramente quello di Melania è un comportamento diffuso».

Spesso noi italiani guardiamo le realtà del nord europa con ammirazione…Cosa dovremmo mutuare dal loro stile di vita e cosa invece loro dovrebbero imparare da noi?

«Dalla Svezia dovremmo prendere il loro rigore, il senso civico e la precisione anche in alcune riflessioni sulla vita e sul lavoro, numerose classifiche pongono la Svezia ai vertici mondiali per livelli di uguaglianza, capacità di innovazione, libertà di stampa, efficienza dei sevizi pubblici. Noi siamo abituati a pensare alla socialdemocrazia scandinava come un modello irraggiungibile di governo in grado di coniugare collettivismo e liberalismo, ti posso dire che non è sempre così. Gli svedesi dovrebbero prendere in prestito da noi la facoltà di linguaggio ed espressione, noi italiani parliamo molto, non stiamo mai zitti e non abbiamo paura di esprimere le nostre opinioni e talvolta lo facciamo anche alzando i toni (ride). Gli svedesi sono più taciturni e sono influenzati dalla legge di Jante che avvolte non incoraggia gli individui di distinguersi e che porta ad una paura ad esporsi troppo. In una parte del romanzo Axel chiede a Melania di spiegare un suo malessere dopo un litigio e gli dice “Ti prego, non stare in silenzio, devi parlare perchè voi italiani siete belli per questo“».

Axel porta in se i tratti distintivi dell’uomo tenebroso con un passato ingombrante alle spalle…Gli eventi vissuti condizionano sempre ciò che siamo?

«In linea di massima si, Axel è un uomo segnato da un passato che lo ha cambiato, è anche un personaggio particolarmente scisso, chiuso riservato e contorto ma anche pieno di passione ed è questo il suo fascino. Come diceva Leopardi è molto più poetica una porta socchiusa che spalancata, Melania si innamora di questo aspetto tenebroso e vuole gettare la sua luce sul lato oscuro di Axel e sul suo vissuto che nasconde segreti e misteri…».

Oltre ad essere un’attrice di successo ed una scrittrice hai anche nel cassetto una Laurea in Lettere…Quanto lo studio dei grandi della letteratura ha influenzato la tua scrittura e quali sono gli autori che apprezzi maggiormente?

«Nella stesura dei miei libri cerco di non prendere mai dei modelli stilistici di riferimento, lo faccio per avere un genere di scrittura nuovo e che sia totalmente mio, è inevitabile però che le influenze che emergono sono quelle che si sono sedimentate dalle mie passioni da ex studentessa e da lettrice che prendono in prestito inconsapevolmente delle suggestioni che riporto anche nei miei libri. Di autori preferiti ne ho diversi da Carlo Emilio Gadda a Oriana Fallaci passando per Francis Scott Fitzgerald e la poesia di Sandro Penna, Antonia Pozzi e Patrizia Cavalli senza dimenticare tutta la letteratura russa…Sono una lettrice accanita, ce ne sono davvero tanti».

Attrice, conduttrice tv e scrittrice, il tuo ultimo romanzo ti ha fatto guadagnare una credibilità anche nel difficile mondo della letteratura…Cosa rappresenta per te scrivere?

«Scrivere è l’atto più coraggioso ed incosciente che abbia fatto mai nella mia vita perché con la stesura di un romanzo inconsapevolmente ci si mette a nudo e si racconta agli altri, anche in maniera indiretta, si illumina tutta la propria intimità scoprendo degli aspetti della propria interiorità nascosti sotto il rumore della vita quotidiana».

Come ti trovi nel ruolo di scrittrice?

«Mi trovo a mio agio nei panni di scrittrice e sono molto felice per i risultati ottenuti. Quest’ultimo romanzo sta registrando un impatto fortissimo di pubblico e critica, in classifica sono sotto i titoli di Andrea Camilleri e di Elena Ferrante e questa per me, considerando anche i periodi di crisi per l’editoria, è una grande soddisfazione».

Esprimerti attraverso varie forme artistiche sembra essere per te quasi un’esigenza…

«Si, hai centrato in pieno quello che penso. Tutto ciò che faccio dal cinema al teatro passando per la tv è accomunato dalla passione e dall’amore che metto in ogni progetto, non riuscirei a mettere la faccia in un lavoro che non mi piace. Ritengo importante lanciare dei messaggi e dei contenuti di valore a prescindere dal mezzo con cui lo si fa».

In autunno porterai a teatro “Coppia aperta quasi spalancata” di Dario Fo e Franca Rame per la regia di Alessandro Tedeschi; è impegnativo interfacciarsi con un classico di un Premio Nobel?

«Per me confrontarmi con un testo di Dario Fo e Franca Rame è un vero onore. Al centro di tutto c’è sempre l’indagine sulle dinamiche dell’amore e sulla donna che è sempre uno scrigno dalle mille sfaccettature…il testo come sai racconta la storia tragicomica di una coppia di coniugi, figli del Sessantotto e del mutamento della coscienza civile italiana. Anche questo, se vogliamo, è un amore difficile…».

Con il romanzo hai posto l’accento sull’amore che sottrae; il successo può presentare lo stesso effetto collaterale?

«Personalmente non ho mai ritenuto che la mia carriera potesse togliere qualcosa alla mia vita, sono particolarmente felice che il pubblico mi dimostra il suo affetto sincero e non sento la pressione di piacere a tutti a qualsiasi costo. Mi sento una ragazza di provincia continuo a mantenere la mia routine con gli amici di sempre, nonostante i mille impegni e i miei tour in giro per l’italia, mi ritengo semplicemente una donna fortunata perché faccio ciò che mi piace».

Cesare Pavese diceva che la letteratura è una difesa contro le offese della vita sei d’accordo?

«Si sono d’accordo con questa riflessione. Mi hanno scritto molte lettrici dicendo che il mio ultimo romanzo le ha aiutate in una fase particolarmente difficile e decisionale della loro vita, questo per me è stato il risultato più importante che ho raggiunto. Mi piace quando il pubblico mi scrive ciò che pensa, valgono molto di più le recensioni dei lettori che quelle della stampa specializzata. Mi piace pensare a “Un anno felice” come il romanzo dell’estate che ha portato un pò di sole nella vita di chi ha avuto il piacere di leggerlo».

Nel romanzo come sfondo c’è anche Firenze…hai sempre mostrato con orgoglio le tue origini toscane, cosa vuol dire essere fiorentini?

«Io sono una campigiana doc, una ragazza di paese cresciuta sulle rive del Bisenzio, essere fiorentini significa essere un po’ monicelliani e percepire la bellezza della vita anche quando è amara,capire la sua dolcezza leggendola con ironia, non prendendosi mai troppo sul serio. Campi oggi è una città moderna e ricca di arte e di bellezza, sono orgogliosa delle mie origini».

A proposito di bellezza, la protagonista del romanzo in una frase tuona: “Non si usa il fascismo per ottenere bellezza” che tipo di italia stiamo vivendo in questo periodo?

«Recentemente ho condotto due programmi televisivi “Love me gender” e “Love me stranger” che hanno affrontato l’argomento delle differenze culturali e di genere in amore che mi hanno portato a girare per tutto lo stivale e posso dirti di aver incontrato e conosciuto un Italia meravigliosa, un popolo che è sicuramente meglio di come ce lo descrivono aperto e tollerante. Ho trovato generosità, accoglienza e soprattutto tante storie esemplari di dignità conquistata con le unghie e con i denti…Quindi alla luce di questo mi sento di dirti che dovremmo essere ottimisti per il futuro del nostro paese, dobbiamo crederci tutti, non perdere la memoria storica e non abbassare mai la guardia».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Chiara Francini, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Spero che Il Domani continui ad essere un paniere di delizie così come la vita…mi auguro di essere sempre attenta nel distinguere con accortezza la frutta sana da quella marcia».

Intervista a cura di Simone Intermite

ASCOLTA IL DOMANI DI CHIARA FRANCINI